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Creato il topo più intelligente batte tutti con la sua memoria

Creato il topo più intelligente
batte tutti con la sua memoria
LONDRA - E' in grado di ricordare gli oggetti per un periodo di tempo tre volte più lungo dei suoi simili. Se messo dentro un labirinto, è più abile a uscirne. E' il topolino più intelligente del mondo, afferma il suo creatore: uno scienziato che, quando lui era soltanto un embrione, gli iniettò del materiale genetico che aumentava la potenza del gene Nr2b, che aiuta a controllare il ritmo con cui comunicano le cellule cerebrali. Gli autori dell'esperimento sono convinti che la stessa tecnica potrebbe aumentare le prestazioni del cervello umano. Uomini e topi: tutti più intelligenti grazie a manipolazioni genetiche.

La scoperta annunciata dal professor Joe Tsien del Medical College della Georgia, con un articolo sulla rivista scientifica online Plos One, ripreso ieri dal quotidiano Independent di Londra, non mette tutti d'accordo. Ci sono immediate obiezioni etiche. "Si dimostra quanto sia importante regolamentare le tecnologie per le modifiche genetiche - commenta David King, direttore di Human Genetics Alert - Vogliamo davvero vivere in un mondo in cui i ricchi possono dare a se stessi e ai propri figli ancora più vantaggi sul resto dell'umanità?". Concorda Sophie Petit-Zeman della Association of Medical Research Charities: "Estrema cautela sarà necessaria ogni volta che si prospetterà un passaggio di interventi di questo tipo dagli animali agli uomini".

Ma c'è chi considera il topolino super-intelligente una speranza: "Queste ricerche potrebbero portare un giorno a cure per ridurre il rischio di sviluppare malattie come il morbo di Alzheimer e per combattere i sintomi della demenza senile", osserva Andrew Schuber dell'Alzheimer Research Trust.

Il topo, soprannominato Hobbie-J, dal nome di un personaggio di un cartone animato cinese, non è il primo esperimento del genere sostenuto dal professor Tsien, ma è il primo che dimostra la possibilità di migliorare la memoria su diversi tipi di mammiferi, aprendo la prospettiva di un utilizzo futuro anche per l'uomo. "Hobbie-J - dice - può ricordare le cose più a lungo. Il nostro studio offre la base per credere che il gene Nr2b sia decisivo per migliorare la memoria e realizzare un giorno nuovi farmaci". L'applicazione agli umani richiederà un decennio, secondo gli esperti. Ma ci sono pareri discordi anche sul piano scientifico. Per John Hardy, docente di neuroscienza all'University College London, queste ricerche non sarebbero di aiuto per chi soffre del morbo di Alzheimer: le loro cellule cerebrali critiche sono quelle morenti, non le inefficaci.

Troppa memoria, inoltre, potrebbe "riempire eccessivamente l'hard-drive del cervello umano", aggiunge lo studioso. "E' necessario che gli umani siano in grado di dimenticare le cose. Ciò avviene per impedirci di riempire il cervello con ricordi inutili. Se avessimo una memoria infallibile, non saremmo poi capaci di mettere nuove informazioni nel cervello".
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Quale musica ci piace di più? A deciderlo è il nostro Dna

Lo studio di un ateneo londinese rivela l'influsso del codice genetico sui gusti musicali. La natura conta più dell'educazione se si parla di pop, classica e hip-popdi GIUSI SPICA


Quale musica ci piace di più?
A deciderlo è il nostro Dna
VI SIETE MAI chiesti che musica va vibrare il vostro Dna? La domanda appare insolita, ma non lo è: se siete curiosi di sapere perché preferite il pop al rock, l'heavy metal alla musica classica, il folk all'hip-pop, sappiate che è il segreto è nel vostro patrimonio genetico.

Lo studio. A rivelarlo è uno studio condotto da Nokia e dal King's College London Department of Twin Research, che ha sondato le abitudini di ascolto di quasi quattromila gemelli omo ed eterozigoti per scoprire quanto i fattori genetici si intreccino con quelli ambientali nel determinare i gusti musicali. Il risultato? Le influenze variano in base al genere, anche se, in generale, natura ed esperienze individuali giocano alla pari.

Pop, classica, rap e hip-pop. Di fronte all'ira dei vostri vicini di casa che non ne possono più di sopportare fino a notte fonda le note di Michael Jackson, Beethoven o Jay-Z, potrete sempre dare la colpa ai vostri geni. Infatti - secondo lo studio - nel determinare l'amore per la musica pop, classica e hip-pop la natura ha la meglio sulla volontà, incidendo per il 53%.

Jazz, blues e soul. I geni dettano i gusti discografici anche nel caso di jazz, blues e soul, ma in misura di poco inferiore alle esperienze personali. Sembra, infatti, che la passione per Louis Armstrong, Ray Charles o Steavy Wonder sia determinata dai geni per il 46%.

Rock, indie e heavy metal. L'educazione prende il sopravvento sulla natura negli appassionati di Pink Floyd, Radiohead o Iron Maiden. Per chi ama rock, indie ed heavy metal - secondo lo studio - i geni contano solo per il 40%. Il resto va imputato all'educazione familiare e alle esperienze personali.

Folk e country. Il fattore genetico lascia definitivamente il campo a quello ambientale per quanto riguarda l'amore per il folk e il country. Se nella vostra collezione discografica un posto d'onore spetta ad Hank Williams, Dolly Parton e Joni Mitchell, la responsabilità è solo per il 24% dei vostri cromosomi.

Esistono i geni musicali? "Studi precedenti hanno mostrato che la capacità di intonazione perfetta sembra essere in parte intrinseca e fino al 50% i nostri gusti musicali sono predeterminati. Sembra vi siano buone ragioni per sospettare l'esistenza di veri e propri geni della musica", spiega Adrian North, professore di psicologia alla Heriot Watt University. In ogni caso, l'influenza del Dna è superiore al 50% negli under 50, mentre diminuisce per chi ha superato il mezzo secolo d'età.

