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Le piante riconoscono i parenti

Grazie agli essudati radicali le piante sono in grado di capire se quelle vicine sono imparentate con loro o no, e di regolare di conseguenza lo schema di crescita
Le piante sono in grado di riconoscere i propri parenti: lo ha mostrato una ricerca di alcuni botanici dell'Università del Delawar a Newark che ne parlano in una articolo pubblicato sulla rivista "Communicative & Integrative Biology".

In una serie di esperimenti, giovani pianticelle di Arabidopsis thaliana sono state esposte a un mezzo liquido contenente secrezioni radicali di piante "sorelle", di piante non imparentate e loro stesse, misurando poi la lunghezza della più lunga radice laterale e dell'ipocotile, la parte del fusticino compresa tra i cotiledoni e l'apice radicale. In un altro esperimento gli essudati radicali sono stati inibiti con una sostanza, l'ortovanadato di sodio, che li blocca senza peraltro interferire con la crescita delle radici. E' risultato che l'esposizione agli essudati di piante estranee induce la formazione di radici laterali più grandi e profonde.

Per lo studio, diretto da Harsh Bais, sono state utilizzate oltre 3000 piante - tutte di origine selvatica, per evitare i problemi connessi con le varietà tipiche di laboratorio, spesso imparentate far loro - per ciascuna delle quali sono stati registrati quotidianamente i dati di crescita.

Le piante estranee che crescono le une vicine alle altre, osserva Bais, sono spesso più basse perché gran parte della loro energia viene destinata alla crescita delle radici, mentre nel caso di piante sorelle, che non cercano di crescere l'una a scapito dell'altra, le radici sono spesso più superficiali e le loro foglie si toccano e intrecciano, cosa che difficilmente avviene fra le piante non imparentate, che tendono a crescere dritte verso l'alto e senza contatti fra loro.

Ora i ricercatori intendono capire come questa scoperta possa influenzare la crescita di piante sorelle nei campi a monocultura, e come possano crescere senza una serrata competizione. "E' possibile che quando piante imparentate crescono insieme, possano bilanciare l'assunzione di nutrienti e non mostrarsi avide", ipotizza Bais.
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Il gene corrotto che provoca il cancro al seno

Un nuovo gene implicato nell'insorgenza del cancro al seno è stato scoperto da un gruppo di ricercatori inglesi. Il suo nome è NRG1(neuregulin-1) e, in condizioni normali, agisce come protettore del nostro organismo, ostacolando la crescita di metastasi in seguito al danneggiamento del DNA delle cellule e creando in tal modo un argine nei confronti di quelle maligne.

palpare
Lo studio dell'Università di Cambridge diretto dal dott. Paul Edwards e pubblicato sulla rivista “Oncogene” giunge alla conclusione che almeno il 50% dei casi di tumore al seno è provocato dal gene NRG1, localizzato sul cromosoma 8. I ricercatori si sono resi conto che in molti casi le cellule tumorali perdono una parte di questo cromosoma; analizzando campioni di cancro al seno, i medici hanno scoperto che anche una parte del gene chiave era stata a sua volta persa. Secondo Edwards, potremmo essere di fronte alla “più importante scoperta di un gene soppressore del tumore negli ultimi 20 anni, la quale ci dà informazioni vitali su un nuovo meccanismo che provoca il cancro al seno”. Secondo Arlene Wilkie del Breast Cancer Campaign, che ha cofinanziato lo studio, “conoscere l'identità di questo gene porterà a studi molto più dettagliati su come funziona e come è coinvolto nello sviluppo del tumore alla mammella. Questa ricerca è un importante passo avanti nella comprensione della dinamica del cancro e potrebbe aprire una serie di nuove strategie per migliorare la diagnosi e il trattamento”.
Il gene potrebbe rivelarsi fondamentale, in realtà, anche nello studio di altri tipi di tumori, come aggiunge lo stesso Edwards: “Abbiamo prove evidenti - prosegue lo scienziato - che il gene è implicato nel cancro al seno, ma non abbiamo motivo di pensare che non sia lo stesso per altri tumori, tra cui il cancro alla prostata e al colon. Scoprire quali geni sono stati disattivati in questi tumori è un enorme aiuto nel capire cosa è andato male con la loro biologia”.
Resta da spiegare il meccanismo per il quale l'NRG1 viene danneggiato e in quale modo aiuti lo sviluppo del cancro, in modo di mettere a punto, in un futuro che si spera prossimo, trattamenti mirati atti a contrastare tali effetti.



Andrea Piccoli
http://italiasalute.leonardo.it
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Ecco come fa il DNA ad entrare nella cellula

Dna, ecco la struttura interna
Come l'elica entra nella cellula

La caratteristica forma è lunga fino a due metri. Un mistero, fino ad oggi, come potesse entrare in un nucleo cellulare dal diametro di appena un centesimo di millimetro


Dna, ecco la struttura interna
Come l'elica entra nella cellula
UNA struttura avveniristica, capace di stivare in uno spazio molto piccolo la quantità di dati da cui dipende la sopravvivenza di un'intera specie. Non si tratta di un nuovo e potentissimo hard disk, ma di una delle struttura più antiche del mondo: il Dna, che contiene il patrimonio genetico di ogni essere vivente. La struttura a doppia elica è stata scoperta nel 1953, ma rimaneva un mistero, fino ad oggi, come si potesse ripiegare - continuando a funzionare - nello spazio del nucleo di una cellula.

La scoperta della Harvard University e del Mit di Boston ha messo in luce forma e funzionamento del Dna (che, srotolato, è lungo circa 2 metri) rinchiuso in uno spazio di un centesimo di millimetro di diametro. La doppia elica, spiegano i ricercatori, si attorciglia fino a formare un frattale (oggetto geometrico la cui struttura ripete la stessa forma su scale diverse) a forma di globulo.

