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ecco come si pregava nella preistoria


Lo studioso Alberto Pozzi corona con un libro 40 anni di indagini
Alberto Pozzi, comasco appassionato di archeologia, con il sostegno della Società Archeologica Comense, realizza un libro che è il frutto di quarant'anni di studi e di molti viaggi e missioni archeologiche che lo hanno portato alla scoperta di siti appartenenti a quattro diversi continenti, in possesso di strutture megalitiche.
Megalitismo - Architettura sacra della Preistoria (Società Archeologica Comense, 288 pp., 45 euro) è un libro importante perché, se in molti altri Paesi il megalitismo
è frutto di intensi studi e oggetto di molte pubblicazioni, pochi sono invece in Italia gli studiosi che hanno divulgato saggi sull'argomento. Il megalitismo, che consiste in una tecnica costruttiva che consente di elevare, senza alcun legante, strutture composte da grandi pietre che possono superare le duecento tonnellate, è invece un argomento di grande interesse perché svela importanti notizie riguardanti la cultura appartenente ai popoli primitivi. Il saggio di Alberto Pozzi racconta le origini del fenomeno tra il V e il II millennio a.C e la sua evoluzione a partire da semplici strutture rintracciabili nell'area atlantica, quali i dolmen e i menhir, fino a raggiungere strutture circolari o lineari più complesse, tipiche del megalitismo subattuale, e ne svela i significati culturali, legati a riti funebri e religiosi, all'osservazione astronomica e alla creazione di calendari o addirittura a dicerie relative alla fertilità e all'esistenza di giganti in grado di muovere le grandi pietre.
«Da molti anni l'archeologia ha visto crescere studiosi ed interessati - dice Alberto Pozzi - e molte agenzie turistiche inseriscono nei viaggi organizzati alcune tappe archeologiche, basti pensare al famoso sito di Stonehenge, ormai conosciuto in tutto il mondo. Il libro - aggiunge l'autore - permette inoltre di conoscere e riscoprire una civiltà, quella preistorica, che per molti versi si è rivelata organizzata e complessa».
Il volume è impreziosito da 550 foto a colori, per lo più inedite e da 80 disegni originali e può essere acquistato nella sede della Società Archeologica Comense in piazza Medaglie d’Oro a Como. Per ulteriori informazioni, è possibile telefonare al numero 031.26.90.22.
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Messaggeri degli déi


Un tempio ed i resti di alcune vittime di sacrifici umani sono stati ritrovati nelPerù del nord, presso Chiclayo.
Il ritrovamento archeologico sembra confermare laleggenda di Naylamp, il dio che, secondo la leggenda, fondò la civiltà preincaica di Lambayeque, nell'VIII secolo d.C., a seguito del crollo della civiltà Moche.
La civiltà Lambayeque, conosciuta come Sicàn era estremamente versata nell'irrigazione. Nel 1375 d.C., fu conquistata dai Chimù, una civiltà che si era insediata sulle coste del Perù settentrionale.
All'interno del complesso, gli archeologi hanno ritrovato una sepoltura a forma di piramide, chiamata Huaca Norte, nella quale sono stati ritrovati ben 33 scheletri femminili. Due degli scheletri conservano ancora icapelli originali, tutti mostrano segni di tagli, forse, prima di essere sacrificate, le donne sono state anche torturate. Gli studiosi ritengono possa trattarsi di sacrifici propiziatori della fertilità
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10.500 anni fa si costruiva con i mattoni


03GericoTellTorreBigL’edificio di mattoni piu’ antico del mondo e’ stato scoperto quest’anno da un archeologo italiano, Lorenzo Nigro, a Gerico: risale a dieci millenni e mezzo fa, ossia al periodo neolitico pre-ceramico (prima, cioe’, che si fabbricassero oggetti di terracotta). “E’ il muro di una torre circolare, costruito con mattoni crudi, con paglia e fango”, ha rivelato Nigro in uno dei convegni della Borsa Mediterranea del turismo Mediterraneo, conclusasi ieri sera a Paestum; “E’ il primo caso di architettura modulare, con i mattoni montati a corsi alterni, che hanno la forma di un filone di pane e sono tenuti insieme da una malta di cenere e fango”. Non era un edificio abitativo, ha spiegato Nigro, che ha diretto la missione dell’Universita’ “La Sapienza” di Roma la cui ultima campagna di scavo sul posto si e’ conclusa lo scorso aprile; la torre ed il muro cui era collegata fu costruita a scopo chiaramente difensivo. E questo e’ un enigma (e non l’unico, sottolinea l’archeologo italiano), perchi non si capisce contro chi quell’antichissima popolazione dovesse difendersi In quel medesimo sito lo scavo ha restituito un teschio sepolto ritualmente 9.000 anni fa e, in un giacimento funerario un po’ meno antico, sono stati rinvenuti altri teschi separati dal corpo, modellati e raggruppati, con un rituale il cui significato e’ per ora incomprensibile ma che rivela un culto degli antenati. E’ la testimonianza piu’ antica di una sorta di divinizzazione dei defunti, e di un culto che, per la prima volta nel neolitico, si discosta dal culto primigenio della Dea Madre. Accanto al teschio era deposto un microlito, ossia una pietruzza che a quell’epoca equivaleva ad una rudimentale moneta: “Quel sassolino – racconta Nigro – ci ha fatto pensare alla monetina che nell’antichita’ classica si lasciava nella bocca del defunto, perchi potesse pagare il traghettatore nel mondo dell’oltretomba”. La prima frequentazione umana documentata del sito risale a dodici millenni fa, attorno alla sorgente di Ain es-Sultan (la biblica sorgente di Eliseo), e la comunita’ che vi si insedio’ fu una delle prime a fondare la propria sussistenza sull’agricoltura.
Gli scavi hanno prodotto risultati eccezionali, portando allal luce testimonianze del substrato storico della citta’ che oggi si chiama Tell es-Sultan (la collina del sultano), confermando Gerico come primo insediamento urbano costruito dall’uomo. Nel corso dei millenni successivi la citta’ prese il nome Ruha, ad opera dei Cananei (in biblico Yeriho, e l’attuale nome arabo e’ Ariha), nome rivelato finalmente – spiega Nigro – da un’iscrizione in geroglifico. Quest’anno stesso la missione di scavo di “La Sapienza” ha fruttato scoperte che accrescono le conoscenze anche sulla citta’ nell’eta’ del bronzo (3000-1550 a.C.) e, in particolare, nella doppia cinta muraria del Bronzo antico (2700-2350 a.C.) sono state portate alla luce tracce evidenti di una violentissima conflagrazione che distrusse quella cultura. “L’autore del racconto biblico sulla conquista di Gerico da parte di Giosui (la sua scrittura risale al sesto secolo a.C.) – secondo l’archeologo italiano – poti dunque ispirarsi alla presenza di rovine che alla sua epoca erano ancora visibili fuori terra, riconducibili ad un evento distruttivo del terzo millennio”.
fonte
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La più celebre sala giochi del mondo


