L’America? La scoprirono i romani

moneta romana restaurataLa scoperta dell’America non è soltanto l’esempio più eclatante di «serendipità», ossia il rinvenimento di qualcosa di imprevisto mentre si sta cercando qualcosa d’altro, come la “formula segreta” della Coca-Cola, saltata fuori mentre si stava preparando ricetta per uno sciroppo per la tosse; o come appunto il Nuovo Mondo, incocciato “per caso” mentre si stava esplorando una diversa via per le Indie. La scoperta dell’America – al di là della lezioncina da scuola elementare sul genovese Cristoforo Colombo, le tre caravelle e il 12 ottobre 1492… – è uno dei più grandi e affascinanti enigmi della Storia. Ma davvero Colombo fu il primo? Ma davvero ci arrivò «per caso», o «per sbaglio»? Ma davvero Colombo non sapeva dove stava andando e dove era arrivato? Ma davvero era genovese? E davvero era «soltanto» un navigatore?
Negli ultimi anni, storici e divulgatori hanno formulato – tra le più “eretiche” e anti-accademiche – le seguenti ipotesi: Colombo raggiunse l’America già nel 1485 in una missione segreta finanziata da Innocenzo VIII e Lorenzo de’ Medici usando misteriose carte geografiche in possesso della Santa Sede (è la tesi dello studioso Ruggero Marino, basata sulla leggendaria mappa dell’ammiraglio turco Piri Re’is e l’anacronistica epigrafe sulla tomba del Papa); Colombo vi arrivò nel 1477 (per Marcello Staglieno il navigatore toccò il Labrador e Santo Domingo quando era imbarcato su una galea portoghese diretta in Islanda); Colombo era un frate laico francescano (per il quale la Chiesa ha avviato segretamente una causa di santificazione); era figlio illegittimo di papa Cybo; era un israelita che cercava nelle Indie una patria per gli ebrei iberici minacciati di espulsione (è la tesi di Simon Wiesenthal, il «cacciatore di nazisti»); era legato ai Templari dei quali sfruttò le segrete conoscenze scientifiche e astronomiche; usò una mappa rubata dal fratello Bartolomeo in Portogallo dall’Archivio segreto del regno; una flotta cinese toccò le coste del Nuovo Mondo nel 1421 (è l’ipotesi dell’inglese Gavin Menzies, secondo il quale alcune carte nautiche cinesi nel 1428 sarebbero arrivate nelle mani di Colombo prima di salpare per le «Indie»); e infine Colombo non era genovese ma, nell’ordine: provenzale, corso, galiziano, portoghese, greco, tedesco, piemontese, spagnolo (la querelle non è stata risolta neppure dall’esame del Dna delle ossa).
E oggi torna in auge anche un’altra “vecchia” ipotesi, quella secondo la quale antiche civiltà marinare toccarono il Nuovo Continente ben prima di Cristoforo Colombo, dai Fenici ai Vichingi (per i quali ultimi esistono prove documentali e archeologiche) fino ai romani, che lasciarono numerose tracce come monete, statuette, tombe e anche una nave. Nel suo nuovo saggio dal titolo «Quando i romani andavano in America. Scienza e conoscenza degli antichi navigatori» (Palombi&Partner), lo studioso Elio Cadelo sostiene che gli antichi romani possedevano ottime conoscenze in campo nautico e avevano anche navi adatte per attraversare l’oceano Atlantico. I Romani furono grandi navigatori: ad est commerciavano con l’India, la Cina e l’Indonesia: le loro esplorazioni raggiunsero e superarono la Nuova Zelanda; navigarono lungo le coste atlantiche dell’Europa fino alle Orcadi, l’Islanda e oltre. In Africa sono state trovate tracce della presenza romana nello Zimbabwe e lungo le coste orientali. Ma in età imperiale – ipotizza Cadelo – i marinai romani raggiunsero anche l’America, che i geografi del tempo ritenevano essere la «terza India». Equivoco che rimarrà anche dopo la scoperta di Colombo.
I ritrovamenti archeologici e molti passi della letteratura latina parlano di nuove terre (o isole) ad ovest e provano che i Romani conoscevano bene cosa ci fosse al di là delle colonne d’Ercole. Un testimone attento del tempo, Plutarco, scrive che «a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, verso occidente, ci sono isole e dietro di loro un continente»; e Plinio nota «che tutto l’Occidente al di fuori delle colonne d’Ercole è ormai osservato ed esplorato». Ma anche piante come il mais o l’ananas, la cui diffusione in Europa è fatta risalire alla scoperta dell’America, in realtà – come è descritto nel volume – erano presenti nel Mediterraneo già in epoca romana.
Nel suo libro, Cadelo esamina anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante, e sostiene che i Romani non furono i soli a giungere nel Nuovo Continente: la genetica ha fornito prove della presenza in America dei Polinesiani, l’archeologia e la letteratura della presenza cinese ed indiana almeno duemila anni fa.
Ma perché – è questa la vera domanda – di tutto ciò non ci sono tracce prima di Cristoforo Colombo? Le rotte commerciali, spiega Elio Cadelo, erano segretissime e le mappe non venivano diffuse, avendo un enorme valore economico per i loro proprietari che potevano così avere l’esclusiva per importazioni di prodotti provenienti da terre sconosciute. E poi, come scrive nella sua prefazione l’astrofisico Giovanni F. Bignami, c’è il paradosso di Cristoforo Colombo: «L’importante, per avere il merito di una grande scoperta, è essere l’ultimo a farla, non il primo».

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