Come funziona. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science, ha svelato anche come fa il Dna a svolgere il suo lavoro: metà del globulo formato dall'elica ripiegata contiene i geni in funzione in un certo momento nella cellula; l'altra metà, quelli inattivi. Al momento del bisogno i geni che si devono accendere scivolano dall'altra parte, sostituendo quelli che si sono spenti. La zona in attività, poi, sarebbe anche quella meno densa, permettendo così alle proteine di raggiungere più facilmente i geni.

Oltre che ai ricercatori, il merito della scoperta va a una nuova tecnologia, chiamata Hi-C: "Rompendo il genoma in milioni di pezzi abbiamo creato una mappa spaziale che mostra quanto vicine possono essere le diverse parti l'una all'altra", spiegano gli scienziati. Tagliuzzando il genoma e ricomponendolo poi al computer "come un fantastico puzzle tridimensionale", ecco la rivelazione: un'architettura a globulo frattale che permette di comprimere tutta la spirale nel nucleo cellulare evitando lesioni o interferenze che potrebbero alterare le capacità della cellula di leggere le informazioni genetiche: "La natura ha trovato una soluzione sorprendentemente elegante per conservare le informazioni: una struttura superdensa e a prova di nodi".
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Ecco i segreti delle comunicazioni tra le Piante .

Scoprire i segreti della comunicazione nelle piante per controllarne la crescita, far sviluppare foglie e frutti, allontanare parassiti e insetti nocivi e attirare invece quelli amici, ma anche per riconoscere eventuali Sos lanciati dalle piante che vivono in ambienti inquinati.

E' quanto stanno facendo due gruppi di ricerca italiani, attivi presso l'universita' di Roma La Sapienza e l'Istituto di Biologia agroambientale e forestale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Monterotondo (Roma). I risultati saranno presentati nel congresso della Societa' Italiana di Biologia Vegetale in programma a Verona dal 30 giugno al 2 luglio.

- PIANTE SU MISURA: e' possibile regolare la crescita di una pianta in modo da avere radici che si sviluppano molto in profondita', oppure foglie piu' grandi, spiega Sabrina Sabatini, rientrata in Italia nel 2003 grazie alla fondazione Armenise-Harvard e ora ricercatrice del dipartimento di Genetica e biologia molecolare dell'universita' La Sapienza. E' stata lei a scoprire che la crescita delle piante e' regolata da due ormoni chiamati auxina e citochinina. "Il primo attiva la divisione cellulare, il secondo la blocca", spiega la ricercatrice. Sono i registi che guidano lo sviluppo delle cellule staminali, che nelle piante si rinnovano continuamente, facendo ricrescere foglie e rami. Adesso la scommessa e' scoprire i geni che regolano questi ormoni.

- MESSAGGI ANTISTRESS: a veicolarli sono molecole volatili, composti dall'azione antiossidante allo studio del gruppo di Francesco Loreto, dell'Istituto di Biologia agroambientale e forestale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Monterotondo (Roma). "La produzione di queste sostanze puo' essere indotta come risposta allo stress e il suo studio potrebbe avere un significato ecologico", spiega Loreto.

- PASSAPAROLA: i segnali di pericolo possono viaggiare anche all'interno della pianta, dalle parti che hanno subito un aggressione a quelle non ancora attaccate, in modo che possano mettere in atto eventuali difese. Per esempio, si e' visto che quando le foglie di una pianta sono attaccate da un insetto, le altre foglie cominciano ad emettere sostanze sgradite agli insetti, che permettono loro di allontanarli.

- PIANTE NEMICHE: che le piante possano comunicare e' un punto ancora controverso. L'unico esempio in questo senso, rileva Loreto, e' quello che accade quando una pianta parassita come la cuscuta cerca di avvilupparsi al fusto di altre piante: se queste non vogliono ospitare la cuscuta, emettono contro di essa composti che la "scoraggiano".

- INSETTI AMICI: le piante riescono a comunicare anche con organismi molto diversi, come gli insetti. Non solo le foglie, ma i fiori (come quelli di limone o della rosa) emettono molecole di un tipo se l'insetto e' "buono", come un impollinatore. Se l'insetto e' un erbivoro che divora le loro foglie, le piante emettono molecole per allontarli, molecole cosi' efficaci da essere utilizzate nella lotta biologica ai parassiti. Altre volte, conclude Loreto, le piante aggredite dagli insetti erbivori emettono invece segnali che chiamano a raccolta le loro "guardie del corpo", insetti predatori che si nutrono degli erbivori.

(fonte: Enrica Battifoglia per ANSA - http://www.ansa.it )

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L'incredibile storia di Brooke, la ragazzina di 16 anni che ne dimostra 2 !

Ha 16 anni, ma ne dimostra appena due. Passa gran parte dei suoi giorni seduta su un seggiolone, ed esattamente come un bebe' si guarda attorno e sorride quando qualcuno che conosce le si avvicina. E' l'incredibile storia di Brooke Greenberg, una ragazzina statunitense che ha spento le 16 candeline nel gennaio scorso.

Brooke e' una teenager di Baltimora, ma conduce una vita che non ha nulla in comune con quella delle sue coetanee intente a vivere i primi amori e a veder spuntare le prime curve. Lei, al contrario, pesa poco piu' di 7 chilogrammi e supera appena i 75 centimetri d'altezza. Tant'e' che i medici che l'hanno in cura, capitanati da Richard Walker della facolta' di medicina dell'universita' della Florida del Sud, stanno passando sotto la lente di ingrandimento alcuni tasselli del suo Dna. Obiettivo, naturalmente, isolare il gene della mortalita' per scovare, attraverso questa eterna Peter Pan, la fonte della giovinezza.