PartenoneIl Partenone, il grande tempio che i Greci dedicarono alla dea Athena sull'Acropoli della capitale greca, è stato anche un sorta di "sala giochi", dove gli antichi greci trascorrevano molte ore del giorno. Questa sorprendente scoperta è stata effettuata dagli archeologi greci durante i lavori di conservazione e restauro del magnifico tempio.
Sui pavimenti e sulle scale del Partenone, infatti, si sono ritrovati scolpiti numerosi
giochi di strategia, simili alla dama ed agli scacchi, e di abilità. I giochi, infatti, hanno una loro storia che inizia ben duemila anni fa, probabilmente in età Micenea. Non è stato possibile datare i giochi, ma lo storico Plutarco(46-127 d.C.) dimostra che cinquecento anni dopo la costruzione del tempio, i pavimenti erano ancora puliti.
Il Partenone occupa il posto di un tempio dedicato ad Athena e distrutto dai
persiani nel480 a.C.. Uno dei giochi incisi nel marmo è il Diagrammismos, che si giocava con 16 pezzi per ciascuno dei due contendenti disposti su due file e che si ritiene fosse una sorta digioco degli scacchi. Altri giochi erano il Triliza o Enneada, dove i giocatori usavano delle biglie e dovevano riuscire a riunire gli angoli di tre quadrati concentrici. Un gioco simile è stato ritrovato sia all'interno del Partenone che nella chiesa di San Paolo Fuori le Mura, a Roma.
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La Technosphere di James Law si troverà a Dubai


Vuole simulare l’ecosistema della Terra attuale e futura, in scala ridotta, il progetto d’ecosfera di James Law, con l’ambizione di diventare l’icona del Techno Park in costruzione a Dubai. La Tecnosphere concepita per ridurre l’impatto ambientale, sarà energeticamente autosufficiente e sfrutterà tutte le tecnologie sostenibili a disposizione come l’energia solare, i giardini interni come protezione dal sole, rinfresco e purificazione dell’aria, e il riciclaggio dell’acqua. Vuole essere un prototipo delle costruzioni del futuro. La Tecnosphere con il suo microclima ospiterà oltre agli uffici, un complesso residenziale e un hotel, attorno ad uno spettacolare atrio centrale pubblico. Alla guida dello studio James Law Cybertecture International di Hong Kong, James Law studia l’equilibrio tra spazio e tecnologia, integrando l’architettura con le nuove tecnologie digitali. “Gli edifici del XXI secolo” spiega James Law “saranno differenti da quelli del secolo scorso. Non più solo di cemento, acciaio e vetro, si vestiranno anche di nuovi intangibili materiali appartenenti alla tecnologia e all’interattività, dando vita a una nuova forma d’architettura detta Cybertecture”.
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Archeo-astronomia : i misteri architettonici degli 8 elementi

I simboli che richiamano il numero otto, come la rosa ad otto petali, sono stati diffusamente utilizzati nell'arte e nell'architettura antica e medievale. In quest'articolo si suggerisce come la loro origine debba ricercarsi in un complesso di conoscenze archeo-astronomiche in possesso sia delle antiche civiltà megalitiche, sia delle civiltà mediorientali (egiziana e babilonese). Ad esse vanno collegati oltre che esemplari di meridiane portatili dell'età antica, anche simboli tipici dell'età medievale, come la "triplice cinta", la spirale ed il labirinto, presenti soprattutto in moltissime chiese ed abbazie di ogni parte d'Italia.

Bassorilievo BabiloneseBassorilievo BabiloneseQuando nel 1782 nella Cattedrale di Palermo venne aperto il sarcofago di porfido rosa contenente il corpo di Federico II di Svevia a scopo di studio e ispezione, si scoprì che lo “Stupor Mundi” era stato sepolto non con un saio da cistercense, come riportato dalle cronache del suo tempo, bensì con tre tuniche sulle quali erano ricamati arabeschi e simboli esoterici. Uno di questi era costituito dal fiore ad otto petali, una figura alla quale l'imperatore svevo sembra fosse particolarmente legato, tanto che la sua salma recava ancora al dito un anello la cui forma era anch'essa quello di un fiore ad otto petali. La simbologia del numero otto, d'altra parte, come è abbastanza noto, ritorna anche nel suo monumento più famoso, Castel del Monte, in Puglia, nel quale l'orientamento degli otto lati e delle otto torri incontra non solo precise corrispondenze astronomiche nel corso delle diverse fasi solari, ma anche perfetti allineamenti geografici con i più importanti centri europei e mediterranei dell'epoca (in primo luogo con Costantinopoli e Gerusalemme, di cui Federico era formalmente anche sovrano). L'imponente castello ottagonale del sovrano svevo in un certo senso sembra avere (oltre che quello di una corona imperiale) anche il disegno di una rosa ad otto petali come il simbolo a lui così caro.
Questa figura floreale è tuttavia ben più antica dell'età federiciana, e della stessa epoca medievale. Raffigurazioni di rose ad otto petali si ritrovano ad esempio in gioielli reali in oro dell'età antica, ma esse appaiono anche in steli funerarie del periodo romano, con un significato che sembra essere ben diverso da quello di semplice ornamento.
Se poi si osservano i bassorilievi mesopotamici del periodo babilonese (II millennio a. C.), come quelli esposti al Museo Pergamon di Berlino, si avrà la sorpresa di scoprire figure di divinità alate con al polso un fiore ad otto petali legato ad un cinturino, proprio come un moderno orologio ! In queste raffigurazioni molti potrebbero scorgervi appunto degli anacronistici oggetti tecnologici “fuori contesto” (oopart) appartenenti a creature di altri pianeti in visita alle antiche civiltà. Fonti antiche come la “Babiloniakà” del sacerdote caldeo Berosso, e le stesse antiche cronache sumere e babilonesi scritte sulle tavolette d'argilla, parlano del resto di curiosi esseri anfibi, gli “apkallu” (saggi) Oannes, Annedotos, Odakon, ed altri, dall'aspetto tutt'altro che umano, che in tempi remoti avrebbero insegnato a quegli antichi mesopotamici le nozioni base della civiltà: l'agricoltura, il calendario, l'architettura, e via dicendo. Anche le divinità maggiori - o “Annunaki” - del pantheon Sumero-Babilonese, Enlil, Enki, Inanna, Sin, ecc. da studiosi come Zecharia Sitchin vengono considerati come esseri in carne ed ossa, dall'aspetto umano, ma provenienti da un altro pianeta. Preferendo tuttavia rimanere il più possibile “con i piedi in questo mondo”, vari indizi archeologici portano a considerare una interpretazione molto più “terrestre”, anche se inscindibilmente legata all'astronomia antica ed al ciclo solare dei solstizi e degli equinozi.