Niente influsso sulle abitudini d'ascolto. La natura sembra invece non giocare nessun ruolo sulle motivazioni che spingono ad accendere la radio ed abbandonarsi alle note del proprio artista preferito. Sulle abitudini di ascolto - si legge nella ricerca - incidono soprattutto lo stato d'animo del momento, il desiderio di farsi accompagnare durante la giornata da una colonna sonora o, semplicemente, la voglia di staccare un attimo da tutto il resto. Se siete in una giornata no, quindi, non stupitevi che anche l'artista che va ballare il vostro dna vi risulti insopportabile.
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Il gene corrotto che provoca il cancro al seno

Un nuovo gene implicato nell'insorgenza del cancro al seno è stato scoperto da un gruppo di ricercatori inglesi. Il suo nome è NRG1(neuregulin-1) e, in condizioni normali, agisce come protettore del nostro organismo, ostacolando la crescita di metastasi in seguito al danneggiamento del DNA delle cellule e creando in tal modo un argine nei confronti di quelle maligne.

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Lo studio dell'Università di Cambridge diretto dal dott. Paul Edwards e pubblicato sulla rivista “Oncogene” giunge alla conclusione che almeno il 50% dei casi di tumore al seno è provocato dal gene NRG1, localizzato sul cromosoma 8. I ricercatori si sono resi conto che in molti casi le cellule tumorali perdono una parte di questo cromosoma; analizzando campioni di cancro al seno, i medici hanno scoperto che anche una parte del gene chiave era stata a sua volta persa. Secondo Edwards, potremmo essere di fronte alla “più importante scoperta di un gene soppressore del tumore negli ultimi 20 anni, la quale ci dà informazioni vitali su un nuovo meccanismo che provoca il cancro al seno”. Secondo Arlene Wilkie del Breast Cancer Campaign, che ha cofinanziato lo studio, “conoscere l'identità di questo gene porterà a studi molto più dettagliati su come funziona e come è coinvolto nello sviluppo del tumore alla mammella. Questa ricerca è un importante passo avanti nella comprensione della dinamica del cancro e potrebbe aprire una serie di nuove strategie per migliorare la diagnosi e il trattamento”.
Il gene potrebbe rivelarsi fondamentale, in realtà, anche nello studio di altri tipi di tumori, come aggiunge lo stesso Edwards: “Abbiamo prove evidenti - prosegue lo scienziato - che il gene è implicato nel cancro al seno, ma non abbiamo motivo di pensare che non sia lo stesso per altri tumori, tra cui il cancro alla prostata e al colon. Scoprire quali geni sono stati disattivati in questi tumori è un enorme aiuto nel capire cosa è andato male con la loro biologia”.
Resta da spiegare il meccanismo per il quale l'NRG1 viene danneggiato e in quale modo aiuti lo sviluppo del cancro, in modo di mettere a punto, in un futuro che si spera prossimo, trattamenti mirati atti a contrastare tali effetti.



Andrea Piccoli
http://italiasalute.leonardo.it
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Clonato in Tasmania l'albero più vecchio del mondo.

Scienziati della Tasmania, in Australia, hanno clonato artificialmente il piu' antico fusto di albero conosciuto al mondo per salvarlo dall'infestazione di una letale crittogama. La pianta, conosciuta come Kings Lomatia, o Lomatia tasmanica, fu scoperta in una remota foresta nel sudovest dell'isola 70 anni da un minatore di stagno e in base alla datazione al carbonio risulta avere 43 mila anni, il che ne farebbe il più vecchio essere vegetale del pianeta.

Da un primo fusto, per clonazione, sono nati altri 500 fusti ma complessivamente si tratta di un unico organismo vivente.

Lo ha detto alla radio Abc la botanica Natalie Tapson dei giardini botanici di stato, che guida il progetto di salvataggio degli arbusti attaccati da una Phytophera allogena. Il fungo, che attacca le radici, si sta infatti diffondendo nella pianura erbosa che circonda l'habitat delle piante millenarie.

"La phytophera prosciuga le piante - spiga Tapson - e la Lomatia e' molto suscettibile alla disponibilita' di acqua, se raggiungesse la popolazione esistente, di soli 500 ceppi, la ucciderebbe". Non solo, la pianta, che vive in un posto mantenuto segreto per evitare che turisti e curiosi possano alterarne gli equilibri, ha un'altra caratteristica che le rende unica: per una 'stravaganza genetica' si riproduce da sola per clonazione. Da un tronco principale, spiegano gli scienziati, sono nati per clonazione altri 500 fusti.

Dopo anni di lavoro, gli scienziati sono riusciti ad emulare la natura, clonando con successo la pianta da una coltura di tessuto organico,per creare una popolazione di 'riserva' in un'oasi protetta, anch'essa chiusa al pubblico. "Abbiamo circa 20 piante - conclude Tapson - che sono sopravvissute nella coltura per circa otto mesi. Speriamo di poter ricavare da esse sempre piu' esemplari". Di questi, per la gioia degli appassionati, alcuni sono stati appena esposti ai giardini botanici Tasmania.

( fonte ANSA - http://www.ansa.it )

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Sette minuti con una bella donna e il cervello maschile va in tilt

Sette minuti con una bella donna
e il cervello maschile va in tilt
LONDRA - Se in presenza di una bella donna vi capita di balbettare, confondervi, dimenticare cosa stavate facendo o dove stavate andando, consolatevi: non siete i soli. E, per di più, è madre natura che ha programmato noi uomini in maniera da comportarci in questo modo. Una ricerca pubblicata in Gran Bretagna conferma infatti il vecchio luogo comune secondo cui il maschio, davanti alla bellezza femminile, perde la testa. Ebbene, sembra proprio così: basta un incontro fugace con una donna attraente e il cervello maschile smette di funzionare, perde colpi, non fa più il suo mestiere. "La donna più sciocca può manovrare a suo piacimento un uomo intelligente", diceva Kipling: se poi è carina, non c'è genio che possa resisterle.