Brooke - la cui storia sta rimbalzando sui giornali di tutto il mondo, visibile inoltre in alcuni video su youtube - ha tre sorelle di 13, 19 e 22 anni, tutte sviluppate normalmente. La sua storia clinica e' tutta in salita dall'inizio della sua vita, con sette ulcere perforanti allo stomaco all'attivo, 14 giorni di coma e addirittura un tumore al cervello. Per affrontare il mancato invecchiamento, fin dai primi anni le e' stata prescritta una terapia a base dell'ormone della crescita.Ma fatta eccezione per unghie e capelli, che alla piccola Brooke crescono normalmente, la cura non ha mai sortito alcun effetto su peso e statura.

fonte adnkronos - http://www.adnkronos.com



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Arriva la macchina per identificare le persone in base all'odore.


Sembra uno scenario da serial televisivo di spionaggio, alla Alias, tanto per intenderci. E invece sembra proprio che presto sarà realtà.

Televisioni a circuito chiuso, impronte digitali e riconoscimento dell'iride. Innovazioni tecnologiche utili, ma che non bastano: per perfezionare la macchina dell'identificazione, arriva il "profilo del profumo corporeo" o "l'impronta odorosa", una caratteristica particolare di un organismo che è strettamente personale e difficilmente confondibile. A pensarci è il Dipartimento americano della sicurezza nazionale.

Sul sito governativo americano sono apparsi, infatti, annunci per finanziamenti finalizzati a sostenere ricerche per un dispositivo che sappia utilizzare l'odore individuale per identificare criminali e per scoprire quando stanno mentendo.

Secondo alcuni scienziati il nostro odore è unico ed è comparabile per unicità al Dna per cui il lavoro per mettere a punto un qualsiasi dispositivo capace di distinguere gli odori, consisterà, innanzitutto, nell'analizzare la natura chimica del profumo umano che chi, combatte la criminalità, potrà utilizzare come fosse un segugio.

I cani, che per natura sono forniti di un formidabile e raffinato sistema per rilevare e distinguere gli odori, hanno fornito agli scienziati un modello di possibile tecnologia, che però fino ad ora non si è mostrato infallibile.

Ma l'intensificazione e il miglioramento delle ricerche hanno contribuito al perfezionamento di tecnologie più accurate e in grado di analizzare gli odori. Un lavoro lungo che ha rivelato, ad esempio,che le madri riescono a distinguere i loro figli dall'odore, mentre gli uomini si riconoscono l'uno con l'altro attraverso il "tanfo" delle ascelle quando l'igiene difetta.

Oppure che l''odore di un uomo varia molto in relazione al sesso e all'età. Secondo un recente studio, infatti, gli uomini tenderebbero ad odorare di formaggio, mentre le donne di cipolla o pompelmo.

Inoltre, a fare la differenza in quanto al profumo corporeo, ci sono anche le differenze razziali: gli asiatici, per esempio, hanno meno ghiandole sudoripare apocrine , rispetto ai neri e ai bianchi.

Il naso elettronico è attualmente molto studiato e lo scorso anno ingegneri biologici hanno spianato ulteriormente la strada a questi dispositivi scoprendo il modo di produrre i recettori del profumo in laboratorio.

Fino ad ora tutti gli sforzi della ricerca indirizzati alla comprensione delle basi molecolari dell'odore hanno incontrato difficoltà, soprattutto, quando si trattava di capire come funzionano i recettori olfattivi, la cui grande varietà negli uomini e negli animali è in grado di distinguere migliaia di "puzze" o di "profumi".

Ogni odore attiva più recettori formando un modello particolare di attivazione che a sua volta crea un modello (di odore) che il cervello riconosce. "Effettivamente - commenta Shuguang Zhang del MIT, autore dello studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences - l'olfatto è forse uno dei sensi più antichi e primitivi , e nessuno sa come in realtà funzioni.

Rimane uno dei misteri più intricati da svelare", anche se si sa che gli uomini hanno un ampio sistema olfattivo governato da 400 geni funzionali, mentre quello degli animali, cani e gatti, ne ha circa mille.

Secondo Zhang un giorno i nasi artificiali potrebbero sostituire i cani antidroga e anti esplosivi ed avere anche importanti applicazioni mediche. Recentemente la Defence Advanced Research Projects Agency statunitense ha sbloccato finanziamenti per il progetto Real Nose. Ma c'è un problema: quello della violazione della privacy, o meglio della "privacy dell'odore", in quanto il profumo corporeo, da un punto di vista medico può dare informazioni sullo stato di salute di una persona e svelare la firma odorosa di una particolare malattia che potrebbe essere anche mentale.

fonte apcom: http://www.apcom.net


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Zanzare che sfidano i rettili

Le zanzare delle Galapagos si sono adattate a pungere anche tartarughe e iguane marine, rischiando di contagiare questi animali con malattie importate attraverso il sempre più intenso flusso turistico

Le tartarughe giganti delle Galapagos e altre specie caratteristche di quelle straordinarie isole rischiano di dover affrontare una nuova pericolosa sfida: le malattie che possono essere trasmesse da alcune zanzare locali che hanno sviluppato una singolare attrazione per il sangue dei rettili. 

