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Gli Orang utan hanno imparato a nuotare

Normalmente gli orang utan si tengono bene alla larga dall'acqua. Come moltissime scimmie, si riteneva non potessero nuotare; oltre al fatto che l'acqua è spesso sinonimo di predatori nascosti sotto la superficie, come serpenti e coccodrilli.
E' stata quindi una sorpresa quando alcuni orang utan sono stati sorpresi nuotare.

Il bizzarro comportamento è stato osservato in un gruppo di orang utan orfani trasferiti sull' Isola di Kaja, Borneo. Entrano in acqua per differenti ragioni: una coppia è stata addirittura vista fare sesso in acqua.
"Penso che il maschio abbia scelto il luogo perchè c'era meno possibilità di essere interrotti da altri maschi dominanti" afferma Anne Russon, della York University di Toronto.

orang utanGli orang utan sono famosi per la loro paura dell'acqua. "Hanno un'alta densità corporea e possono solo affondare" spiega la Russon.
Sono così scarsi nel nuoto che alcuni zoo hanno smesso ci mettere stagni artificiali per il fatto che molti orang utan sono affogati.

"Un giorno abbiamo visto un orang utan adolescente chiamato Sif entrare in acque profonde, immergersi e muoversi in avanti con movimenti di braccia e gambe. Era una specie di 'nuotata a cagnolino'". Anche se solo per un metro. Ma è comunque sorprendente che un orang utan si spinga in acqua e provi a nuotare.
Un altro comportamento sorprendente è l'utilizzo di bastoni per saggiare la profondità dell'acqua prima di attraversare un fiume o un lago.

orang utanAltri orang utan invece hanno trovato modi più asciutti per attraversare corsi d'acqua: hanno imparato a costruire ponti.
"Piegano deliberatamente rami di alberi e li usano come ponti per attraversare corsi d'acqua poco larghi. I rami rimangono parzialmente piegati dopo il primo utilizzo, e dopo molte passaggi mantengono la posizione in maniera permanente".

orang utan
E le sorprese non finiscono qui: gli orang utan hanno imparato a pescare.
"Gli orang utan non dovrebbero mangiare pesce. mangiano principalmente frutta, e raramente cacciano". Ma alcuni esemplari sono stati osservati afferrare dei pesci da corsi d'acqua e mangiarli.
"Nel 2005, abbiamo visto alcuni esemplari raccogliere pesci morti durante la stagione secca. Probabilmente hanno assaggiato il pesce e si sono detti 'Hey, non è male', ed hanno provato alcuni modi per averne ancora" sostiene Russon.

Orang-utans can swim – we've got pictures to prove it


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I cani hanno avuto origine in Medio Oriente



Non in Europa o in Cina, come si sospettava. Lo dimostra la più vasta analisi genetica mai condotta sul Dna dei cani e dei lupi


I cani hanno avuto origine in Medio Oriente e non in Europa o in Cina, come si sospettava finora. Lo dimostra la più vasta analisi genetica mai condotta sul Dna dei cani e dei lupi, i loro parenti più prossimi nella scala evolutiva. La ricerca, pubblicata su Nature, si deve a un gruppo internazionale coordinato dall'Università della California a Los Angeles (Ucla).
L'area di origine dei cani è perciò la stessa nella quale sono nati i gatti domestici e molti animali da allevamento, così come l'agricoltura. La scoperta è stata una sorpresa per i ricercatori perché nessun reperto archeologico ha mai dimostrato che i cani abbiano avuto origine in quella zona. "I cani sembrano avere molte più somiglianze genetiche in comune con i lupi grigi del Medio Oriente che con le altre popolazioni di lupi nel resto del mondo", ha detto uno degli autori della ricerca, il biologo evoluzionista Robert Wayne, dell'Ucla.
L'analisi genetica che lo dimostra è una delle più vaste mai condotte finora sul Dna dei cani: "Siamo stati in grado di studiare una quantità di campioni senza precedenti", ha detto la coordinatrice della ricerca, Bridgett vonHoldt, dell'Ucla. I campioni sui quali si basa lo studio sono stati raccolti da oltre 900 cani provenienti da 85 allevamenti e da oltre 200 lupi grigi selvatici in popolazioni di Nord-America, Medio Oriente e Asia Orientale. Nel patrimonio genetico dei cani sono stati individuate oltre 48.000 "posizioni" memorizzate in chip genetici: in questo modo è stato possibile confrontare tutti i campioni di Dna analizzati nella ricerca.
Le prime testimonianze archeologiche della presenza dei cani in Medio Oriente risalgono a circa 13.000 anni fa, mentre i lupi sono presenti nel Vecchio mondo da centinaia di migliaia di anni. Le più antiche testimonianze archeologiche relative ai cani sono quelle trovate nella Russia occidentale, che risalgono a 31.000 anni fa, e quelle trovate in Belgio, che risalgono a 15.000 anni fa.
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I delfini, che brave persone!