"Il sex appeal fa andare l'uomo giù di testa" è il titolo con cui il quotidiano Daily Telegraph di Londra riassume la ricerca, apparsa sull'autorevole Journal of Experimental and Social Psychology. Si tratta di uno studio condotto da psicologi della Radbouds University, in Olanda, che hanno sottoposto a una serie di test un campione di studenti maschi eterosessuali. A tutti è stato chiesto per esempio di ricordare una successione di lettere dell'alfabeto. Quindi ciascuno degli studenti ha trascorso sette minuti in compagnia di una donna attraente. Poi il test è stato ripetuto. La seconda volta, tutti gli studenti hanno ottenuto risultati decisamente peggiori della prima.

Gli studiosi pensano che la ragione sia questa: quando incontrano una donna che a loro piace, gli uomini usano istintivamente gran parte delle loro funzioni cerebrali, ossia delle risorse cognitive, per fare buona impressione su di lei, insomma per far colpo, e nel cervello rimangono dunque scarse risorse per altre funzioni. Gli psicologi olandesi hanno avuto l'idea di condurre un simile esperimento quando uno di loro si è accorto che, dopo aver avuto una conversazione con una donna che lo aveva colpito per la sua bellezza e che non aveva mai incontrato prima, lui non riusciva a ricordare l'indirizzo di casa propria, in risposta a una domanda della sua interlocutrice per sapere dove vivesse.

Il professor George Fieldman, membro della British Psychological Society, commenta sul Telegraph che i risultati riflettono il fatto che gli uomini sono programmati dall'evoluzione per pensare a come trasmettere i propri geni. "Quando un uomo incontra una donna", afferma lo studioso, "è concentrato sulla riproduzione. Ma una donna cerca anche altri attributi, come la gentilezza, la sincerità, la stabilità economica". E in effetti la ricerca suggerisce che le donne non perdono la testa allo stesso modo, quando incontrano un uomo bello e affascinante.

Il test, secondo gli esperti, potrà essere utile per valutare le prestazioni di uomini che flirtano con le colleghe sul posto di lavoro o i risultati accademici nelle scuole miste. Senza contare che d'ora in poi l'uomo avrà una scusa in più, se si rende ridicolo di fronte a una bella donna: potrà sempre dare la colpa ai cavernicoli nostri antenati e all'evoluzione delle specie.
www.repubblica.it
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L'enigma degli antenati degli europei


Il Giornale OnlineBuona parte del DNA mitocondriale degli europei moderni non deriva solo da quello delle prime popolazioni di cacciatori-raccoglitori né solo da quello dei primi agricoltori, che per di più rappresentavano due gruppi geneticamente distinti.

Analizzando il DNA estratto da ossa rinvenute in antiche tombe della prime popolazioni europee di cacciatori-raccoglitori e di agricoltori, e confrontandolo con quello di europei moderni, un gruppo di ricercatori anglo-tedesco ha scoperto non solo che gli agricoltori non discendevano dai cacciatori-raccoglitori, ma anche che l'82 per cento dei tipi di DNA mitocondriale identificati nei cacciatori-raccoglitori è piuttosto raro fra gli europei contemporanei. La scoperta, pubblicata su "Science" da un lato chiarisce alcuni aspetti del problema, ma dall'altro ripropone l'enigma di chi siano gli antenati degli europei moderni.

L'uomo è arrivato in Europa circa 45.000 anni fa, sostituendo i Neandertal, e affrontando successivamente numerosi cambiamenti climatici, compresa l'ultima era glaciale, dopo la cui fine - circa 11.000 anni fa - il loro stile di vita è rimasto immutato ancora per migliaia di anni per essere poi lentamente sostituito dall'agricoltura. A lungo si è dibattuto se questo cambiamento nello stile di vita sia stato portato da una nuova popolazione o se la diffusione abbia riguardato solamente l'idea di agricoltura.

La nuova ricerca mostra appunto che i primi agricoltori dell'Europa centro-settentrionale non possono essere stati i discendenti dei cacciatori-raccoglitori che erano arrivati prima di essi. Ma la cosa più sorprendente è che mentre gli attuali europei non possono essere i discendenti dei soli cacciatori-raccoglitori o dei soli agricoltori, non sembra neppure che che siano la mera mescolanza di questi due gruppi.

"E' veramente strano", osserva Mark Thomas, dell'University College di Londra e coautore dello studio. "Per oltre un secolo il dibattito si è incentrato sulla domanda 'quanti cacciatori-raccoglitori e quanti primi agricoltori?. Ma ora che per la prima volta siamo in grado di guardare direttamente ai geni risalenti all'età della pietra in Europa, scopriamo che alcuni tipi di DNA non ci sono, a dispetto del fatto che oggi siano comuni fra gli europei."

"Le nostre analisi mostrano che nell'Europa centrale non c'è una continuità diretta fra cacciatori-raccoglitori e agricoltori." dice Joachim Burger dell'Università di Mainz. "Dato che i cacciatori-raccoglitori c'erano da prima, gli agricoltori devono essere immigrati nell'area." Lo studio identifica il bacino carpatico come l'origine del primi agricoltori del centro Europa: "Sembra che gli agricoltori della cultura della ceramica lineare siano immigrati 7500 anni fa in Europa centrale, inizialmente senza mescolarsi con i cacciatori-raccoglitori locali."

"Questo è sorprendente perché ci sono stati contatti culturali fra indigeni e immigrati ma, a quanto pare, nessuno scambio genetico di donne", aggiunge Barbara Bramanti, prima firmataria dell'articolo.

"Stiamo ancora cercando i componenti restanti dell'ascendenza degli europei moderni. Cacciatori - raccoglitori e agricoltori da soli non bastano. Forse nuovi dati sull'antico DNA di periodi successivi della preistoria europea potranno in futuro getta luce su questo problema", ha concluso Burger.