Come riferiscono in un atricolo pubblicato sui  "Proceedings of the National Academy of Sciences" (PNAS), i ricercatori della Zoological Society of London e delParco Nazionale delle Galapagos hanno infatti scoperto che mentre le zanzare continentali della specie Aedes taeniorhynchus continuano a preferire il sangue dei mammiferi e occasionalmente degli uccelli, quelle che vivono sulle Galapagos hanno spostato le loro "attenzioni" verso i rettili (e in particolare le tartarughe giganti e le iguane marine), un fatto che, alla luce del continuo aumento del flusso turistico, alimenta i timori che questi cambiamenti possano devastare un ecosistema unico. 

Grazie a una serie di analisi genetiche, i ricercatori hanno mostrato come le zanzare che hanno colonizzato le Galapagos non siano state introdotte dall'uomo, come finora si pensava, ma che vi arrivarono circa 200.000 anni fa, un tempo sufficiente a spiegare tutta un'altra serie di adattamenti che hanno potuto riscontrare. A differenza delle popolazioni continentali che normalmente vivono nelle paludi e nelle foreste di mangrovie costiere, le zanzare delle Galapagos vivono e si riproducono anche all'interno delle isole e fino a un'altitudine di 700 metri. 

Secondo i ricercatori l'adattamento ai rettili fu legato alla scarsità di mammiferi sulle isole prima che vi arrivasse l'uomo 500 anni fa.

"Le differenze genetiche fra le zanzare delle Galapagos e i loro parenti continentali sono grandi quanto quelle fra due specie differenti: ciò suggerisce che ci troviamo di fronte al processo di evoluzione di una nuova specie", ha detto Arnaud Bataille, uno dei ricercatori. 

"Con il turismo in rapida crescita, aumentano molto le possibilità che una zanzara affetta da qualche malattia sia trasportata per aereo dal continente", ha aggiunto Andrew Cunningham, un altro degli autori dello studio. "Se un nuovo patogeno arriverà per questa via, c'è il timore che possa essere assorbito dalle zanzare locali per poi diffondersi a tutto l'arcipelago." 

Le autorità dell'Ecuador hanno stabilito proprio recentemente che gli aerei per le Galapagos siano sottoposti a periodica disinfestazione dalle zanzare, ma i ricercatori sperano che tale misura sia presto assunta anche nei confronti delle navi, da carico e no.

fonte-lescienze.espresso.repubblica.it
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A caccia di atomi molto esotici

Previsti teoricamente oltre 50 anni fa, gli atomi di "muonio vero" non sono finora mai stati osservati a causa della loro vita brevissima
Cinquant'anni fa circa i fisici teorici previdero l'esistenza di atomi esotici, ossia atomi in cui il posto dei protoni e degli elettroni è preso da altre particelle elementari. In particolare fu prevista l'esistenza di "muonio vero", costituito da un muone (dotato di carica negativa) che orbita attorno a un anti-muone (positivo). Finora però questi singolari atomi non sono mai stati osservati. Il muonio vero va peraltro distinto dal cosiddetto muonio, un atomo formato da un elettrone e un anti-muone, chimicamente analogo all'idrogeno, ma più piccolo.

Muoni e anti-muoni vengono creati molto frequentemente in natura come prodotto delle collisioni fra le particelle dei raggi cosmici con l'atmosfera, ma essendo dotati di una vita media brevissima, essi stessi e la loro eventuale combinazione, il "muonio vero" appunto, decadono in altre particelle in pochi decimiliardesimi di secondo, rendendone la rilevazione quanto mai difficile. 

Ora in un articolo pubblicato sulle Physical Review Letters, due ricercatori - Stanley Brodsky dello SLAC National Accelerator Laboratory e Richard Lebed della Arizona State University - hanno descritto ben due metodi che consentono di identificare la "firma" di questo elemento che potranno essere creati e osservati negli acceleratori che producono fasci di elettroni e positoni, facendoli collidere in modo frontale oppure secondo uno specifico angolo. 

"E' molto probabile che con questo metodo negli acceleratori siano già stati creati atomi di muonio vero, ma che semplicemente non siano stati identificati", ha osservato Brodsky. 

Nell'articolo, Lebed e Brodsky descrivono anche un metodo, peraltro molto più complesso e di difficile realizzazione, che potrebbe portare alla produzione di tauonio vero, in cui al posto di elettrone e protone vi sarebbero questa volta il leptone tau e la sua antiparticella. La particella tau è stata creata per la prima volta nel 1974 nell'anello di accelerazione SPEAR presso lo SLAC da Martin Perl, un impresa per la quale il fisico venne insignito del premio Nobel nel 1995. 

fonte lescienze.espresso.repubblica.it
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Il video dell'incredibile pesce-mostro pescato a Taiwan ! Secondo gli abitanti, è un segno nefasto.


Sta facendo il giro del mondo il video di questo incredibile mostro marino pescato al largo delle acque di Taiwan, lungo più di dieci metri e pesante oltre 100 kg. Gli studiosi stanno cercando di capire a quale specie o sottospecie marina appartenga. Intanto gli abitanti locali sono preoccupati: ritengono che questa pesca costituisca un fatto nefasto, foriero di avvenimenti negativi, probabilmente un terremoto.
Il video è tratto da:
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Piante di soia germogliano intorno alla Centrale di Chernobyl !



Germogli di soia, rigogliosi, nei terreni contaminati che si estendono vicino Chernobyl. Peccato però che non si possano mangiare! Annotano le le pagine scientifiche della rivista Wired. Eppure la scoperta di piantine di soia nei pressi della centrale nucleare saltata in aria nel 1986 è giudicata molto interessante dagli scienziati. Se riusciranno a comprendere come fanno a sopravvivere le piante in ambienti di per sé ostili, si potranno realizzare geneticamente piante talmente forti da resistere alla siccità o da crescere su terre poco fertili. I primissimi passi sono già stati fatti, da un team di scienziati slovacchi.