I delfini sono persone? Si differenziano da noi, uomini sedicenti sapienti, solo perché vivono in acqua? Le domande, solo in apparenza provocatorie, sono rimbalzate più volte, racconta la rivista Science, all’annuale convegno dell’Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze (AAAS) che si è tenuto tra il 18 e il 22 febbraio scorso a San Diego in California. La questione è stata discussa da etologi, neuroscienziati, filosofi. E non è arrivata a una conclusione non per colpa dei delfini, che sembrano avere tutti i requisiti “giusti”. Ma per colpa di noi umani, che non abbiamo ancora una definizione precisa del concetto di persona.
Prima di spiegare gli argomenti di chi ritiene che i delfini siano “persone”, ancorché non umane, cerchiamo di capire perché, secondo alcuni, hanno i “requisiti giusti” almeno per candidarsi a esserlo. Cosa intendiamo, dunque, per requisiti “giusti”?
Giusto è un aggettivo largamente intriso di soggettività e di antropocentrismo. Insomma, lo usiamo solo per comodità. Poiché noi, membri della specie Homo sapiens, ci riteniamo”persone” a causa delle nostre capacità cognitive, riteniamo che siano “giusti” i requisiti analoghi ai nostri.
Molti animali sembrano avere alcuni requisiti cognitivi “giusti” (analoghi ai nostri). I corvi hanno una capacità di risolvere problemi davvero sbalorditiva. Cani, cavalli, elefanti possiedono forme diverse di intelligenza che spesso definiamo “umana”. Ma pochi si spingerebbero (forse a torto) a ritenere “persona” un corvo o anche un elefante. Molti, invece, sono disponibili a prendere almeno in considerazione la possibilità di definire “persone” – naturalmente “persone non umane” – le grandi scimmie antropomorfe. In particolare gli scimpanzé. Per motivi strutturali: il Dna degli scimpanzé è per il 98% e oltre uguale al nostro. Per le dimensioni, assolute e relative, del cervello. Ma soprattutto perché mostrano di avere capacità cognitive davvero sviluppate: intelligenza sociale, capacità di utilizzare strumenti, capacità di risolvere problemi inediti, capacità (mediante imitazione) di trasmettere i caratteri culturali acquisiti, coscienza. E persino, a quanto pare, autocoscienza. Gli scimpanzé si riconoscono allo specchio. E, quindi, hanno coscienza di un “sé” distinto dall’”altro”.
I delfini sanno fare come e persino meglio degli scimpanzé. Dopo l’uomo sono gli esseri più intelligenti del pianeta Terra, ha spiegato Lori Marino – esperto di neuroanatomia dei cetacei in forze alla Emory University di Atlanta, Stati Uniti – nel corso del meeting di San Diego. E quindi, come e più degli scimpanzé, devono essere considerate “persone non umane”.
Hanno, infatti, i requisiti strutturali “giusti”. Un cervello di 1.600 cm3, persino più grande del nostro (che è, in media, di 1.350 cm3). Ma, soprattutto, un tasso di encefalizzazione (il rapporto tra il peso del cervello e il peso del corpo) superiore a quello degli scimpanzè e secondo, appunto, solo a quello di noi umani. Nel loro grosso cervello hanno, inoltre, una neocorteccia molto complessa e sviluppata. E la neocorteccia negli umani è la sede delle capacità cognitive superiori: da quelle relative alla soluzione di problemi, all’intelligenza sociale, alla coscienza. Nei delfini sono stati trovati anche i neuroni von Economo, che noi (e gli scimpanzé) attiviamo quando instauriamo relazioni sociali complesse, elaboriamo pensieri astratti o, addirittura, una teoria della mente. Nessun dubbio, dunque: in quanto a struttura cerebrale “giusta”, i delfini sono i più simili a noi, che ci autodefiniamo sapienti. Persino più degli scimpanzè.
Ma avere un motore non significa, necessariamente, correre. I delfini corrono in termini cognitivi? Diana Reiss, ricercatrice dell’Hunter College presso la City University of New York, una vita spesa a studiare i mammiferi marini negli acquari e in mare, non ha dubbi: i delfini usano in tutte le sue potenzialità il loro robusto motore cognitivo. Hanno un comportamento sociale intelligente almeno quanto quello delle grandi scimmie antropomorfe; hanno auto-controllo; capiscono cosa vuole fare l’altro; hanno personalità; comprendono complesse istruzioni impartite dagli umani; hanno una capacità di apprendere e di risolvere problemi inediti. E si riconoscono allo specchio. Sono, dunque, dotati di autocoscienza.
Per tutti questi motivi nessun altro essere vivente come i delfini, sostengono alcuni ricercatori, può autorevolmente candidarsi a essere riconosciuto come “persona non umana”.
Molti ricercatori sono più prudenti di Diana Reiss e di Lori Marino. In realtà noi sappiamo ancora troppo poco dei delfini. Dobbiamo studiarli ancora. E appropriatamente. Nel loro ambiente naturale, non in cattività. Dobbiamo studiarli almeno quanto gli scimpanzé, per poter elaborare un’analisi comparativa tra l’intelligenza (le intelligenze) dei mammiferi marini e l’intelligenza (le intelligenze) dei nostri cugini primati.
Al netto di tutto questo resta la candidatura dei delfini a concorrere per la definizione di “persona non umana”. Il concorso – vale la pena di ribadirlo – ha un interesse solo per noi e la scia del tutto indifferente i nostri amici marini.
Ma la domanda, almeno per noi, è di grande interesse: cos’è intendiamo per “persona”? Lo abbiamo già detto. Non esiste una definizione scientifica rigorosa. Tuttavia molti filosofi sono d’accordo nel ritenere persona un essere vivente che ha delle emozioni, che è consapevole dell’ambiente in cui vive, che ha personalità, auto-controllo e ha relazioni appropriate sia con i membri della sua stessa specie, sia con gli altri esseri viventi, sia con il resto dell’ambiente in cui vive.
Se questo identikit di persona ha una qualche validità, allora non c’è dubbio: i delfini, come gli scimpanzé, sono persone. In particolare, sono “persone non umane”.
Cosa implica, tutto ciò? Per i delfini – e per gli scimpanzé – nulla. Che noi li definiamo “persone” o no, per loro non cambia – non deve cambiare – assolutamente nulla. Anche se, è notizia di ieri, uno scimpanzè alcolizzato è stato mandato in un centro di recupero.
Potrebbe cambiare qualcosa per noi. Molti sostengono che se delfini, scimpanzè e altri animali non umani sono “persone”, allora devono cambia lo statuto etico: dobbiamo trattarli come persone. Per esempio, non possiamo tenere un delfino in cattività: perché è come tenere prigioniero una persona (appunto) innocente.
Non tutti sono d’accordo. L’etica fondata sul concetto di “persona” è troppo antropocentrica. Occorre portare rispetto per tutti gli esseri viventi, indipendentemente dalla loro somiglianza con Homo sapiens. Ma davvero possiamo considerare un verme o anche un moscerino con la stessa dignità di un delfino o di uno scimpanzé? In fondo noi siamo animali e abbiamo una naturale simpatia per chi ci somiglia di più (anche i delfini hanno più simpatia per noi che per le acciughe).
La discussione – etica, filosofica e scientifica – è aperta. Ne dobbiamo sapere di più. Intanto, però, ne sappiamo abbastanza per dire che capacità cognitive superiori caratterizzano, certo, la specie umana. Ma non sono prerogative esclusive di Homo sapiens. E neppure della linea evolutiva che ha portato a Homo sapiens. Sappiamo che in noi umani non c’è alcuna specialità apriori. Le nostre capacità si sono sviluppate nella storia. Per un misto di caso, contingenza e necessità. E tutto questo ci obbliga a un salutare bagno di umiltà.
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Rapimenti da parte di alieni: tubi cilindrici e l’anima.