Negli ultimi anni sono stati rivalutati alcuni reperti appartenenti al IV sec. prima dell'era cristiana, ed in precedenza erroneamente interpretati e classificati. Si tratta di due dischi piuttosto spessi provenienti l'uno, in pietra, dalla famosa località israeliana di Qumrane l'altra, in terracotta, dal Monte Bibele, nei pressi di Bologna. Meridiane portatili anticheAmbedue presentano un foro centrale e alcune scanalature. Ma mentre quello mediorientale appare più semplice ed essenziale, poichè reca soltanto quattro scanalature circolari (segnate tuttavia da molte “tacche”), il disco degli appennini emiliani oltre a tre segmenti circolari riporta anche quattro segmenti ortogonali (una croce e due diagonali) che suddividono il disco in otto sezioni di 45 gradi ciascuno.
Da qualche anno gli archeologi sono del parere che la funzione di ambedue questi strumenti, meridiane o “cronografi”, ed in particolare di quello italiano, oltre che di “calendario portatile” fosse anche quella di un moderno GPS per il rilevamento delle coordinate geografiche. Ponendo infatti un'asticella di legno sul foro centrale, l'ombra proiettata sui diversi settori poteva consentire ad un esperto astronomo antico di ricavare preziose informazioni sia dal punto di vista del calendario (la data esatta di solstizi ed equinozi), sia sotto il punto di vista geografico, in quanto alle diverse latitudini l'ombra ricavata alla medesima ora (ad esempio a mezzogiorno) risulta più o meno lunga (massima al circolo polare, praticamente inesistente all'equatore) in rapporto all'angolazione della superficie terrestre nei confronti del sole. E' evidente come tali strumenti si ricolleghino a tutta la precedente tradizione archeoastronomica dei popoli del Vecchio Continente, e certamente è significativo che l'esemplare italiano sia stato ritrovato in una località ricca di insediamenti archeologici appartenenti alla cultura celtica (Galli Boi). Al pari dei loro colleghi transalpini, anche i sacerdoti druidi dell'Italia Cisalpina certamente conservavano le tradizionali conoscenze astronomiche ereditate da un passato lontano e strettamente collegate ai monumenti megalitici disseminati nell'Europa Occidentale. Anzi sembra che tra i due, proprio il disco italiano avesse validità universale in ogni luogo, mentre quello di Qumran fosse inefficace come “sestante-gps” alle latitudini palestinesi, venendo così probabilmente utilizzato solo come orologio e calendario.
In un certo senso quindi il cronografo in terracotta del Monte Bibele può essere considerato una sorta di “Stonehenge tascabile”, valevole, per chi sapesse interpretarne i giochi di ombre, a determinare appunto con precisione le principali ricorrenze stagionali, come i solstizi e gli equinozi, oltre che la latitudine del luogo in cui ci si trovava. E questo ovviamente, non solo a fini agricoli, quanto piuttosto soprattutto per motivi legati alle ricorrenze religiose ed a particolari cerimonie, come la ricerca del periodo, del luogo, e dell'orientamento più propizi per la fondazione di città o templi.
Al pari dei templi megalitici più famosi, come Stonehenge o Avebury, anche il cronografo di Monte Bibele presenta dunque la suddivisione dello spazio terreno e celeste in otto parti: quattro, individuati dalla classica croce ortogonale, volti ad incontrare i corrispondenti punti cardinali orientati agli equinozi (con il sole esattamente ad est all'alba e ad ovest al tramonto) e a mezzogiorno (sole allo zenith); altri quattro intermedi, individuati da una croce diagonale (ad X) corrispondenti ai punti di alba e tramonto del sole ai solstizi d'estate e d'inverno. Questa suddivisione in otto parti dello spazio celeste e terreno (e conseguentemente anche delle ricorrenze festive dell'anno solare) può costituire la chiave per cercare di far luce su molti enigmi.
Il cronografo di Monte Bibele ed il suo gemello di Qumran non dovevano certamente essere gli unici esempi del loro genere nel mondo antico. Leonardo Melis ed altri, sostengono infatti - e probabilmente non a torto - che manufatti tradizionali sardi chiamati in dialetto pintaderas, anch'essi di forma circolare e dotati di foro centrale e suddivisione in otto parti, non siano semplici sigilli decorativi, secondo l'interpretazione classica, ma altri esempi di cronografi ancora più antichi, finalizzati a calcolare, con medesimo procedimento, le ricorrenze religiose pagane dell'antica civiltà nuragica in Sardegna. Parecchi di questi strumenti dovettero insomma diffondersi sin dalle epoche più remote nelle diverse regioni europee e mediterranee, recando con sè al contempo (o assimilando e contaminando) anche le convinzioni religiose legate ai cicli di morte e rinascita naturale. Caratteristiche, queste ultime, proprie dei culti solari connessi alle conoscenze archeoastronomiche praticamente di tutte le civiltà del Vecchio Continente (dal concetto di “rinascita” del sole in prossimità del 22 dicembre, solstizio d'inverno, a quello di “indebolimento” della luce dopo il solstizio d'estate, fino ai cupi e brevi giorni autunnali associati alla vecchiaia e alla morte - ancora ai giorni nostri -, specie alle latitudini settentrionali) .
Non doveva certamente essere un caso se nella più antica scrittura cuneiforme, quella proto-sumerica, il termine “cielo” fosse identificato da un ideogramma - simile al Stele funeraria di epoca romananostro asterisco: * - costituito da otto raggi uniti al centro, e che tale simbolo avesse anche il significato di “stella”. Nell'antica iconografia artistica mesopotamica, il sole era rappresentato da un disco regolarmente suddiviso in otto raggi, e le divinità venivano spesso raffigurate accanto ad una stella ad otto punte. Anche la stilizzazione iconografica-simbolica del cielo suddiviso in otto parti, opportunamente trasformato dagli scultori in un artistico fiore ad otto petali, contraddistingueva nella Mesopotamia Babilonese, in primo luogo ovviamente le divinità, come il dio Marduk, raffigurato letteralmente rivestito di rose con otto petali.
Parimenti dunque, è altrettanto verosimile che il simbolo della rosa assumesse contemporaneamente anche un significato religioso di rinascita e sopravvivenza dopo la morte, non solo nelle culture mediorientali ma anche nelle posteriori civiltà, come quelle ellenistica e romana.
Ammesso tuttavia che sia vero che la rosa ad otto petali (o rosetta, come denominata dagli archeologi) risulti essere la raffigurazione artistica delle otto direzioni archeoastronomiche dell'antica civiltà megalitica, anche altri simboli, ancora oggi oggetto di interpretazione e discussione, potrebbero derivare dalla medesima radice, essendo anch'essi caratterizzati da otto elementi (linee rette e angoli) attorno ad un centro comune. Marisa Ubertie Giulio Coluzzi hanno censito e studiato all'incirca un centinaio di enigmatici simboli, simili all'antico gioco del tris o filetto, graffiti o scolpiti in ogni parte d'Italia, sia in zone rupestri, sia, soprattutto, in chiese e abbazie di epoca medievale (ed anche fuori dal nostro paese, come ad esempio in alcune cattedrali gotiche francesi e nelle prigioni del Castello di Chinon, dove vennero rinchiusi molti templari). Il loro meticoloso lavoro, confluito nel volume “I luoghi delle Triplici Cinte in Italia” (ed. Eremon), ha tuttavia portato ad escludere che la maggior parte di tali reperti abbia avuto finalità ludiche, in quanto si trovano in una posizione impossibile o quantomeno scomoda ai fini del gioco (ad es. in posizione verticale). La maggior parte di questi graffiti - dagli autori denominatiTriplici Cinte - si presentano comunque effettivamente composti da tre quadrati o rettangoli concentrici, attraversati e uniti da una croce perpendicolare, che generalmente non invade il quadrato centrale, proprio come nel classico gioco sul retro delle moderne scacchiere. Il periodo a cui appartengono i graffiti di questo tipo è soprattutto quello medievale, sino al XIV secolo.
I due studiosi hanno tuttavia trovato diverse varianti stilistiche del simbolo in questione, alcune delle quali più semplici, composte solo da otto rette perpendicolari disposte attorno ad un quadrato centrale. Localizzate anche in zone rupestri e montane, al pari di alcuni esempi di Triplici Cinte quadrangolari più complesse, possono risalire anche al 500 a. C. e sono attribuite dagli studiosi alle culture celtiche pre-romane, come quella di La Tene. Altre ancora presentano una forma alquanto differente, caratterizzate non più dal quadrato ma dalla circonferenza, che racchiude tuttavia sempre otto raggi, come nella Chiesa di San Pietro delle Immagini, a Bulzi, in provincia di Sassari. In questo edificio religioso risalente nelle sue parti più antiche - in stile romanico - all'XI secolo, è presente nel suo lato verso sud appunto un graffito di forma circolare suddiviso da otto raggi accuratamente definiti. Un foro al centro, destinato a contenere un'asta, contribuisce a svelarne la funzione, cioè quella di meridiana. Il fatto tuttavia che a differenza delle classiche meridiane del mondo antico e medievale, si presenti non come una semicirconferenza, ma come un cerchio completo, dotato cioè anche di una parte superiore dove l'ombra non arriva mai, fa sospettare che il graffito (o “ruota della vita”, come viene denominato ad esempio anche nelle culture orientali) avesse anticamente anche una funzione simbolica, ovvero il richiamo a tutta l'antica tradizione archeoastronomica e religiosa del passato che ancora in età medievale non venne mai meno.
Significativi sono anche alcuni esempi rupestri di triplici quadrati, come quello inciso sulla “Roccia delle Alci” in Val Germanasca-Balziglia, Piemonte, associati a figure di animali ed a coppelle utilizzate probabilmente per lasciarvi delle offerte. Tali esempi richiamano alla mente alcune preistoriche rappresentazioni di uomini, animali ed altri simboli, come quella dell'”uomo-uccello” nella Grotta di Lascaux in Francia, la cui enigmatica disposizione ha suscitato parecchi interrogativi presso i ricercatori. Una decina di anni fa lo studioso tedesco Michael Rappenglueck, simulando al computer la mappa del cielo del 15.000 a. C. (l'età dei dipinti nella grotta) ha osservato come la disposizione delle diverse figure - l'uomo, il bastone a forma di uccello, il bisonte, il rinoceronte, ecc. - corrispondano a gruppi di stelle che dagli sciamani del paleolitico potevano essere raggruppati in vere e proprie costellazioni (da: Giulio Magli - Misteri e scoperte dell'archeoastronomia - Newton Compton, p. 19 e sgg.).
Dunque, similmente ai simboli ad otto elementi di forma circolare, anche i complementari simboli di forma quadrata (le “Triplici Cinte” vere e proprie) potrebbero riprendere i medesimi significati astronomico-religiosi tanto dei grandi cerchi megalitici quanto delle piccole meridiane portatili di Qumran e Monte Bibele, con la Triplice Cinta nell'Abbazia Benedettina di Piona (Lc) - Foto di Marisa Ubertirappresentazione degli otto orientamenti fondamentali (tramite croci e angoli) e con le tre suddivisioni concentriche dello spazio interno. Unica variante: la sostituzione della forma circolare con quella quadrata, per motivi probabilmente anche di “dissimulazione” . Tra i numerosi esemplari censiti in tutta Italia, non sono pochi i graffiti quadrangolari con un un foro al centro (come nell'Abbazia di Piona, in provincia di Lecco, o in diverse località laziali) che suggeriscono oltre che un'analogia di significati simbolici anche un uso simile a quello delle meridiane di Qumran e Monte Bibele.
Marisa Uberti e Giulio Coluzzi hanno osservato che ancora in epoca cristiana, particolari luoghi rupestri ritenuti sacri venivano segnati con simili simboli con otto elementi (più o meno elaborati): “...Il simbolo della triplice Cinta sulle rocce poteva assumere un significato simbolico di 'sacralizzazione' di un posto o della sua valenza magico rituale, sul quale poteva impiantarsi, in tempi successivi, una diversa tradizione o cultura, che andava adeguando gli schemi a modelli intellettuali strategici, come i giochi, forse l'unica 'forma' con cui poteva continuare a sopravvivere nella memoria e nella società...” (M. Uberti, G. Coluzzi - op. cit. p. 34). Dalla catalogazione da loro effettuata tuttavia risulta che la maggior parte dei graffiti di forma quadrata - come si è già detto - si riscontrano in edifici religiosi del periodo medievale, e ciò sarebbe dovuto al fatto che con la nuova religione gli “spazi sacri” abbandonarono i luoghi naturali aperti per concentrarsi esclusivamente fra le solide mura delle chiese. Perpetuando un costume ereditato dalla precedente tradizione, vi fu evidentemente chi continuò a segnare col “marchio” megalitico-astronomico i nuovi luoghi sacri. Erano pagani ? Erano cristiani convinti in buona fede di “benedire” ulteriormente il luogo di culto ? E' certo comunque - come si sono resi conto i medesimi autori del volume - che spesso le autorità ecclesiastiche avversavano tale pratica, poichè taluni graffiti risultano cancellati e rimossi già in età medievale. Probabilmente fu anche per tale motivo che i simboli megalitico-astronomici non solo vennero stilizzati sempre più in forma quadrata, e non più circolare, ma assunsero anche innocenti funzioni ludiche, a scopo di “mimetizzazione” e maggiore tollerabilità da parte della Chiesa.
Tuttavia anche verosimili spiegazioni come queste devono fare i conti con aspetti suscettibili di contraddirle. Ad Osimo, antica città marchigiana in provincia di Ancona, una fitta rete di gallerie e cunicoli disposti su più livelli e collegati da pozzi verticali, racchiudono ambienti per molti secoli adibiti chiaramente - a motivo delle raffigurazioni e dei simboli ritrovati - a riunioni segrete di gruppi seguaci di culti esoterici (eretici ? Templari ?). Fra statue di demoni, inquietanti mascheroni e croci “patenti” - come quelle dei templari - scolpite o dipinte in rosso, è presente anche una Triplice Cinta dotata di più di tre quadrati (cinque per l'esattezza), accuratamente scolpiti in maniera tale da formare quattro cornici concentriche “che sembrano 'guidare' chi le osserva verso il quadrato più basso, come se fossero dei percorsi o gradinate convoglianti verso la 'piattaforma' centrale, piana e priva di incisioni o fori. Il quadrato più esterno è unito con i 'consueti' segmenti perpendicolari a quello più interno, mentre mancano del tutto segmenti in diagonale. Come mai qualcuno ha scolpito questo simbolo in un tunnel sotterraneo buio e segreto ? Come mai non lo ha semplicemente graffito, esprimendo 'concettualmente' il senso recondito che voleva imprimergli e che altri probabilmente avrebbero inteso, ma ha voluto 'conformarlo' proprio in questa maniera ? (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 70). In tali ambienti segreti non sarebbe stata necessaria alcuna opera di “dissimulazione” nei confronti di alcuna autorità inquisitoria, il simbolo megalitico ad otto elementi lo si sarebbe potuto rappresentare chiaramente anche in forma circolare, ed in effetti alle pareti delle medesime gallerie non mancano diversi esempi di fiori ad otto petali dipinti in rosso. Si dovrebbe forse ammettere che la Triplice Cinta in questione sia stata scolpita in tarda età medievale o addirittura posteriormente, allorchè essa aveva già sciolto qualunque legame concettuale con i simbolismi circolari, ed aveva ormai assunto significati propri ed autonomi ?