Fonte:
Vedi:
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Y, cromosoma in via di estinzione

La sua progressiva degenerazione sarebbe iniziata fra 80 e 130 milioni di anni fa, e sta ancora continuando, facendone prevedere la definitiva scomparsa

Il cromosoma sessuale Y si è evoluto molto più velocemente dell'altro cromosoma sessuale, l'X, tanto da "perdere per strada" numerosi geni. E se la velocità di cambiamento continuerà allo stesso ritmo, il cromosoma Y è destinato a scomparire. E' questa la sconcertante conclusione a cui è giunta una ricerca condotta da Kateryna Makova, Melissa Wilson e collaboratori della Penn State, che firmano un articolo sulla rivista "PLoS Genetics".

"Nei mammiferi euteri, o placentati, i cromosomi sessuali contengono una regione di DNA addizionale, che nei mammiferi marsupiali e monotremi è collocata su cromosomi non sessuali", spiega la Makova. "All'inizio, frammenti di DNA all'interno di questa regione addizionale venivano scambiati fra i cromosomi X e Y, ma fra gli 80 e i 130 milioni di anni fa la regione si è trasformata in due entità completamente separate che non si scambiano più DNA. Una delle regioni è divenuta specificamente associata al cromosoma X, l'altra al cromosoma Y."

Confrontando il DNA dei cromosomi X e Y negli euteri con quello degli autosomi di opossum e ornitorinco, i ricercatori sono stati in grado di risalire nel tempo fino al punto in cui i cromosomi X e Y si scambiavano materiale genetico. "La nostra ricerca ha rivelato il DNA Y-specifico ha iniziato a evolvere rapidamente, mentre quello X-specifico ha mantenuto lo stesso tasso evolutivo degli autosomi".

"Oggi il cromosoma Y umano contiene meno di 200 geni, mentre l'X ne contiene circa 1100", osserva la Wilson. "Sappiamo che pochi geni sull'Y sono importanti, come quelli coivolti nella formazione degli spermatozoi, ma sappiamo anche che la maggioranza dei geni non era importante per la sopravvivenza, dato che sono andati perduti. Sebbene ci siano prove che il cromosoma Y stia ancora degradandosi, alcuni dei geni su di esso possono essere essenziali, cosa che possiamo inferire dal fatto che questi geni si siano conservati così a lungo."

Per controllare questa ipotesi di essenzialità di alcuni geni di Y, i ricercatori hanno confrontato i livelli di espressione e di funzionalità dei geni sull'Y con i corrispondenti sulla X. "Se l'espressione o le funzioni dei geni sono differenti, ha senso che quelli sul cromosoma Y si siano mantenuti perché fanno qualcosa che i geni sul cromosoma X non fanno. L'ipotesi si è rivelata corretta", ha osservato la Makova.

Ciò nonostante, hanno osservato i ricercatori, "riteniamo che sia possibile che alla fine il cromosoma Y sparisca completamente. Se ciò avverrà, non sarà comunque la fine dei maschi. Piuttosto, verosimilmente una nuova coppia di autosomi intraprenderà la strada per diventare una coppia di cromosomi sessuali", afferma la Makiva.

Ora i ricercatori intendono usare i dati ottenuti per creare un modello al computer che tracci la degenerazione del cromosoma Y, sperando di stabilire quanto tempo occorrerà per la sua scomparsa, e di identificare i processi più significativi per la sua degenerazione.
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Come l'evoluzione ha creato i turni


La collaborazione basata su turni di attività può evolvere se ci sono individui geneticamente programmati per comportarsi in modo differente nelle interazioni iniziali con gli altri

Aspettare il proprio turno? Non è solo questione di buone maniere, a volte c'è di mezzo lo zampino dell'evoluzione. A stabilirlo è stata una ricerca condotta da psicologi dell'Università di Leicester che lo spiegano in un articolo pubblicato sulla rivista "Evolutionary Ecology Research".

"Nei gruppi umani la turnazione è solitamente pianificata e coordinata con l'aiuto del linguaggio. Per esempio, le persone che vivono insieme spesso si accordano sui turni per andare in bagno, lavare i piatti o andare a prendere i bambini a scuola. Ma la turnazione si è evoluta anche in specie prive di linguaggio o della capacità di negoziare un accordo condiviso. Fra queste vi sono le grandi scimmie, le scimmie, gli uccelli e le antilopi che a turno si scambiano il grooming, e le coppie di pinguini dell'Antartide che si alimentano in mare a turno mentre il partner incuba l'uovo o il piccolo", spiega Andrew Colman, che con Lindsay Browning ha condotto lo studio.

"Non è affatto ovvio come questi meccanismi di turnazione si siano sviluppati senza linguaggio in animali che si sono evoluti per perseguire il proprio interesse individuale."

La strategia "occhio per occhio", nota anche come tit for tat, in cui ogni volta si riproduce il comportamento tenuto la volta precedente dall'altra persona, può spiegare la cooperazione sincronizzata ma non spiega pienamente la turnazione. "Così - osserva Colman - molti predatori cacciano in coppie o in gruppi più ampi, e questo coinvolge la cooperazione sincronizzata. Si è dimostrato che la strategia tit for tat funziona molto bene per promuovere e sostenere questo tipo di cooperazione."

"Ma laddove la cooperazione comprende la turnazione, un istinto per il tit for tatpuò conservare lo schema una volta che esso si sia stabilito, ma non può farlo iniziare. Per esempio, in una coppia di pinguini in cui entrambi vanno ad alimentarsi o incubano l'uovo nello stesso momento, la strategia tit for tat non sarebbe sufficiente a evolvere l'abitudine alla turnazione."

Usando la teoria dei giochi evoluzionistica e simulazioni al computer, Colman e Browning hanno scoperto una semplice variante di questa strategia che spiega come possa evolversi la turnazione in organismi che perseguono meccanicamente il proprio interesse.