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Molti di voi conoscono i lavori del Prof.Malanga nel campo dei rapimenti. Dalle sue ricerche è emerso che uno degli obbiettivi principali, se non l’obbiettivo principale, dei loro piani ( loro gli alieni ) e dei loro programmi è la nostra parte animica, la nostra anima. ( vi rimando al sito del Prof. Malanga per approfondimenti : www.ufomachine.org ).  Molti dei rapiti assistiti dal ricercatore toscano hanno riferito di una specifica strumentazione che servirebbe esattamente ad estrarre e “spostare”  l’anima dal corpo del rapito verso altre entità, che potevano essere un suo clone od anche esseri alieni. Ho sempre trovato impressionante che così tanti rapiti ricordassero questo specifico dettaglio perchè naturalmente ciò ne confermava la credibilità. Era altresì difficile capire come mai i riferimenti all’anima e alle procedure per operare su di essa fossero una caratterstica “italiana”. Ho scoperto che vi era una risposta molto semplice a questo dilemma: semplicemente mi sbagliavo!  Pur non avendo letto tutti i rapporti e tutti gli studi di settore provenienti da altri paesi era convinto di conoscere l’argomento a sufficienza da poter dire che negli altri paesi, sopratutto negli States, questi dettagli non venivano raccontati. Una giustificazione parziale e non soddisfacente che adducevo era la diversa tecnica di ipnosi, ipotizzando che forse quella operata dai colleghi d’oltreoceano di Malanga non fosse altrettanto efficace.  Invece quei dettagli ci sono, anche in America ci sono addotti che parlano dell’anima e dei macchinari cilindrici. Grazie al lavoro di Linda Multon Howe li ho finalmente scoperti.
Eccone alcuni esempi:
Linda Porter: 1963 Porterville, California.
Di questo caso vi riporto le immagini che Linda Porter, l’addotta,  ha disegnato su richiesta della ricercatrice Linda Multon Howe. Esse sono già di per se significative ma  vi riporto anche un estratto della sua testimonianza. Per tutti gli approfondimenti, di questo e gli altri casi che citerò,  il sito è www. earthfiles.com
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“Non ricordo l’esatto meccanismo di come questo funzionasse, ma la sua anima veniva sollevata sopra il suo corpo morente! Essa lasciò il corpo nell’area del plesso solare ( dietro lo stomaco ). Essa era lunga circa 80 cm, larga circa 2 o 3 cm e la sua bellezza toglieva il fiato, di un giallo iridescente con un parte centrale bianca brillante che irradiava un calore gentile. C’era un strato arancio pastello attorno al giallo”
“L’anima galleggiò attraverso la stanza verso un altro corpo che sembrava lo stesso uomo solamente a 25 anni di età. Il nuovo corpo sembrava vuoto. Non mi viene nessun altro modo per descriverlo, come un contenitore vuoto. Il vecchio corpo era adesso bluastro e ovviamente morto”.
La descrizione continua ma già a questo punta balzano agli occhi le similitudini con i racconti dei rapiti italiani su cui si basano gli studi di Malanga.
Wanna Lawson : Pensilvania, Turnpike 1978
Anche in questo la testimonianza è di una donna di cui vi traduco uno stralcio della testimonianza.
“Camminammo attraverso la nave e finimmo in questa grande stanza con i tubi. I tubi erano allineati alle pareti. Sembravano essere di vetro ma non era vetro. I tubi erano larghi circa 70 cm e alti poco meno di 3 metri. Tubi cilindrici. Abbastanza grandi da contenere i corpi alti e grigi… e ora io cambio il corpo con uno alto, magro, della femmina con i capelli scuri nel tubo. Ma come l’ho fatto non lo so. La sola cosa che so è che riesco a ricordare che quello era il mio vecchio “altro corpo”- che era conosciuto al maschio alto umanoide che mi guidava”.
Ken Rose: Lansing, Michigan 1992
Altra testimonianza. In questo caso non si parla di anima in senso stretto ma dei corpi pronti ad ospitarla.
“Non so come sono arrivato sulla nave, ma quelle piccole cose grigie mi portarono dove c’erano tre donne all’interno di tre cilindri. Era una stanza piccola tutta scura fatta eccezione per i contenitori che erano illuminati. C’era una qualche tipo di luce fioca all’interno del cilindro. Era un luce bianca con il guscio di un uovo, così bella, ma aveva un odore acido di pura vaniglia che mi nauseò… Le tre donne era coperte da una polvere dorata. Uno dei grigi disse : sono in costruzione, sono vive ma non coscienti”.
KenRoseTubeLadies3
Ora riporto un breve passaggio tratto da “Alien Cicatrix” del Prof. Malanga. Si tratta di una testimonianza fornita sottoipnosi:
“Io guardavo… e ho visto mettere sonde e tubi in ogni parte del mio corpo… ma dirlo era
difficile… faceva male…
“Ora che fanno?”
“Mi portano in un’altra stanza… passiamo dal muro…”
“Chi c’è?”
“Quello biondo… e il serpente…”
“Tu dove sei? “
“… in… in un 
cilindro…”
“Com’è questo cilindro?”
“…trasparente”
“Tu dove sei?”
“… li dentro…”
Piaccia oppure no, queste sono delle conferme esterne al lavoro del professor Malanga e ciò non vuole essere un riconoscimento alla persona ma piuttosto una valutazione sul significato ed il contenuto dei suoi studi. Per anni ci siamo chiesti cosa venissero a fare e Malanga ci ha fornito una risposta. Il fatto che fino ad oggi, per quanto mi riguarda, tale risultato derivasse esclusivamente dal suo lavoro mi lasciava onestamente perplesso, temevo in qualche modo che ci fosse un’influenza sua od ambientale, che induccesse involontariamente e nonostante tutte le precauzioni  le persone in contatto con lui ad incanalarsi verso certe conclusioni.
Vi era insomma un margine di errore che ora mi appare assai ridotto: è la nostra anima che vogliono.
“I don’t know how I got there (in craft), but these little grey things took me where there were three ladies inside tubes. It was a little, round room that was all dark except around the tubes where it was lighted. There was some kind of dim light inside the tubes. It was an eggshell white light, so beautiful, but it smelled like acid-sweet pure vanilla and made me nauseous. … The three women were all covered in gold metallic dust. … One of the grey things said, ‘They’re under construction.’ They were alive, but not awake.”
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scienziati italiani vogliono ricreare l’uro , il mastodontico bovino di 2 metri