La ricerca e la riflessione su questo argomento ovviamente è ancora lunga e apre nuovi interrogativi, ad esempio se altri enigmatici simboli circolari di tutte le epoche, come le spirali o i labirinti, abbiano o meno una radice comune o perlomeno una correlazione di significati con la cultura megalitico-astronomica: se siano assimilabili cioè a rose a otto petali e a Triplici Cinte circolari. Nella località laziale di Alatri (Frosinone), famosa per le sue antiche ed enigmatiche mura costruite con massi poligonali - con una tecnica cioè simile a quella riscontrabile in alcuni siti sudamericani, come Machu Pichu o Sacsahuaman - le incisioni di Triplici Cinte presenti nella Chiesa di San Francesco (XIII sec.) si trovano anch'esse in compagnia di graffiti circolari con otto raggi analoghi alla meridiana sarda di Bulzi, e persino di una croce “patente” come quella dei Cavalieri Templari. In una cripta sotterranea nella medesima chiesa, scoperta nel 1997, sono stati ritrovati anche alcuni affreschi, in pessimo stato di conservazione, riproducenti stelle, spirali, rose ad otto petali, e la raffigurazione di un labirinto di dodici cornici concentriche al centro del quale appare l'immagine di un Cristo Pantocrator che con una mano (provvista di un anello) regge un libro mentre con l'altra afferra un'altra mano di qualcuno “fuori campo” (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 194-197).
Spirale graffita nel Nuovo Messico - UsaVa detto per inciso che la correlazione fra il simbolo della spirale (presente in molte parti del mondo) e la cultura archeoastronomica è stata dimostrata in almeno un caso, non nel Vecchio Continente, bensì in America. Nel Nord dello stato del Nuovo Messico (Usa) si trovano le rovine della civiltà degli indiani Anasazi, un antico popolo per molti versi ancora enigmatico, fiorito tra il IX ed il XIII secolo della nostra era. I resti degli enormi edifici (Grandi Casas) sparsi all'interno del Chaco Canyon, come Pueblo Bonito, il più suggestivo tra questi, costituiscono un vero paradiso per gli archeoastronomi, in quanto non soltanto presentano precisi orientamenti con punti cardinali, equinozi, solstizi e persino con le maggiori fasi lunari, ma i medesimi edifici risultano significativamente orientati tra loro e le coordinate astronomiche, come in un vero e proprio “spazio sacro” (per usare i termini di Mircea Eliade). In questo “Canyon delle meraviglie” sono presenti anche una moltitudine di graffiti e pittogrammi con i temi ed i simboli più svariati. In un sito chiamato Fayada Butte sono raffigurati alle pareti rocciose delle spirali che si comportano come dei veri e propri calendari solari e lunari:“...l'esempio più interessante è il cosiddetto petroglifo delle tre lastre, sempre nei pressi della vetta. Il disegno è composto da due figure a spirale. Alla superficie rocciosa sono appoggiate tre grandi lastre di pietra, alte più di due metri e pesanti circa una tonnellata. La luce può illuminare le figure solo attraverso le due aperture tra le tre lastre, ed il percorso delle lame di luce così formate varia a seconda del giorno. Al solstizio d'estate la lama di luce percorre il centro della spirale più grande. Nei giorni successivi la “freccia” si sposta verso destra e una seconda “freccia” compare alla sua sinistra. All'equinozio questa seconda lama di luce raggiunge il centro della spirale più piccola. Il movimento di entrambe prosegue verso destra fino ad illuminare tangenzialmente, al solstizio d'inverno, la spirale più grande. Inoltre, continuando ad osservare gli effetti di luce e di ombra durante il corso dell'anno, i membri del Solstice Project si accorsero che quando il sole ha un azimuth vicino a quello della luna alla stazione minore nord l'ombra formata dal sole all'alba “taglia in due” la grande spirale illuminandone metà...” (da: Misteri e scoperte dell'archeoastronomia, op.cit., p. 155). Naturalmente non è detto - anzi è poco probabile - che le spirali ed i labirinti presenti in Europa, prima di diventare simboli cristiani del pellegrinaggio dell'uomo di fede in questo mondo, avessero la medesima funzione di quelle adoperate dagli Anasazi. Una delle ipotesi è quella che volessero raffigurare semplicemente il movimento circolare delle stelle attorno al polo celeste.