"La turnazione si manifesta solo dopo che una specie ha evoluto almeno due tipi geneticamente differenti che si comportano in modo diverso nelle interazioni iniziali non coordinate con gli altri. Quando poi una coppia si coordina in modo casuale, inizia istintivamente ad agire il tit for tat. Questo li lega indefinitamente in una turnazione coordinata di mutuo beneficio. Senza diversità genetica, la turnazione non può evolvere in questo semplice modo."

"Nelle nostre simulazioni - ha concluso Colman - gli individui erano programmi per computer non solo muti e robotici ma anche assolutamente egoisti. Tuttavia, alla fine si sono avvicendati in turni in perfetta coordinazione. Le nostre scoperte confermano che la cooperazione non richiede sempre benevolenza o una pianificazione deliberata. Almeno questa forma di cooperazione è guidata da una 'mano invisibile', come spesso avviene nella teoria darwiniana della selezione naturale."

fonte-lescienze.espresso.repubblica.it
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All'origine del cervello dei primati

Un cranio della specie Ignacius graybullianus appartenente a un ordine comparso in un arco di tempo di 10 milioni di anni tra l’estinzione dei dinosauri e i primi antenati tracciabili dei moderni primati, consente di limitare le ipotesi sull'aumento delle dimensioni cerebrali.
Sono quelle di un antico cervello di primate le immagini tridimensionali ottenute grazie a scansioni tomografiche computerizzate da un gruppo di ricercatori dell’Università della Florida e dell’Università di Winnipeg, in Canada, e rivelano che questo nostro lontano parente filogenetico, vissuto 54 milioni di anni fa, faceva affidamento sulle sensazioni olfattive più che su quelle visive.

Lo studio, ora pubblicato sui ”Proceedings of the National Academy of Sciences” restringe le possibilità circa le cause dell’evoluzione di cervelli di maggiori dimensioni tra i primati.

Il passo verso un cervello di maggiori dimensioni avvenne per effetto di un’accelerazione evolutiva circa 10 milioni di anni dopo l’estinzione dei dinosauri. A quell’epoca, si svilupparono proporzionalmente di più le regioni che sovrintendono alla visione, mentre il bulbo olfattivo si mantenne in rapporto più piccolo.

Il cranio in questione – delle dimensioni di circa quattro centimetri e in buone condizioni - appartiene a un esemplare della specie Ignacius graybullianus, facente parte dell'ordine (estinto) dei Plesiadapiformi, comparsi in un arco di tempo di 10 milioni di anni tra l’estinzione dei dinosauri e i primi antenati tracciabili dei moderni primati.

"La maggior parte delle spiegazioni sull’evoluzione dei cervelli dei primati sono basate su dati che riguardano i primati viventi”, ha spiegato l’autrice dello studio, Mary Silcox, antropologa della Winnipeg e ricercatrice del Museo di storia naturale dell’Università della Florida. "Perciò vi sono state solo ipotesi su come potevano essere i cervelli degli antichi primati; ora si è scoperto che la maggior parte di esse è falsa.”

"Un ampio e complesso cervello è stato considerato per lungo tempo come uno dei maggiori passi che separarono i primati dal resto dei mammiferi”, ha aggiunto Jonathan Bloch, coautore dello studio. "A guardare le nostre umili origini, non è che fossimo poi così speciali: per tale processo occorsero decine di milioni di anni.”

In una precedente ricerca, Bloch e Silcox avevano stabilito che i Plesiadapiformi rappresentavano specie di transizione. Ignacius era simile ai moderni primati in termini di dieta e di abitudini arboricole, ma non era in grado di passare da albero ad albero.

Per molti aspetti, i primati delle origini si comportavano come quelli attuali, ma erano dotati di un cervello che era da metà a due terzi delle minime dimensioni di quelli moderni: ciò implica che fattori quali la capacità di arrampicarsi sugli alberi o una dieta a base di frutta possono essere eliminati come cause potenziali dell'evoluzione di un cervello di maggiori dimensioni, dal momento che Ignacius, dotato ancora di un cervello piccolo, già aveva queste abitudini."

La sorprendente combinazione di caratteristiche nei primi primati richiede una riconsiderazione dell'evoluzione del cervello, spiegano gli studiosi.

FONTE-lescienze.espresso.repubblica.it
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Cellule staminali dalle tube di Falloppio


Sono state ottenute per la prima volta da isterectomie o altre procedure ginecologiche su donne fertili in età riproduttiva.

Tessuti umani normalmente scartati nel corso di operazioni chirurgiche potrebbero costituire fonti alternative di cellule staminali per la medicina rigenerativa: una nuova ricerca ora pubblicata sulla rivista ad accesso libero "Journal of Translational Medicine" mostra per la prima volta come le tube di Falloppio siano una risorsa abbondante di cellule staminali mesenchimali, che potenzialmente sono in grado di svilupparsi in diverse linee cellulari.

Già in precedenza alcune ricerche avevano mostrato come le cellule staminali mesenchimali ottenute da cordone ombelicale, polpa dentaria e tessuto adiposo, che sono tutti scarti biologici, possano differenziarsi in cellule muscolari, adipose, ossee e cartilaginee: l'assenza di problemi etici nell'utilizzo di questi materiali di scarto di interventi chirurgici è una motivazione molto forte in questo ambito di ricerche.

Tatiana Jazedje, insieme con un gruppo di studiosi del Centro di ricerca genomica dell'Università di San Paolo, in Brasile, guidati da Mayana Zatz, con la collaborazione di alcuni colleghi che si occupano di medicina riproduttiva, hanno utilizzato tube di Falloppio ottenute da isterectomie o altre procedure ginecologiche di donne fertili in età riproduttiva di età compresa tra 35 e 53 anni che non avevano subito trattamenti ormonali per almeno tre mesi prima dell'intervento.