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onostante abbiano fatto la fine del dodo e del mammut, ci sono piani per riportare in vita i bovini giganti, un animale da bestiame, con enormi corna, che un tempo – circa 400 anni fa - vagava per le foreste d'Europa.
L'uro (Bos primigenius Linnaeus, 1758) è una specie di grande bovino estinto, molto diffuso originariamente in Europa. Il nome scientifico originario dell'animale, Bos primigenius, è una traduzione latina del termine tedesco Auerochse o Urochs, che venne interpretato (forse incorrettamente) alla lettera come «bue primitivo» o «proto-bue».
Ora, alcuni scienziati italiani sperano di utilizzare l'esperienza genetica e allevamento selettivo dei moderni bovini selvatici per ricreare l’uro, che pesava circa una tonnellata ed era alto quasi 2 metri al garrese. Gli scienziati dicono di aver creato per la prima volta una mappa del suo genoma: «Siamo stati in grado di analizzare il DNA dal materiale osseo conservato, e creare una mappa approssimativa del suo genoma, che ci dovrebbe permettere di allevare animali quasi identici», ha detto Donato Matassino, presidente del Consorzio di Biotecnologie Sperimentali di Benevento.
«Abbiamo già fatto il nostro primo ciclo di tre incroci tra razze autoctone in Gran Bretagna, Spagna e Italia. Ora dobbiamo solo aspettare i vitelli e vedere come va a finire».
L'ultimo uro è scomparso dalle isole britanniche nell'Età del Ferro, e la razza è stata dichiarata estinta nel 1627, dopo che una femmina è morta nelle foreste della Polonia.
Nei dipinti trovati sulle pareti delle grotte, come quella di Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna sono raffigurati, dipinti in ocra e carbone, esemplari di uro, molto importanti per la sopravvivenza degli uomini primitivi. Cesare li ha descritti nel De bello gallico come animali «di dimensioni un po' sotto l'elefante» e una preda preferita di caccia delle tribù germaniche.
Dopo aver occupato un posto importante nel folklore teutonico, l’uro rimane un simbolo della tradizione in molti paesi e città d’Europa. Nell’antichità, addirittura, uccidere un uro era visto come una grande dimostrazione di coraggio.
L'ultima volta che ci fu un tentativo di ricreare l'animale è stato per ordine esplicito di Hitler, che ordinò a un paio di zoologi tedeschi di ricreare l'uro, come parte del credo del Terzo Reich in superiorità razziale ed eugenetica.
Herman Goering sperava di utilizzare l'uro per popolare una vasta riserva di caccia, che progettava di creare nei territori conquistati dell'Europa orientale.
Molti genetisti comunque sostengono che se il nuovo animale potrà assomigliare al suo antico antenato, saranno però geneticamente due specie molto diverse: «Ci sono un certo numero di razze rare che sono stati riportati alla luce negli ultimi anni, come il maiale Cumberland - ha detto il dottor Claire Barber - Ma il nostro punto di vista è che ciò che è stato ricreato è qualcosa che assomiglia a una razza antica, ma che non è geneticamente lo stesso».
Se il progetto italiano avrà successo, si solleveranno sicuramente questioni su cosa fare con un animale, che vanta dimensioni e temperamento simile a un rinoceronte irritabile: «Anche il bestiame selvatico che abbiamo oggi è molto difficile da gestire, e un uro sarebbe ancora più difficile» ha detto Barber, anche perché: «L’uro era significativamente più grande di qualsiasi tipo di bestiame in esistenza e sarebbe potenzialmente pericoloso».
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Creato il topo più intelligente batte tutti con la sua memoria