Tornando alla nostra vecchia Europa, è comunque certo che la tradizione ed il complesso di idee collegate ai fiori a otto petali, alle triplici cinte ed alla civiltà astronomico-megalitica conservata e tramandata da più di una cultura - la celtica, l'ellenistica, le mediorientali, la cistercense, e certamente anche quella templare - sopravvissero per tutto il medioevo, finendo poi per congedarsi dalle pareti delle chiese, ove dal XV secolo non viene più graffito alcun tipo di Triplice Cinta (all'infuori di quelle incise esclusivamente con finalità ludiche), per confluire quindi nella più esoterica e riservata cultura astrologico-alchemica che proprio negli ultimi secoli dell'età di mezzo si va strutturando. Come fece notare Renè Guenon “uno dei simboli più comunemente utilizzati dagli astrologi per descrivere l'oroscopo, il Quadrato delle Case Zodiacali, non è altri che la nostra Triplice Cinta con gli stessi elementi, semplicemente disposti in un ordine differente: comunque sempre tre quadrati concentrici e quattro tratti diagonali che li raccordano...” (cfr. I luoghi delle Triplici Cinte, op. cit. p. 46).
Forse uno degli ultimi a nascere e vivere in una società ancora apertamente permeata di simbolismi - come quelli profusi a piene mani in ogni angolo delle imponenti cattedrali gotiche - fu proprio l'imperatore Federico II. Egli che certamente sin da giovane apprese i fondamenti della tradizione archeoastronomica dai suoi maestri arabi, probabilmente con il suo enigmatico castello pugliese di otto lati e otto torri intese realizzare una sorta di Stonehenge gotica, densa, oltre che di simbolismi, anche di orientamenti astronomici, giochi di luce e ombre con significati non ancora del tutto compresi. Lui, al quale era stato profetizzato che sarebbe morto “sub flore”, aveva amato per tutta la vita il simbolo della rosa ad otto petali e tutta l'ermetica tradizione archeoastronomica a cui era collegata. Non è escluso che con Castel del Monte - monumentale corona, o anche fiore, al centro del suo impero - intendesse anche “sacralizzare” tutti i suoi domini, e riuscire anche ad esorcizzare l'avversa sorte che si sarebbe scatenata contro di lui e la sua famiglia di lì a qualche anno.