"E' molto incoraggiante sapere che esistano piante in grado di adattarsi nell'area in cui è avvenuto l'incidente nucleare più grave del mondo", ha commentato Martin Hajduch, esperto di biotecnologia applicata alle piante, presso la Slovak Academy of Sciences e coautore dello studio, sul Journal of Proteome Research.

Il team di Hajduch ha costruito e raccolto semi da un giardino vicino al villaggio di Chistogalovka, a cinque chilometri da quel che resta della centrale nucleare. Gli scienziati hanno analizzato quei semi con ogni sorta di moderna tecnica proteomica, superando precendenti studi condotti in materia. Dopo anni di ricerche effettuati sugli effetti dannosi delle radiazioni sulle piante cresciute in quell'area, questa è la prima volta che qualcuno scatta un'istantanea di tutto l'universo vegetale che cresce a Chernobyl.

Gli scienziati slovacchi hanno iniziato con il congelare ciascun seme con liquido nitrogeno, schiacciandolo fino a estrarre un mix di proteine. In seguito, hanno raccolto quelle molecole in un blocco di gel elettrizzato e hanno identificato ciascuna di esse con uno spettrometro di massa. Hanno poi sottoposto allo stesso procedimento pia nte che crescevano a 100 chilometri dall'area della centrale. Le piante contaminate si modificavano per difendere se stesse, regolando i livelli di decine di proteine in modo da proteggersi da malattie, metalli pesanti e sale.

La differenza principale tra le piante nate nell'area dei rifiuti radioattivi e quelle più lontane è stata sorprendente: i livelli di centinaia di proteine, conosciute per la loro abilità di trasportare altre proteine, erano bassissimi. Le piante dunque erano in salute, ma non commestibili.

fonte Apcom - http://www.apcom.net


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L'esame del DNA svelerà chi era il padre di Tutankhamon !


Ricercatori egiziano tenteranno di stabilire chi sia stato il padre di Tutankhamon servendosi di analisi del Dna. Lo ha detto oggi il presidente del Consiglio supremo delle antichita' egiziane, Zahi Awass.

Il giovane faraone, la cui mummmia venne trovata nel 1922 nella tomba piu' ricca mai scoperta, regno' per una decina d'anni intorno al 1300 avanti Cristo. Non si e' mai riusciti a stabilire pero' chi fu il padre, forse Akhenoten o Amenhotep III.

Hawass ha precisato che i prelevamenti di Dna verranno fatti essenzialmente nella Valle dei Re da parte di scienziati dell'universita' del Cairo. In passato il Consiglio supremo si era sempre opposto ad analoghi esperimenti perche' le analisi sarebbero state poi condotte in paesi stranieri.

(fonte ANSA-AFP http://www.ansa.it http://www.afp.com )
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Pillola al pomodoro antinfarto orto della salute, ecco i segreti

I ricercatori inglesi: il concentrato è un potente antiossidante che ripulisce il sangue. I nutrizionisti: ma spesso sono meglio i prodotti freschi


ROMA - La pummarola ci salverà. Dagli attacchi al cuore, dal grasso che si accumula nelle vene. Scienziati britannici hanno ridotto l'italianissimo frutto rosso in pillole per contrastare l'accumulo di grassi nelle arterie: è un integratore in compresse che avrà il nome di Ateronon e che, dicono, ha la proprietà di impedire al colesterolo cattivo di accumularsi nel sangue e causare infarti ed ictus. Ne basta una al giorno, per togliere l'infarto di torno.

Un gruppo di ricercatori della Cambridge Theranostics, uno spin-off biotecnologico dell'università inglese di Cambridge, ha lavorato sul licopene, il potente antiossidante che si accumula sulla buccia e fa rosso il pomodoro. E ne ha spremuto il salubre principio attivo. I cardiologi inglesi ne hanno parlato ieri in un convegno a Londra, raccontando come la pasticca al pomodoro ha distrutto quasi tutto il grasso nelle arterie di 150 volontari in circa otto settimane, bloccando l'ossidazione del grasso nel sangue. Servono altri test, ammettono, per essere certi della sua efficacia. Ma i primi risultati fanno ben sperare.

Pastiglia superconcentrata, come spesso sono i vari integratori di vitamine e altro molto di moda ovunque: in Italia lo scorso anno un fatturato di oltre un miliardo di euro con i vari supplementi comprati solo in farmacia. Un italiano su tre che compendia alla crescente disabitudine alla tradizionale dieta mediterranea con cavoli e arance impasticcate.

La capsula al pomodoro contiene tanto licopene quanto 3 kg di pomodori maturi, quelli della variante "tangerine tomato" che a dispetto del nome marocchino viene coltivato in Italia. L'antiossidante è difficile da assorbire nella sua forma naturale, spremuto così invece sarebbe efficace. E potrà essere comprato anche nei supermercati: gli ingredienti naturali sono naturali dunque vengono sorpassate le procedure di autorizzazione per i nuovi farmaci.


Sughi e pizze sono più gustosi, certo. Ma gli inglesi, pur apprezzando le virtù dell'oro terapeutico made in Italy e tutto al naturale, confidano molto nella sintesi botanica. Peter Kirkpatrick, che condurrà ulteriori ricerche all'Addenbrooke's Hospital di Cambridge per conto della Theranostics, sostiene che la pillola potrebbe essere molto più efficace delle statine, il farmaco più prescritto al mondo contro il colesterolo.

"Vogliamo che le proprietà della pastiglia siano prese seriamente, niente a che vedere con gli integratori alimentari", ha aggiunto Gunter Schmidt della Theranostics. Test clinici di un anno partiranno tra poco anche ad Harvard, negli Stati Uniti. Peter Weissberg, della British Heart Foundation, consiglia "cautela ai pazienti: prima di prendere nuovi farmaci o prodotti naturali, servono benefici clinici dimostrati. Nel frattempo, meglio frutta e verdura in abbondanza".