Creato il topo più intelligente
batte tutti con la sua memoria
LONDRA - E' in grado di ricordare gli oggetti per un periodo di tempo tre volte più lungo dei suoi simili. Se messo dentro un labirinto, è più abile a uscirne. E' il topolino più intelligente del mondo, afferma il suo creatore: uno scienziato che, quando lui era soltanto un embrione, gli iniettò del materiale genetico che aumentava la potenza del gene Nr2b, che aiuta a controllare il ritmo con cui comunicano le cellule cerebrali. Gli autori dell'esperimento sono convinti che la stessa tecnica potrebbe aumentare le prestazioni del cervello umano. Uomini e topi: tutti più intelligenti grazie a manipolazioni genetiche.

La scoperta annunciata dal professor Joe Tsien del Medical College della Georgia, con un articolo sulla rivista scientifica online Plos One, ripreso ieri dal quotidiano Independent di Londra, non mette tutti d'accordo. Ci sono immediate obiezioni etiche. "Si dimostra quanto sia importante regolamentare le tecnologie per le modifiche genetiche - commenta David King, direttore di Human Genetics Alert - Vogliamo davvero vivere in un mondo in cui i ricchi possono dare a se stessi e ai propri figli ancora più vantaggi sul resto dell'umanità?". Concorda Sophie Petit-Zeman della Association of Medical Research Charities: "Estrema cautela sarà necessaria ogni volta che si prospetterà un passaggio di interventi di questo tipo dagli animali agli uomini".

Ma c'è chi considera il topolino super-intelligente una speranza: "Queste ricerche potrebbero portare un giorno a cure per ridurre il rischio di sviluppare malattie come il morbo di Alzheimer e per combattere i sintomi della demenza senile", osserva Andrew Schuber dell'Alzheimer Research Trust.