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WHY: Wally Hermès Yacht


Ecco il bellissimo video del WHY: Wally Hermes Yacht,
un innovativo progetto di yacht-villa galleggiante ecologico,
del noto cantiere navale italiano Wally, e della casa di lusso
francese Hermes. Questa rivoluzionaria architettura galleggiante
instaura un nuovo rapporto tra l’uomo e il mare.

fonte

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Da Hermes e Wally il lusso ecologico




Meta yacht e meta villa galleggiante, questo originale concept d’imbarcazione non ben identificata, presentato ieri al Monaco Yacht Show, dalla marca di lusso Hermes e dal noto costruttore italiano di yacht su misura Wally, sfida l’immaginazione. Sembra una base navale segreta uscita da un film di James Bond. “Il mio sogno era quello di un’isola galleggiante” spiega Luca Bassani, proprietario dei cantieri Wally. Il Why 58 vanta numeri da capogiro. Con i suoi 58 metri di lunghezza e 38 di larghezza, occupa lo spazio di tre grandi yacht. 3.400 m² di superficie abitabile, tre terrazze solarium a gradini, una piscina di 25 m. che sposa la forma della prua e una sala fitness. La suite dell’armatore si distende su ben 200 m², con un terrazzo altrettanto grande. Il Why è stato elaborato sulla base di uno scafo esistente, utilizzato dalle navi che posano i cavi sottomarini. Il vantaggio è una grande stabilità sul mare, e l’inconveniente una velocità massima di 14 nodi. I 900 m² di pannelli solari alimenteranno un motore ibrido diesel-elettrico, riducendo della meta il consumo di carburante, risparmiando così 200 tonnellate di combustibile diesel l’anno. Ma oltre l’uso privato limitato, visto il suo prezzo previsto secondo le attrezzature tra 60 e 100 milioni di euro, potrebbe essere utilizzato ad uso crociere di lusso per 12 persone e 20 membri di equipaggio, oppure come hotel galleggiante con 40 camere.
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Le piramidi? Strumenti musicali Così i Maya invocavano gli dei

In Messico, i gradini venivano costruiti in modo da riprodurre il rumore ritmico delle gocce di pioggia: era un modo per sollecitare l'intervento del dio Chaac in tempi di siccitàdi SARA FICOCELLI


Le piramidi? Strumenti musicali
Così i Maya invocavano gli dei

Dalla leggendaria torre di Babele ai grattacieli di New York, tutto ciò che l'uomo costruisce in verticale rappresenta una sfida. Per i Maya del 1800 a. C. l'obiettivo era riuscire a comunicare con dio, ed è per questo che hanno costruito le loro incredibili piramidi. Secondo una ricerca internazionale pubblicata sul New Scientist, i gradini funzionavano come uno strumento musicale: progettati per provocare la diffrazione del suono dei passi di chi li percorreva, riproducevano un rumore simile a quello delle gocce di pioggia che cadono in una pozzanghera. Destinatario del messaggio musicale il dio della pioggia Chaac, venerato nelle zone del Messico con scarse precipitazioni.

Per capirlo, gli studiosi Jorge Cruz della Professional School of Mechanical and Electrical Engineering di Città del Messico e Nico Declercq del Georgia Institute of Technology negli Stati Uniti hanno confrontato le frequenze sonore che si producono salendo i gradini del Castillo, nel complesso archeologico Maya di Chichen Itza, con quelle della Piramide della Luna a Teotihuacan, nel Messico centrale. In entrambi i siti hanno registrato i suoni sentiti alla base quando qualcuno sale i gradini, osservando in tutti e due i casi una somiglianza con il rumore e la frequenza delle gocce di pioggia.