Le cellule staminali mesenchimali derivate dalle tube di Falloppio hanno dimostrato di non avere anomalie cromosomiche e in più possono essere facilmente isolate e coltivate in vitro", ha spiegato la Jazedje. "Si tratta perciò di un risultato importante che apre numerose possibilità sia alla medicina rigenerativa sia alla scienza della riproduzione nel suo complesso".
fonte-lescienze.espresso.repubblica.it
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ATTENZIONE A GELATO MODIFICATO OGM

ROMA, 18 GIU - Attenti al gelato Ogm che non si scioglie grazie all'aggiunta di una proteina sintetica indicata in etichetta come 'proteina Isp'. Coldiretti lancia l'allarme nel commentare la decisione della Commissione Europea destinata all'Unilever che di fatto autorizza la contaminazione da Ogm del prodotto alimentare piu' amato attraverso una proteina sintetica isolata da un pesce artico e riprodotta in laboratorio con la fermentazione di un lievito geneticamente modificato.
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I geni regolatori? Sono organizzati come Google


Le reti dei geni regolatori hanno una struttura analoga a quella dei sistemi che - come Google o Yahoo! - adottano la tecnica di cloud computing, ossia una costellazione di server accessori che permettono di continuare il lavoro anche nel caso in cui il server principale "cada". Lo afferma una ricerca condotta da biologi computazionali della Carnegie Mellon University, della Hebrew University Medical School a Gerusalemme e della Pompeu Fabra University a Barcellona coordinati da Ziv Bar-Joseph, e pubblicata sulla rivista "Molecular Systems Biology".

In tutte le specie viventi fra il 5 e il 10 per cento dei geni, spesso chiamati geni master, produce fattori di trascrizione che attivano o silenziano numerosi altri geni. Molte malattie sono associate a mutazioni in uno o più di questi fattori di trascrizione. Tuttavia, come ha mostrato il nuovo studio, se uno di questi geni master va perduto, esistono altri geni master paralleli dotati di sequenze simili, o paraloghe, che spesso possono rimpiazzarlo influenzando gli stessi geni del primo, svolgendo una sorta di funzione di backup.

Questa struttura può spiegare alcuni risultati sperimentali alquanto singolari ottenuti di recente lavorando con geni regolatori di svariati organismi: rimuovendo uno alla volta alcuni geni master, quasi nessuno dei geni da essi controllati appariva disattivato.

In quest'ultimo lavoro, i ricercatori hanno identificato il più probabile backup di ogni gene master. Hanno infatti scoperto che rimuovendo i geni master che hanno backup molto simili, non si notavano effetti rilevanti, ma se venivano rimossi geni master con backup meno simili, l'effetto era notevole.

Ulteriori esperimenti hanno mostrato che se venivano rimossi entrambi i geni master e il loro backup immediato, gli effetti risultavano particolarmente sensibili, anche per i geni con un gene di backup simile. Quando per esempio i ricercatori hanno rimosso il gene regolatore Pdr1, non hanno rilevato una significativa diminuzione nei livelli di attivazione dei geni controllati, ma quando è stato eliminato anche il suo gene paralogo, il 19 per cento dei geni controllati da Pdr1 ha smesso di essere attivato.

"E' estremamente raro che in natura una cellula perda sia il gene master sia il suo backup, dunque le cellule sono in un certo senso macchine davvero solide", ha osservato Anthony Gitter, che ha partecipato alla ricerca. "Abbiamo ragione di pensare alle cellule come a sistemi computazionali robusti, che sfruttano la ridondanza nello stesso modo in cui è utilizzata nei grandi sistemi di computer, come Amazon, che continuano a funzionare a dispetto del fatto che periodicamente alcuni server 'cadono'."
FONTE-lescienze.espresso.repubblica.it
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Misteriosa epidemia di 'Gemelli' in India.


Kodinhi, un piccolo villaggio dello Stato meridionale indiano del Kerala, custodisce gelosamente un primato che per ora non ha spiegazione: la' sono nate almeno 230 coppie di gemelli, e varie altre sono in arrivo.

La stampa indiana ritorna oggi su questo curioso fenomeno per raccontare che dopo un periodo in cui se ne sono disinteressati, i genitori di Kodinhi hanno deciso di affrontarlo seriamente creando la Twins and Kins Association (Taka).

Questa associazione "per gemelli ed affini", dice Pullani Bhaskaran, padre di due fratelli di 16 anni, "si occupera' della questione che sorprende molti sotto un profilo sociologico, psicologico e scientifico".

Come primo passo la Taka sta realizzando un censimento per sapere quanti gemelli effettivamente vivono nei paraggi. "In poche settimane - ha detto Bhaskaran - siamo arrivati a 230 e pensiamo che raggiungeremo agevolmente i 300, a prescindere dalla loro eta"'.

"C'e' molto di straordinario in questa storia - racconta da parte sua Kunju Marikar, presidente del locale Consiglio dei villaggi - ed e' che i gemelli nascono a ritmo intenso solo nei sette distretti che fanno riferimento a Kodinhi, e non negli altri 13 che integrano il Consiglio".

La base di dati provvisoria della Taka mostra che il gemello piu' vecchio e' Mohammed Haji, 85 anni, che ha perso il fratello alcuni anni fa. La piu' anziana coppia ancora viva, invece, ha 65 anni ed e' formata da Krishna e Kunji Pathukutty. In coda si trovano invece due neonati dati alla luce contemporaneamente il 6 maggio dalla mamma di nome Ramla.

Altra curiosita' che emerge dall'anagrafe associativa e' il caso di Yusuf, che guida un riscio' a motore. In sette anni ha avuto sei figlie, ovviamente nate in tre parti gemellari.Non c'e' alcuna spiegazione al "miracolo", che si complica anche perche' le donne di Kodinhi trasferitesi altrove continuano a sfornare gemelli come se stessero ancora nella terra d'origine.

In novembre una equipe scientifica composta da studiosi del Centro per la biologia cellulare e molecolare e del Centro per la crescita umana e lo sviluppo hanno interrogato per vari giorni i membri di numerose famiglie sulle loro abitudini alimentari, realizzando anche testi clinici, che per il momento pero' non hanno contribuito a svelare il mistero.