Il topo, soprannominato Hobbie-J, dal nome di un personaggio di un cartone animato cinese, non è il primo esperimento del genere sostenuto dal professor Tsien, ma è il primo che dimostra la possibilità di migliorare la memoria su diversi tipi di mammiferi, aprendo la prospettiva di un utilizzo futuro anche per l'uomo. "Hobbie-J - dice - può ricordare le cose più a lungo. Il nostro studio offre la base per credere che il gene Nr2b sia decisivo per migliorare la memoria e realizzare un giorno nuovi farmaci". L'applicazione agli umani richiederà un decennio, secondo gli esperti. Ma ci sono pareri discordi anche sul piano scientifico. Per John Hardy, docente di neuroscienza all'University College London, queste ricerche non sarebbero di aiuto per chi soffre del morbo di Alzheimer: le loro cellule cerebrali critiche sono quelle morenti, non le inefficaci.

Troppa memoria, inoltre, potrebbe "riempire eccessivamente l'hard-drive del cervello umano", aggiunge lo studioso. "E' necessario che gli umani siano in grado di dimenticare le cose. Ciò avviene per impedirci di riempire il cervello con ricordi inutili. Se avessimo una memoria infallibile, non saremmo poi capaci di mettere nuove informazioni nel cervello".
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La fantascienza è realtà Ecco il raggio paralizzante

La fantascienza è realtà
Ecco il raggio paralizzante
In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica.

Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.

Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.

Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento".
fonte : CRISTINA NADOTTI


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Coccodrilli fossili emergono dal Sahara

Cinque nuove specie di coccodrilli sono stati trovati tra le sabbie del Sahara dagli archeologi del National Geographic Explorer-in-Residence guidato da Paul Sereno.

I cinque fossili abitavano il Gondwana, la massa continentale che occupava l’emisfero Sud della Terra circa 100 milioni di anni fa, quando il Niger e il Marocco erano ricoperti da una rigogliosa vegetazione solcata da grandi fiumi abitati da famiglie di questi rettili.

I coccodrilli che abitavano il Niger ed il Marocco erano animali del tutto diversi dalle specie che abitavano nei continenti del Nord, e cosa che rende la scoperta degli archeologi ancora più interessante è che le specie, che appartengono allo stesso periodo cronologico, sono state ritrovate tutte nella stessa area geografica. La specie più stupefacente scoperta da Sereno ed il suo team è il Supercroc, un gigante di 12 metri di lunghezza ed un peso di 8 tonnellate, nome scientifico Imperator Sarcosuchus. I coccodrilli fossili scoperti nel Sahara avevano andatura verticale ed agile, braccia e gambe con piedi sotto il corpo come i mammiferi terrestri anziché distese ai lati e petto che tocca il suolo come i coccodrilli odierni. Con tutta probabilità questi animali correvano sulla terraferma e poi si immergevano in acqua ed usavano il movimento della coda e del corpo come propulsione per nuotare ed andare alla ricerca di pesce e prede. Alcuni di loro mangiavano piante ed altri addirittura gli altri dinosauri.

Ecco una breve descrizione delle cinque nuove specie:

BoarCroc: Sei metri di lunghezza, andatura eretta, un mangiatore di carne con muso corazzato e fornito di zanne per tagliare la carne, muso rinforzato con armatura ossea, si nutriva di dinosauri. Zona Niger.

PancakeCroc: Sei metri di lunghezza, con tre strati di scorza dura sul capo, mascelle dotate di una fila di denti appuntiti. Si nutriva di pesce. La tecnica con la quale si procurava le prede era quella di aspettare che esse nuotassero entro il suo raggio di azione. Zona Niger e Marocco.

DuckCroc: Lungo un metro, andatura eretta, era un coccodrillo fornito di becco lungo e liscio, possedeva un olfetto sensibilissimo e denti uncinati. Fiutava la vegetazione e le acque poco profonde in cerca di rane, larve e piccoli pesci. Zona Niger.

DogCroc: Lungo un metro, andatura eretta, erbivoro, con zampe molto sottili, in teoria usate per la corsa. Zona Niger.

RatCroc: Lungo un metro, andatura eretta, mangiatore di larve. Denti utilizzati per scavare il terreno alla ricerca di tuberi e insetti. Zona Marocco.

Fonte
Riadattato dal CUT

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Il mistero del lupo delle Falkland


La specie attualmente più vicina è il crisocione, un canide dall'aspetto che ricorda una volpe ma dalle zampe molto più lunghe, che vive in Sud America
Da quando fu descritto da Darwin, l'origine dell'ormai estinto "lupo" della Falkland (Dusicyon australis) - chiamato anche volpe delle Falkland o warrah - è rimasto sempre un mistero. Ora per cercare di diradare la nebbia che avvolge le sue origini ricercatori dell'Università della California a Los Angeles e dell'Università di Adelaide in Australia hanno analizzato e confrontato il DNA estratto da quattro esemplari imbalsamati di quelli conservati nei musei.

"E' davvero strano che l'unico mammifero nativo dell'isola fosse un grande canide. Non ci sono altri mammiferi indigeni, neppure un topo. Ed è ancora più strano se si considera che le Falkland distano 480 chilometri dalle coste del Sud America. Il problema è: come ci è arrivato?", dice Graham Slater, che firma con i collaboratori un articolo su "Current Biology".