Secondo i ricercatori, ciò è dovuto alla diffrazione del suono provocata dalle scale, che rompendo l'onda sonora riproducono un effetto simile a quello di un acquazzone. La dottoressa Elizabeth Graham dello University College London precisa però che entrambe le piramidi sono state restaurate, e che è dunque inattendibile uno studio basato su superfici non originali.

Della capacità del Castillo di riprodurre suoni, del resto, si discute da anni, ma nessuno è mai riuscito a chiarire né il meccanismo che provoca il fenomeno né la sua eventuale utilità. Il primo ad analizzarlo fu l'ingegnere acustico David Lubman nel 1998, secondo il quale il tempio dedicato a Kukulkan, dio del vento e della conoscenza, "cinguettava". Qualche anno dopo Declercq, affascinato da queste ricerche, partì per Chichén Itzá per studiare personalmente la cosa.

Fin dall'inizio gli esperti hanno creduto che nel caso de El Castillo l'effetto sonoro fosse provocato dalla cavità della struttura, ma lo studio di Cruz e Declercq spiega che tutto nasce dalla diffrazione provocata dei gradini. Lubman inoltre era convinto che i costruttori della piramide avessero creato l'effetto intenzionalmente, ma Declercq e colleghi obbiettano oggi che potrebbe non essere necessariamente così. La loro analisi sull'acustica della piramide mostra infatti che il riscontro preciso dell'eco dipende dal suono che lo provoca. Quello del tamburo, ad esempio, produce un diverso effetto di risonanza.

"Con un po' di immaginazione - spiega Cruz - possiamo immaginare le piramidi Maya come giganteschi strumenti musicali, da utilizzare in modo sempre diverso". Ma purtroppo nessuno può provare che i membri della civiltà precolombiana li "suonassero" davvero.
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Terminale galleggiante per navi da crociera




Il Floating Cruise Terminal, è un’originale concept di terminale galleggiante per navi da crociera, progettato dallo studio d’architettura olandeseWaterstudio.NL per la Dutch Docklands. Waterstudio si è specializzato in strutture galleggianti e abitazioni sull’acqua. Niente di strano in un paese, in cui un terzo del territorio si trova sotto il livello del mare! Il terminale non poteva essere costruito che a Dubai vicino alla famosa isola artificiale con residenze marine: The Palm, Jebel Ali. La struttura ha una forma triangolare di 700 m. per 700, abbastanza grande per ospitare tre, tra le più grandi navi da crociera al mondo. Dubai è diventata infatti una sosta pregiata. L’anello triangolare è sollevato in uno dei suoi angoli, lasciando così il passaggio alle navi da collegamento con il continente e altri yacht di passaggio, per attraccare nel porto interno. La struttura è ancorata al fondale tramite cavi d’acciaio. Il 10% della sua superficie esterna, realizzata con pannelli d’alluminio, è rivestita di celle fotovoltaiche (PV-cells) che rendono la struttura energeticamente autosufficiente. Il terminale sarà dotato di tutti i servizi: sono previsti negozi, un centro congressi, una Spa e un albergo da 180 camere. Il ristorante con vista spettacolare sarà situato nella parte alta dell’angolo sollevato.

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Salveremo il Pianeta col Bioengineering?

Specchi orbitanti per riflettere la luce del sole, giganti impianti di filtraggio dell’aria, fertilizzazione degli oceani: se fino a ieri simili progetti potevano sembrare ambiziose fantasie di scienziati, ora non appaiono più così improbabili.

La Royal Society (una istituzione scientifica britannica) ha mostrato qualche timida apertura nei confronti di simili soluzioni in un rapporto appena pubblicato.

DI COSA SI TRATTA? - Si tratta di geoengineering, ovvero manipolazione su grande scala dell’ambiente per influenzare il clima e contrastare il surriscaldamento del pianeta.

CATTURARE LA CO2- I progetti più interessanti e plausibili sono, secondo la Royal Society, quelli che puntano a ridurre l’anidride carbonica già presente nell’atmosfera: riforestazione su ampia scala,costruzione di impianti di filtraggio e cattura della CO2, fertilizzazione degli oceani (un pò rischiosa), ovvero l'accrescere artificialmente con l’immissione di ferro la quantità di microalghe, capaci di immagazzinare il carbonio.

RESPINGERE LA RADIAZIONE SOLARE - Gli scienziati UK prendono in considerazione anche sistemi più spregiudicati come l’iniezione di anidride solforosa nella stratosfera, che avrebbe l’effetto di respingere la radiazione solare raffreddando la temperatura: un’ipotesi avanzata qualche anno fa dal Nobel Paul Crutzen, ma allora accolta da scetticismo. O ancora, l’idea di lanciare nello spazio migliaia di specchi capaci di riflettere la luce del sole.Soluzioni che invece di concentrarsi sulla riduzione della CO2 puntano a interferire con la quantità di radiazione solare ricevuta dalla Terra.

TAGLIARE LE EMISSIONI - Meglio comunque, per la Royal Society, concentrarsi sulla cattura del carbonio, riducendo alla fonte la quantità di CO2, attraverso il taglio dei gas serra. «C’è da augurarsi che gli obiettivi di riduzione delle emissioni dopo il 2012 spingeranno a un’azione più efficace», scrive il rapporto, riferendosi alla prossima conferenza Onu sul clima che si svolgerà a dicembre a Copenhagen, primo passo verso un nuovo trattato che rimpiazzi il protocollo di Kyoto. Al di là delle possibili soluzioni tecnologiche, resta infatti imperativo tagliare drasticamente la produzione di anidride carbonica. E farlo prima possibile.

[corriere.it]

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La casa sull'acqua? Un must dopo lo scioglimento delle calotte

Non so voi, ma quando le calotte artiche si scioglieranno e il mondo sarà di nuovo coperto dagli oceani non vorrò abitare su uno di quegli orrendi zatteroni visti nel film di Kostner: molto meglio questo casermone dell'azienda Polacca Formodesign.

La 'HOTW' (House on the Water) è un'abitazione totalmente autosufficiente in termini di energia e approvvigionamento idrico, ed è accessibile solo dalla barca.

Sfrutta l'energia solare e quella delle correnti marine, e comprende un impianto di desalinizzazione per produrre fresca acqua potabile. Ci vediamo dal notaio per il rogito?