(fonte ANSA - http://www.ansa.it )
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L'origine della risata dell'uomo col solletico ai cuccioli di orango

La scoperta di un gruppo di ricercatori inglesi: ridere non è un'esclusiva degli uomini, lo fanno anche le scimmie. Lo abbiamo "imparato" tutti dal nostro antenato comune 16 milioni di anni fa

LE SCIMMIE soffrono il solletico, e sono capaci di ridere proprio come gli esseri umani. Una caratteristica che abbiamo ereditato dal nostro antenato comune, ben 16 milioni di anni fa. E' quanto sostiene la ricerca della dottoressa Marina Davila Ross, primatologa dell'università di Portsmouth, in Inghilterra. Con il suo team ha analizzato le registrazione di oltre 800 risate di bambini, oranghi, scimpanzè e gorilla a cui veniva fatto il solletico. Per ottenere le registrazioni sono stati solleticate oltre 20 giovani scimmie e 3 bebè umani.

"Nonostante le diversità, la ricerca indica che la risata ha basi pre-umane", spiega la dottoressa Davila Ross, "ed è probabile che le grandi scimmie usino quesi suoni per interagire fra loro in modo simile al nostro".
Di più. Le differenze stesse fra i suoni emessi durante la risata avrebbero un senso: corrispondono alla differenziazione delle specie sull'albero genealogico nel corso dell'evoluzione.

"E' una scoperta molto importante per la ricerca sulle emozioni di uomini e animali, ma anche per la gestione e i rapporti con i primati liberi o in cattività". La ricercatrice ha aggiunto che, secondo i suoi studi, la risata si è evoluta gradualmente nel corso degli ultimi 10 o 16 milioni di anni della storia evolutiva dei primati, uomo compreso.

Dopo aver solleticato tutte le diverse specie di grandi scimmie, si sono trovate anche somiglianze sorprendenti tra esseri umani, gorilla e scimpanzè bonobo (che, non a caso, condividono con noi oltre il 96% del patrimonio genetico). Tutte e tre le specie hanno lo stesso meccanismo fisico di emissione della risata.


Prima di questa scoperta, si credeva che la risata delle scimmie fosse semplicemente un riflesso empatico volontario di imitazione e non la risposta involontaria a uno stimolo come il solletico.
www.repubblica.it
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L'esame del DNA svelerà chi era il padre di Tutankhamon !


Ricercatori egiziano tenteranno di stabilire chi sia stato il padre di Tutankhamon servendosi di analisi del Dna. Lo ha detto oggi il presidente del Consiglio supremo delle antichita' egiziane, Zahi Awass.

Il giovane faraone, la cui mummmia venne trovata nel 1922 nella tomba piu' ricca mai scoperta, regno' per una decina d'anni intorno al 1300 avanti Cristo. Non si e' mai riusciti a stabilire pero' chi fu il padre, forse Akhenoten o Amenhotep III.

Hawass ha precisato che i prelevamenti di Dna verranno fatti essenzialmente nella Valle dei Re da parte di scienziati dell'universita' del Cairo. In passato il Consiglio supremo si era sempre opposto ad analoghi esperimenti perche' le analisi sarebbero state poi condotte in paesi stranieri.

(fonte ANSA-AFP http://www.ansa.it http://www.afp.com )
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Un microRNA regola i ritmi del fegato

Coinvolto nell'armonizzazione dei processi metabolici dei lipidi, la sua azione influenza anche i cicli di replicazione del virus dell'epatite C

La maggior parte delle cellule possiede un orologio inteno, un gruppo di geni che manifesta schemi di espressione ciclici che raggiungono il picco una volta al giorno. Molti di questi geni sono espressi in organi come il fegato, la cui attività è importante che sia attentamente regolata nel corso della giornata. Un gruppo di ricercatori del National Centre of Competence in Research Frontiers in Geneticspresso l'Università di Ginevra, in Svizzera, ha ora scoperto che un ruolo determinante per questi "oscillatori" molecolari è svolto da uno specifico microRNA, una classe di molecole che sono capaci di inibire la sintesi di particolari proteine, permettendo alla cellula di ridurre l'attività di particolari geni.

Finora ben poco si sapeva sull'influsso dei microRNA sui ritmi circadiani e l'articolo pubblicato sulla rivista Genes & Development dal gruppo di ricerca diretto da Ueli Schibler inizia a colmare questa lacuna.

Molti dei geni coinvolti nel metabolismo dei grassi sono influenzati dall'assunzione periodica di cibo e la loro attività deve essere attentamente regolata e sincronizzata per assicurare l'armonico procedere dei numerosi processi metabolici coinvolti.

"Abbiamo individuato il ruolo di un microRNA chiamato miR-122, che è particolarmente abbondante nel fegato e che influisce sulla regolazione del metabolismo del colesterolo e degli altri lipidi e che può favorisce la replicazione del virus dell'epatite C", ha detto David Gatfield, che partecipato alla ricerca.

I biologi hanno in particolare scoperto che miR-122 è fortemente coinvolto nel sistema dell'orologio circadiano degli epatociti. Questo microRNA modula numerosi geni, andando a colpire l'ampiezza e la durata della loro espressione. Peraltro, la sintesi di miR-122 coinvolge un fattore di trascrizione noto per intervenire a sua volta sui ritmi  circadiani.

"Sarebbe poi interessante studiare se la connessione fra ritmi circadiani e miR-122 si estende anche al ruolo di questo microRNA nella replicazione del virus dell'epatite C", ha osservato David Gatfield. Sapere se la moltiplicazione virale è collegata a specifici periodi della giornata contribuirebbe a una migliore comprensione del ciclo di vita di questo pericoloso patogeno. 