Dieta mediterranea contro chimica o sintesi più o meno naturale. La compressa rossopomodoro semina più di qualche scetticismo in Carlo Cannella, nutrizionista alla Sapienza di Roma: "Cinque dosi di frutta e verdura al giorno, ecco la vera medicina che protegge da quasi tutto: gli integratori non servono a niente da soli, mentre col cibo hanno effetti trascurabili". Pomodoro fresco, molto meglio di un cachet.

fonte-repubblica.it
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Un microRNA regola i ritmi del fegato

Coinvolto nell'armonizzazione dei processi metabolici dei lipidi, la sua azione influenza anche i cicli di replicazione del virus dell'epatite C

La maggior parte delle cellule possiede un orologio inteno, un gruppo di geni che manifesta schemi di espressione ciclici che raggiungono il picco una volta al giorno. Molti di questi geni sono espressi in organi come il fegato, la cui attività è importante che sia attentamente regolata nel corso della giornata. Un gruppo di ricercatori del National Centre of Competence in Research Frontiers in Geneticspresso l'Università di Ginevra, in Svizzera, ha ora scoperto che un ruolo determinante per questi "oscillatori" molecolari è svolto da uno specifico microRNA, una classe di molecole che sono capaci di inibire la sintesi di particolari proteine, permettendo alla cellula di ridurre l'attività di particolari geni.

Finora ben poco si sapeva sull'influsso dei microRNA sui ritmi circadiani e l'articolo pubblicato sulla rivista Genes & Development dal gruppo di ricerca diretto da Ueli Schibler inizia a colmare questa lacuna.

Molti dei geni coinvolti nel metabolismo dei grassi sono influenzati dall'assunzione periodica di cibo e la loro attività deve essere attentamente regolata e sincronizzata per assicurare l'armonico procedere dei numerosi processi metabolici coinvolti.

"Abbiamo individuato il ruolo di un microRNA chiamato miR-122, che è particolarmente abbondante nel fegato e che influisce sulla regolazione del metabolismo del colesterolo e degli altri lipidi e che può favorisce la replicazione del virus dell'epatite C", ha detto David Gatfield, che partecipato alla ricerca.

I biologi hanno in particolare scoperto che miR-122 è fortemente coinvolto nel sistema dell'orologio circadiano degli epatociti. Questo microRNA modula numerosi geni, andando a colpire l'ampiezza e la durata della loro espressione. Peraltro, la sintesi di miR-122 coinvolge un fattore di trascrizione noto per intervenire a sua volta sui ritmi  circadiani.

"Sarebbe poi interessante studiare se la connessione fra ritmi circadiani e miR-122 si estende anche al ruolo di questo microRNA nella replicazione del virus dell'epatite C", ha osservato David Gatfield. Sapere se la moltiplicazione virale è collegata a specifici periodi della giornata contribuirebbe a una migliore comprensione del ciclo di vita di questo pericoloso patogeno. 


FONTE-lescienze.espresso.repubblica.it
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Scoperto come funziona il «pilota automatico» che abbiamo nel cervello

Onde cerebrali «sincronizzano» alcune aree nervose con la vista e ci consentono di compiere azioni che richiedono estrema precisione anche quando siamo distratti
MILANO – Come è possibile che in una frazione di secondo passiamo dal cantare a squarciagola l’ultima hit che sta riproducendo la nostra autoradio allo scorgere con la coda dell’occhio un cartello che indica il senso vietato o il rosso di un semaforo che ci intima di fermarci? Hanno provato a spiegarlo i ricercatori del MIT sull’ultimo numero di Science.

OCCHI E CERVELLO – Ogni istante una quantità impressionante di informazioni visive colpisce i nostri occhi, ma nella maggior parte dei casi siamo in grado di concentraci solo sui dettagli di nostro interesse. Per restare nella metafora automobilistica, quando ci troviamo in un luogo sconosciuto e siamo sprovvisti di GPS l’attenzione si rivolge principalmente ai cartelli stradali e alle possibili fonti di indicazione, tralasciando qualsiasi elemento di contesto, come potrebbero essere gli alberi sul ciglio della strada, la spazzatura sui marciapiedi o i pedoni che ci passano a fianco. Alcuni scienziati del Massachusetts Institute of Technology hanno scoperto che questo indirizzamento dell’attenzione dipende da onde cerebrali ad alta frequenza che interconnettono il centro di controllo del cervello al centro visivo. Finora, infatti, era risaputo che all’interno del processo di concentrazione un ruolo importante fosse giocato dalla corteccia prefrontale, ma le conoscenze su come questa agisse erano ancora scarse, dal momento che è situata agli antipodi del cervello rispetto al centro di controllo della vista. Ora, grazie allo studio condotto dal neuroscienziato Robert Desimone, si è scoperta una perfetta sincronia tra il sistema sensoriale e quello cerebrale.

STIMOLAZIONI SINCRONIZZATE – La ricerca è partita dall’analisi dell’attività neuronale di due scimmie, concentrate nella visualizzazione di un’immagine sullo schermo di un PC. Come si aspettavano, gli scienziati hanno osservato che la stimolazione dei neuroni dell’area visiva produceva segnali elettrici sincronici. Ciò che invece ha colto tutti di sorpresa, è stata la scoperta dell’attività di alcuni neuroni della corteccia prefrontale con la stessa identica frequenza. Ad un’analisi più approfondita, si è scoperto che la trasmissione del segnale aveva inizio proprio da questa regione centrale e solo dopo una decina di millisecondi veniva emulata dall’attivazione dei neuroni della corteccia visiva: il tempo, dunque, che le onde ad alta frequenza mettessero in comunicazione le due regioni per consentire un’azione in perfetta sincronia. In conclusione, sono i neuroni nella corteccia prefrontale a governare l’attivazione di quelli nella regione visiva cosicché l’attenzione possa essere interamente indirizzata sull’immagine che richiede particolare concentrazione.