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Blue Crystal, un iceberg hotel a Dubai





Costruire un albergo dentro un iceberg rappresenta di per sé un exploit, ma se poi è collocato a Dubai, l’impresa diventa una provocazione. C’era già la pista da sci, l’hotel a forma di vela e le isole artificiali, ma per la città di tutte le stravaganze architettoniche, non c’è limite agli eccessi e al lusso! Il progetto Blue Crystal, un hotel scavato in un vero e proprio iceberg al largo di Dubai, dei due architetti tedeschi Frank e Sven Sauer, non è una burla ma di quelli seri. Certo viene in mente il famoso albergo di ghiaccio in Finlandia ricostruito ogni anno per l’inverno, ma a Dubai le temperature possono sfiorare i 50 gradi. Come evitare che l’albergo si sciolga? Per i progettisti la risposta è semplice: con i pannelli solari integrati nella pelle dell’edificio. Infine un efficace sistema autosufficiente di recupero e di riciclaggio dell’energia, senza gravare minimamente sull’ambiente, consentirà di refrigerare costantemente il gigantesco iceberg, preservando la struttura da caldo e afa, parola di progettista. L’hotel galleggiante previsto su 5 livelli avrà una discoteca e un ristorante sottomarino. Un cilindro trasparente verticale fungerà da tunnel luminoso per illuminare l’interno dell’edificio di luce naturale.
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Urban Mole, il robot fattorino del 2020




Premiato al VisionWorks Cargo Packs 2020 Award, un concorso di design organizzato da Bayer MaterialScience, sulla visione futura del trasporto merci sostenibile, il progetto Urban Mole (Talpa metropolitana) di Philipp Hermes sfrutta l’infrastruttura esistente delle reti fognarie, per organizzare il trasporto robotizzato delle merci nel sottosuolo, e allentare così il traffico cittadino in superficie. Le megalopoli del 2020 dovranno trattare, infatti, un traffico stradale in forte aumento, e allo stesso tempo la richiesta di velocità e d’individualità del cittadino crescerà: nuove infrastrutture dovranno essere sviluppate. Uno scenario futuro potrebbe assomigliare a questo secondo philipp Hermes: “Immaginate di aver bisogno di spezie esotiche per la vostra cena, e il negozio specializzato è dell’altra parte della città. Vi basterà solo un minuto per ordinarle su Internet, e 8 minuti circa per farvele consegnare all’angolo di casa”. Il grosso problema del commercio elettronico rimane sempre la consegna fisica della merce! E la sporcizia? Il contenitore con chiusura ermetica viaggia in cima ai tubi su rotaie elettriche, evitando ogni tipo di contatto e di contaminazione. Dei collegamenti verticali consentono la consegna ai vari punti di raccolta o di consegna in superficie (Mole stations). Per adesso il sistema prevede dei pacchi della dimensione massima di una scatola di scarpe, ma sufficiente per contenere Dvd, libri, la tipica merce di Amazon, e altri piccoli oggetti. Viene in mente la posta pneumatica nota come sistema di tubi pneumatici, per recapitare messaggi e lettere in contenitori cilindrici propulsi dall’aria compresso: un sistema utilizzato prima dell’avvento del fax e della posta elettronica, che richiedeva infrastrutture non indifferenti.

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Lo spettacolare Songjiang Hotel



Uno spettacolare resort a 5 stelle arroccato sulla parete di un’antica cava riempita d’acqua, e la sua cascata alta 100 metri rivestita da una struttura di vetro trasparente, in uno suggestivo scenario naturale ricco di vegetazione: ecco come si presenta il Songjiang Hotel, nel distretto di Songjiang nei dintorni di Shanghai, in Cina, la cui apertura è prevista nel 2010. “Ci siamo ispirati alla cava stessa” spiega Martin Jochman, di Atkins Design Studio, vincitore del concorso internazionale, “trasformando l’immagine della collina verde che scende lungo la parete rocciosa, in una serie di giardini pensili su terrazze, con la cascata al centro”. Le forme curvilinee della struttura seguono l’andamento della parete rocciosa, scendendo fino alla profondità di 100 metri, e consentono l'illuminazione naturale della costruzione. Il tema dell’acqua è omnipresente. Oltre alla cascata, replica parziale di quelle del Niagara, nel bacino della cava i primi due piani, sottomarini, comprendono alcune camere e un ristorante, che si affacciano su un’acquario profondo dieci metri. Il progetto risulta anche sostenibile: la cava sarà un riparo ideale per una climatizzazione naturale, il tetto verde favorisce l’isolazione termica e l’edificio sfrutterà l’energia geotermica.
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Dragongfly, una fattoria a New York




Alcuni architetti volevano costruire le città in campagna! oggi invece, sognano di inserire le fattorie in città, in grattacieli energeticamente autosufficienti: l’agricoltura verticale, che potrebbe rivoluzionare tante cose. Nel 2050 l’80% della popolazione mondiale vivrà in città. Su questi presupposti l’architetto belga Vincent Caillebaudha svelato recentemente il suo avveniristico concept Dragonfly nel cuore di New York. Il rivoluzionario edificio autosufficiente sia dal punto di vista energetico che alimentare, è previsto sulla Roosevelt Island lungo l’East River tra Manhattan e il Queens. “Questa fattoria è concepita per nutrire i suoi 55 mila abitanti e altri 100 mila cittadini nei dintorni” spiega Vincent Caillebaud. Produrre in città quello che si consuma è il nuovo challenge, evitando così oltre ai famigerati pesticidi, il trasporto delle merci, inquinante e grande divoratore di energia. La fattoria urbana verticale biologica Dragonfly prevede coltivazioni di frutta, verdure, e cereali, piccoli allevamenti, ma anche allogi e uffici. Alto 600 metri, l’edificio si presenta con due ali futuriste di libellula accostate, trasparenti e nervate di acciaio e vetro (da cui il nome Dragonfly). Fine del fast food e degli alimenti surgelati, con l’orto in casa? Ogni appartamento dispone infatti di un orto verticale in cucina. La coltivazione idroponica fuori suolo utilizzata, consuma il 70% di acqua in meno delle coltivazioni tradizionali. Sono previsti anche frutteti, serre, giardini d’inverno con alberi e prati. Dragonfly è un vero organismo vivente. Niente è perso, tutto è riciclabile. La struttura delle ali a nido d’ape ricalca quella della libellula. L’edificio energeticamente autosufficiente che sfrutta l’energia solare, eolica e la biomassa, possiede una doppia pelle che consente una ventilazione naturale. In basso due porticcioli possono accogliere le barche.
fonte-futurix.it
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