FONTE-lescienze.espresso.repubblica.it
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Scoperto come funziona il «pilota automatico» che abbiamo nel cervello

Onde cerebrali «sincronizzano» alcune aree nervose con la vista e ci consentono di compiere azioni che richiedono estrema precisione anche quando siamo distratti
MILANO – Come è possibile che in una frazione di secondo passiamo dal cantare a squarciagola l’ultima hit che sta riproducendo la nostra autoradio allo scorgere con la coda dell’occhio un cartello che indica il senso vietato o il rosso di un semaforo che ci intima di fermarci? Hanno provato a spiegarlo i ricercatori del MIT sull’ultimo numero di Science.

OCCHI E CERVELLO – Ogni istante una quantità impressionante di informazioni visive colpisce i nostri occhi, ma nella maggior parte dei casi siamo in grado di concentraci solo sui dettagli di nostro interesse. Per restare nella metafora automobilistica, quando ci troviamo in un luogo sconosciuto e siamo sprovvisti di GPS l’attenzione si rivolge principalmente ai cartelli stradali e alle possibili fonti di indicazione, tralasciando qualsiasi elemento di contesto, come potrebbero essere gli alberi sul ciglio della strada, la spazzatura sui marciapiedi o i pedoni che ci passano a fianco. Alcuni scienziati del Massachusetts Institute of Technology hanno scoperto che questo indirizzamento dell’attenzione dipende da onde cerebrali ad alta frequenza che interconnettono il centro di controllo del cervello al centro visivo. Finora, infatti, era risaputo che all’interno del processo di concentrazione un ruolo importante fosse giocato dalla corteccia prefrontale, ma le conoscenze su come questa agisse erano ancora scarse, dal momento che è situata agli antipodi del cervello rispetto al centro di controllo della vista. Ora, grazie allo studio condotto dal neuroscienziato Robert Desimone, si è scoperta una perfetta sincronia tra il sistema sensoriale e quello cerebrale.

STIMOLAZIONI SINCRONIZZATE – La ricerca è partita dall’analisi dell’attività neuronale di due scimmie, concentrate nella visualizzazione di un’immagine sullo schermo di un PC. Come si aspettavano, gli scienziati hanno osservato che la stimolazione dei neuroni dell’area visiva produceva segnali elettrici sincronici. Ciò che invece ha colto tutti di sorpresa, è stata la scoperta dell’attività di alcuni neuroni della corteccia prefrontale con la stessa identica frequenza. Ad un’analisi più approfondita, si è scoperto che la trasmissione del segnale aveva inizio proprio da questa regione centrale e solo dopo una decina di millisecondi veniva emulata dall’attivazione dei neuroni della corteccia visiva: il tempo, dunque, che le onde ad alta frequenza mettessero in comunicazione le due regioni per consentire un’azione in perfetta sincronia. In conclusione, sono i neuroni nella corteccia prefrontale a governare l’attivazione di quelli nella regione visiva cosicché l’attenzione possa essere interamente indirizzata sull’immagine che richiede particolare concentrazione.

PROSPETTIVE – Il deterioramento e l’indebolimento della corteccia prefrontale sono associati alla schizofrenia, a deficit di attenzione e ad iperattività. Grazie alla scoperta del MIT, dunque, gli studi su queste malattie del disordine potrebbero trovare nuova linfa e giungere a conclusioni e soluzioni finora impensabili.
fonte-www.corriere.it
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La scienza ora lo dice: il nostro naso funziona come un GPS e individua il partner .


Quello che all'inizio sembrava un banale luogo comune e' ora un'evidenza scientifica vera e propria: gli opposti si attraggono. E lo strumento principale per trovare l'altra meta' di noi sarebbe il naso. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Universita' di Parana', in Brasile, e presentato in occasione della conferenza annuale della European Society of Human Genetics. Secondo i ricercatori, le persone utilizzerebbero il proprio naso come una sorta di 'Gps' per trovare l'anima gemella.

In pratica, le persone 'fiuterebbero' i potenziali partner scegliendo quello che ha un odore diverso dal proprio. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno confrontato i profili genetici di 90 coppie sposate con quelli di 152 coppie di persone prese casualmente. I ricercatori hanno focalizzato l'attenzione sul 'complesso maggiore di istocompatibilita" o Mhc, una parte del Dna fondamentale nel sistema immunitario.

Il nostro sudore conterrebbe degli indizi che riguardano i geni contenuti nel Mhc. In pratica, i ricercatori hanno scoperto che i geni del Mhc delle coppie reali sono diversi tra loro molto piu' che nelle coppie casuali. Quindi, secondo gli scienziati brasiliani,quando scegliamo un partner con un odore diverso cerchiamo di garantirci inconsapevolmente che i nostri figli  abbiano un sistema immunitario piu' vario possibile per fronteggiare le malattie.

Un meccanismo, questo, che potrebbe essersi evoluto involontariamente per evitare l'accoppiamento tra parenti o altri simili geneticamente. Inoltre, stare con una persone geneticamente diversa aumenterebbe le probabilita' di procreare. In effetti, alcuni studi scientifici hanno dimostrato che le coppie con un Mhc simile hanno molte piu' probabilita' di non portare a termine una gravidanza. "Anche se possiamo essere tentati di pensare che l'uomo scelga i propri partner per via delle loro somiglianze, la nostra ricerca ha dimostrato chiaramente che sono le differenze a portare al successo la riproduzione e che la guida del subconscio ad avere figli e' importante per la scelta del partner", ha spiegato Maria da Graca Bicalho, coordinatrice dello studio. "Ci aspettavamo - ha continuato - di scoprire che gli aspetti culturali svolgessero un ruolo importante nella scelta del partner e certamente non sottoscrivo la teoria che una variante genetica di una persona possa guidare il suo comportamento. Ma pensiamo anche che non deve essere sottovalutato l'aspetto evoluzionistico dell'inconscio nella scelta del partner".

"Questo - ha concluso la scienziata - ha un ruolo importante da svolgere nel garantire una sana riproduzione, contribuendo a garantire che i bambini nascano con un sistema immunitario forte in grado di far fronte alle infezioni".

( fonte AGI


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