PROSPETTIVE – Il deterioramento e l’indebolimento della corteccia prefrontale sono associati alla schizofrenia, a deficit di attenzione e ad iperattività. Grazie alla scoperta del MIT, dunque, gli studi su queste malattie del disordine potrebbero trovare nuova linfa e giungere a conclusioni e soluzioni finora impensabili.
fonte-www.corriere.it
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Per un nuovo modello del mantello terrestre

Sia lo strato superiore sia quello inferiore sono coinvolti nella convezione, anche se in misura e con modalità differenti
Una nuova ricerca pubblicata sulle pagine della rivista “Nature” affronta un'annosa questione delle scienze della Terra: come conciliare gli attuali modelli convettivi del mantello terrestre con la presenza di antichi gas nobili nelle rocce vulcaniche.
Un gruppo di ricerca frutto della collaborazione tra la Rice University e l'Harvard University ha infatti sviluppato un nuovo modello per spiegare in che modo elio, neon e argon vengano persi dall'interno della Terra durante la convezione del mantello.

"Secondo la maggior parte dei modelli esistenti, la convezione avrebbe dovuto depauperare ampiamente il mantello di gas nobili, a meno che parte o tutto del mantello inferiore sia rimasto in qualche misura isolato”, ha commentato Helge Gonnermann, docente di scienze della Terra della Rice. "Così siamo andati a verificare se ci potesse essere un meccanismo in grado di preservare gli antichi gas nobili nel mantello inferiore senza con ciò mettere in forse lo schema complessivo della convezione.”

L'elio-3, per esempio, non può essere creato da alcun processo all'interno della Terra, e si ritiene perciò che tutto quello che si osserva di questo isotopo sia ciò che resta della formazione planetaria. Pertanto, via via che i cicli convettivi si susseguono, i geochimici si aspettano di rilevare sempre meno elio-3: è infatti ciò che si riscontra nella maggior parte dei basalti che si formano dalla lava che fuoriesce dalle dorsali oceaniche, a parte alcune eccezioni rilevate nelle Hawaii e in altre isole.

Il nuovo modello prevede che sia il mantello superiore sia quello inferiore siano coinvolti nella convezione, anche se in misura e con modalità differenti: mentre il mantello superiore è stato ampiamente degassificato per via di diversi cicli tettonici, la parte inferiore ha subito all'incirca un solo riciclo negli ultimi 4,5 miliardi di anni.
Il continuo mescolamento delle placche di subduzione nel mantello inferiore ha avuto come effetto la diluizione della concentrazione degli antichi gas nobili, che in tal modo vengono estratti in quantità sempre minori. Di conseguenza, circa il 40 per cento dell'antico elio-3 può essere presente nel mantello inferiore, sebbene quest'ultimo possa aver subito un solo ciclo tettonico.

"Contrariamente alla visione convenzionale, secondo cui il ciclo tettonico del mantello inferiore avrebbe dovuto produrre un notevole mescolamento tra la parte inferiore e quella superiore del mantello, cancellando le differenze nella concentrazione dell'elio-3, abbiamo riscontrato che il ciclo del mantello inferiore praticamente bypassa quello superiore”, hanno spiegato i ricercatori. "I processi di subduzione e il mescolamento nel mantello inferiore sono bilanciati dai pennacchi ricchi di elio-3, che provengono dal mantello inferiore, ricchi di elio-3, senza moscoalrsi in modo significativo mentre attraversano il mantello superiore.”


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Un topo (quasi) "parlante"

Topi geneticamente modificati per avere il gene FOXP2 simile a quello umano, hanno acquisito una più fine capacità di controllo delle proprie emissioni vocali 

Non possono certo parlare, ma topi ingegnerizzati per avere una "versione umanizzata" di un gene hanno molto da dire sul processo evolutivo che ha portato la nostra specie a padroneggiare il linguaggio parlato. E' questa la conclusione di una ricerca condotta presso il Max-Planck-Institut per l'antropologia evoluzionistica, di cui viene riferito in un articolo pubblicato su "Cell". 

"Con questo studio possiamo intravedere che i topi possono essere utilizzati non solo per studiare le malattie, ma anche la nostra storia", ha detto Wolfgang Enard, che ha diretto la ricerca.

Il gruppo di lavoro di Enard si dedica in primo luogo allo studio delle differenze genetiche fra l'essere umano e gli altri primati. Una differenza importante fra uomo e scimpanzé che i ricercatori hanno osservato riguarda la sostituzione di due amminoacidi nel gene FOXP2. Questi cambiamenti si sono stabiliti dopo che la linea filogenetica dell'uomo si è separata da quella dello scimpanzé: i primi studi avevano messo in evidenza che quel gene era stato oggetto di selezione positiva, inducendo i ricercatori a ritenere anche che quel cambiamento evolutivo fosse in relazione a qualche significativo aspetto della capacità di parlare e del linguaggio. 

"I cambiamenti in FOXP2 sono avvenuti nel corso dell'evoluzione umana e sono i migliori candidati a spiegare perché possiamo parlare. La sfida è quella di studiarli dal punto di vista funzionale", ha osservato Enard, che ha sottolineato come per ragioni ovvie ciò non sia fattibile sull'uomo, ma neppure sullo scimpanzé. 