Quella del lupo delle Falkland fu una delle scoperte che influì sul pensiero di Darwin, che, dopo aver notato le differenze fra il lupo che viveva su Falkland occidentale e quello che risedeva su Falkland orientale, fu indotto a ritenere che le specie non fossero entità fisse.

Le possibili spiegazioni della presenza del "lupo" sulle isole, che non sono mai state connesse al Sud America, sono state le più svariate, da quelle che lo vedevano approdato sull'arcipelago dopo esservi stato trasportato da blocchi di ghiaccio o tronchi alla deriva. fino alla loro domesticazione da parte dei nativi americani che li avrebbero portati fino a lì. Quanto alla sua filogenesi, i biologi hanno variamente ipotizzato che fosse imparentato con il cane domestico o con i coyote del Nord America o ancora con le volpi del Sud America. Slater osserva che l'animale aveva la taglia di un coyote, ma che era molto più tarchiato, mentre la pelliccia era del colore delle volpi rosse; il muso era corto, come le volpi grige, e la pelliccia era folta e lanosa.

I risultati delle analisi dei ricercatori indicano ora che la specie attualmente più vicina al lupo delle Falkland è il crisocione (Chrysocyon brachyurus), un canide dall'aspetto che ricorda una volpe, ma dalle zampe molto più lunghe. Inoltre i quattro esemplari, provenienti da isole differenti, avevano un antenato comune risalente a 70.000 anni fa, e questo indica che il loro arrivo sull'arcipelago è precedente alla fine dell'ultima era glaciale e anche all'arrivo dei primi uomini nel Nuovo Mondo. Un risultato che porta a scartare la teoria finora più diffusa secondo cui la sua presenza fosse in qualche modo legata ai nativi americani.

"La sorpresa più grossa è che la divergenza del lupo delle Falkland dal suo parente più stretto, il crisocione, risale a oltre sei milioni di anni fa. Ma non vi sono reperti fossili di canidi in Sud America fino a 2,5 milioni di anni fa, e ciò potrebbe indicare una possibile ascendenza in Nord America. Il problema tuttavia è che nel Nord America non ci sono fossili che possano essere attribuiti alla linea filogenetica del lupo delle Falkland", prosegue Slater: Si tratta dunque di approfondire le ricerche in Sud America, e Slater indica come possibile candidato a "parente stretto" del lupo delle Falkland un canide estintosi fra i 6000 e 8000 anni fa, Dusicyon avus, di cui sono stati trovato fossili in Patagonia.
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Gli animali e il loro rapporto con la morte

Penso che chiunque abbia mai posseduto in casa un cane o un gatto si sarà chiesto, almeno una volta, se questi esseri viventi, che condividono con noi l'avventura su questa terra, sanno di dover prima o poi, morire. Sarà capitato qualche volta di vedere come gli animali 'interagiscono' con la morte di un loro simile. E le domande sorgono spontanee. Come è il loro rapporto con la morte ?

La risposta arriva da Danilo Mainardi, eminente etologo italianoche ha affrontato questo tema sull'ultimo numero della rivista Focus Extra.

Secondo Mainardi, gli animali soffrono per la morte dei propri simili, ma non hanno coscienza che la stessa sorte capitera' a loro, e tantomeno hanno le facolta' per comprendere cosa sia il suicidio.

"In molti animali, specialmente quelli evoluti e che hanno una vita sociale, c'e' l'evidente consapevolezza della morte altrui, che spesso da' luogo a sofferenza. Ho visto personalmente - dice l'esperto - due giovani gorilla soffrire in modo evidente per la morte del loro padre e capobranco".

Tuttavia "cio' che solo l'uomo riesce a fare e' il ragionamento che se un essere uguale a me muore, allora prima o poi tocchera' anche a me. Manca cioe', negli animali, la coscienza della propria morte".

Neppure una serie di comportamenti messi in atto da alcuni animali poco prima di morire, sembrano convincere Mainardi sulla presunta consapevolezza - sostenuta da altri etologi - che la fine sia vicina:"Pensare che un animale sappia di essere prossimo alla morte e' una nostra deduzione. Gli occhi tristi con cui gli animali domestici sembrano salutare il padrone di casa prima di morire possono essere solo il segno di una loro sofferenza fisica, capace di provocare paura e smarrimento. Mentre l'allontanamento che si osserva negli animali sociali dal branco di appartenenza potrebbe essere spiegato con la loro incapacita' di restare nel gruppo, per la vecchiaia o la malattia".

Secondo l'etologo dunque e' improprio parlare di 'suicidio' in relazione al mondo animale: "Se per suicidio intendiamo la volonta' di morire - conclude Mainardi - allora direi che non esiste nessun caso noto negli animali".