Nello studio in questione, i ricercatori hanno così introdotto quelle due sostituzioni nel gene FOXP2 del topo, dato che la versione murina di quel gene è sostanzialmente identica a quella dello scimpanzé, una circostanza che rende plausibile che essa rappresenti anche un modello ragionevole della forma ancestrale della versione umana del gene. 

Dall'analisi del risultato di questa operazione i ricercatori hanno così potuto rilevare che i topi con la versione umana di FOXP2 mostrano cambiamenti in quei circuiti cerebrali che nell'uomo si sanno essere in relazione con la capacità di parlare. I topi geneticamente modificati mostrano anche differenze qualitative nelle vocalizzazioni che essi emettono quando vengono collocati al di fuori della loro tana originaria. Tuttavia, osserva Enard, sappiamo ancora tropo poco sulla comunicazione nel topo per poter dire che cosa possano significare esattamente questi cambiamenti. 

Anche se FoxP2 è attivo in molti altri tessuti, la versione alterata non sembra comportare altri effetti sui topi, che sono apparsi in buona salute. 

Queste differenze, osservano i ricercatori, aprono uno squarcio sull'evoluzione della capacità cerebrale di parlare e del linguaggio: ora gli scienziati cercheranno di approfondire i meccanismi molecolari alla base degli effetti del gene e la loro possibile relazione con le differenze fra uomo e grandi scimmie. 

"Al momento possiamo solo speculare sul ruolo che questi effetti possono avere avuto nel corso dell'evoluzione umana. Tuttavia, dato che i pazienti portatori di una versione non funzionale di un allele del gene FOXP2 mostrano difficoltà nella temporizzazione e nella giusta messa in sequenza dei movimenti orofacciali, è possibile che le sostituzioni in FOXP2 abbiano contribuito alla calibrazione fine del controllo motorio necessario all'articolazione del parlato, ossia alla capacità unica dell'uomo a imparare a coordinare i movimenti muscolari nei polmoni, nella laringe e nelle labbra che sono necessari per parlare. Siamo fiduciosi che studi coordinati sul topo, su altri primati e sull'uomo alla fine chiariranno se è effettivamente così", ha concluso Enard. (gg)

FONTE: http://lescienze.espresso.repubblica.it/
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Nei geni i segreti dello stress ossidativo

In una serie di esperimenti, si è riusciti a identificare un nuovo fattore di trascrizione, chiamato Mga2, cruciale per il meccanismo di adattamento alla presenza di bassi livelli di composti ossidativi 

Lo stress ossidativo, sia nella letteratura scientifica sia nella pubblicistica, è stato spesso legato all'invecchiamento, all'insorgenza dei tumori e di altre malattie. Paradossalmente, alcuni studi hanno trovato che una piccola esposizione a composti ossidativi può in realtà offrire una protezione dalla presenza di dosi più massicce. 

Ora i ricercatori dell'Università della California a San Diego hanno scoperto il gene responsabile di tale effetto: il lavoro pubblicato sull'ultimo numero della rivista on-line ad accesso libero PLoS Genetics spiega il meccanismo sottostante al processo che previene il danno cellulare da parte dei derivati reattivi dell'ossigeno (reactive oxygen species, ROS).

"Possiamo bere succo di melagrana per combattere i radicali liberi o seguire una dieta a basso introito calorico per essere più longevi", ha commentato Trey Ideker, capo della divisione di genetica del Dipartimento di medicina della UC San Diego e professore di bioingegneria della Jacobs School of Engineering. "Ma ora i nostri studi suggeriscono che effettivamente gli esseri umani sono in grado di prolungare la propria vita esponendo il proprio corpo a minime quantità di ossidanti."

I ROS sono ioni che si formano come prodotto di scarto naturale del metabolismo dell'ossigeno e rivestono un ruolo importante nei processi di segnalazione molecolare all'interno delle cellule. Questa classe di piccole molecole include gli ioni ossigeno, i radicali liberi e i perossidi. Tuttavia, in condizioni di stress ambientale  - per esempio, per l'esposizione alla radiazione ultravioletta, al calore o a sostanze chimiche nocive - i livelli di ROS possono aumentare drasticamente. Tale effetto, a sua volta, può determinare un significativo danno cellulare a carico delle molecole di DNA e di RNA e delle proteine con effetti cumulativi che vanno sotto il nome di stress ossidativo.

Uno dei maggiori contributi a a quest'ultimo è dato dal perossido di idrogeno derivato da un tipo di radicali prodotti dai mitocondri con la produzione di energia. Sebbene la cellula abbia un metodo per minimizzare gli effetti dannosi del perossido di idrogeno, convertendolo in ossigeno e acqua, tale processo non riesce nel 100 per cento dei casi. 

Ideker e colleghi hanno così cominciato a studiare nei lieviti i processi coinvolti nel processo di adattamento della cellula alla presenza di perossido di idrogeno, cercando di chiarire in che modo avviene l'ormesi, il fenomeno per il quale una sostanza tossica agisce come stimolante in piccole dosi e come un inibitore a grandi dosi.

Si è così proceduto a trattare le cellule con una piccola dose di perossido di idrogeno seguita da una alta dose cercando al contempo i geni candidati a controllare questo meccanismo di adattamento, per il quale è risultato cruciale un nuovo fattore di trascrizione chiamato Mga2.

"Si è trattato di un risultato sorprendente perché Mga2 si trova in un 'posto di controllo' di un cammino completamente differente di rispetto a quelli che rispondono a una esposizione acuta ad agenti ossidativi: questo secondo cammino è attivo solo alle più basse dosi", ha concluso Ideker. (fc)

Fonti: http://lescienze.espresso.repubblica.it/
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