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Bagheera : il ragno vegetariano

A differenza di tutte le altre 40.000 specie di ragni, il ragno tropicaleBagheera kiplingi si nutre pressoché esclusivamente dell'apice delle foglie delle piante di acacia su cui vive

Le specie di ragni descritte sono circa 40.000 e tutte sono rigorosamente predatrici. O meglio, tutte meno una. Un gruppo di ricercatori dellaVillanova University e dellaBrandeis University ha infatti scoperto che un ragno saltatore delle regioni tropicali del Sud America e del Messico meridionale dal suggestivo nome, Bagheera kiplingi, ha una dieta quasi esclusivamente vegetariana.

Come viene descritto in un articolo a firma Christopher J. Meehan, Eric J. Olson e collaboratori su “Current Biology”, l'alimento prediletto di B. kiplingi sono i corpi del Belt, piccole strutture presenti all'apice delle foglioline di Acacia cornigera e di specie affini, che sono ricche di proteine, grassi e vitamine. Per questo i corpi del Belt sono molto appetiti anche da alcune specie di formiche che vivono nelle spine cave caratteristiche della quella pianta, e in cmbio la difendono dai parassiti: ben noto, il mutualismo fra queste formiche e l'acacia è uno degli esempi di coevoluzione più studiati.

Di fatto, B. kiplingi è l'unico ragno che consumi pressoché esclusivamente alimenti vegetali solidi. Solo occasionalmente preda piccoli invertebrati, e quasi unicamente larve delle formiche che difendono la pianta, ma tutte le osservazioni e le analisi dei tessuti confermano che questi aracnidi hanno una dieta essenzialmente vegetariana.

Finora si sapeva che alcuni ragni, soprattutto fra quelli che non tessono la tela, consumavano occasionalmente nettare e polline, ma solo come rara integrazione di una dieta quasi completamente carnivora.

Ma non è tutto: "Si pensa che i ragni semplicemente non siano in grado mangiare cibo solido”, spiega Meehan. Essi infatti digeriscono le loro prede esternamente e tutto ciò che ha un diametro superiore al micrometro viene filtrato a livello di faringe del ragno che estrae i succhi vitali. I corpi del Belt sono però formati all'80 per cento da fibre strutturali di dimensioni piuttosto grandi per gli standard dei ragni. "I ragni dell'acacia consumano completamente questi 'vegetali', spesso in meno di cinque minuti."

Il ragno peraltro è estraneo alla relazione di mutualismo che lega la pianta e le formiche, dato che non si interessa di proteggerla da altri parassiti e per quanto riguarda i suoi rapporti con le formiche, "i ragni saltatori possiedono in genere capacità sensoriali spiccatissime e una grande agilità, e Bagheera non fa eccezione. I singoli ragni utilizzano diverse strategie flessibili a seconda della situazione per sfuggire alle formiche."

Inoltre, nelle parti meno "interessanti" della pianta il ragno costruisce la propria tela per difendere sé e le proprie uova da possibili spedizioni punitive delle formiche. Ma fa di più: i giovani della specie somigliano molto alle formiche e si muovono imitandole, e questa è una delle ragioni per cui, nonostante i molti studi sulle acacie, le caratteristiche di B. kiplingi erano finora passate inosservate. Secondo Meehan questi ragni potrebbero essere anche in grado di produrre le sostanze chimiche volatili che caratterizzano le formiche, un problema che si ripromette di affrontare nel prossimo studio.

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Lyuba , il piccolo mammut

La carcassa perfettamente conservata di un baby-mammut lanoso, morto dopo esser stato risucchiato nel letto di un fiume fangoso circa 40.000 anni fa, sta rivelando ai paleontologi una serie di preziosi segreti su come la specie sia riuscita a sopravvivere nel suo habitat glaciale.

Il mammut, ribattezzato Lyuba, aveva circa un mese quando morì nella tundra siberiana; ed e' rimasto sepolto per migliaia di anni sotto uno strato di permafrost dove tre anni fa lo hanno ritrovato, praticamente intatto, alcuni allevatori di renna. Il corpo era cosi' ben conservato che nel suo stomaco sono state ritrovate tracce del latte materno, mentre in bocca e in gola gli scienziati hanno individuato del sedimento, il che significa che probabilmente il piccolo soffoco' mentre cercava di liberarsi dal fango.

Il ritrovamento ha fornito molte informazioni agli scienziati,compreso il meccanismo attraverso cui le cellule di grasso scuro sulla gobba posteriore della testa aiutavano i mammut a mantenere la temperatura corporea.

Il cucciolo, ritrovato nella penisola artica russa di Yamal, pesava circa 110 chili ed aveva le dimensioni di un grosso cane. Rimasti intatti gli occhi, la pelle e gli organi del baby-mammut, gli scienziati adesso contano di poter ricavare il suo DNA e capire che cosa porto' la specie a estinguersi circa 10.000 anni fa.

Nel frattempo e fino al 2014, Lyuba comincera' un tour nei musei di paleontologia di tutto il mondo, informa il britannico Times", a partire dal The Field Museum di Chicago.

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