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I cani hanno avuto origine in Medio Oriente



Non in Europa o in Cina, come si sospettava. Lo dimostra la più vasta analisi genetica mai condotta sul Dna dei cani e dei lupi


I cani hanno avuto origine in Medio Oriente e non in Europa o in Cina, come si sospettava finora. Lo dimostra la più vasta analisi genetica mai condotta sul Dna dei cani e dei lupi, i loro parenti più prossimi nella scala evolutiva. La ricerca, pubblicata su Nature, si deve a un gruppo internazionale coordinato dall'Università della California a Los Angeles (Ucla).
L'area di origine dei cani è perciò la stessa nella quale sono nati i gatti domestici e molti animali da allevamento, così come l'agricoltura. La scoperta è stata una sorpresa per i ricercatori perché nessun reperto archeologico ha mai dimostrato che i cani abbiano avuto origine in quella zona. "I cani sembrano avere molte più somiglianze genetiche in comune con i lupi grigi del Medio Oriente che con le altre popolazioni di lupi nel resto del mondo", ha detto uno degli autori della ricerca, il biologo evoluzionista Robert Wayne, dell'Ucla.
L'analisi genetica che lo dimostra è una delle più vaste mai condotte finora sul Dna dei cani: "Siamo stati in grado di studiare una quantità di campioni senza precedenti", ha detto la coordinatrice della ricerca, Bridgett vonHoldt, dell'Ucla. I campioni sui quali si basa lo studio sono stati raccolti da oltre 900 cani provenienti da 85 allevamenti e da oltre 200 lupi grigi selvatici in popolazioni di Nord-America, Medio Oriente e Asia Orientale. Nel patrimonio genetico dei cani sono stati individuate oltre 48.000 "posizioni" memorizzate in chip genetici: in questo modo è stato possibile confrontare tutti i campioni di Dna analizzati nella ricerca.
Le prime testimonianze archeologiche della presenza dei cani in Medio Oriente risalgono a circa 13.000 anni fa, mentre i lupi sono presenti nel Vecchio mondo da centinaia di migliaia di anni. Le più antiche testimonianze archeologiche relative ai cani sono quelle trovate nella Russia occidentale, che risalgono a 31.000 anni fa, e quelle trovate in Belgio, che risalgono a 15.000 anni fa.
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La storia di James McDonald, uno scienziato coraggioso che cercava la verità sugli UFO


Questa è la traduzione italiana di un commento presente sul sito di Amazon (http://www.amazon.ca/Firestorm-James-McDonalds-Fight-Science/dp/0926524585), al libro di “Firestorm” (letteralmente “tempesta di fuoco”) di Ann Druffel, che descrive in maniera dettagliata la storia di questo illustre fisico e ricercatore sulla questione UFO. Altre informazioni sull’illustre e coraggioso studioso potete trovarle (in inglese) a questo link (http://www.ufoevidence.org/documents/doc758.htm).
Da notare che le tecniche dei disinformatori sono le stesse, oggi, come ieri, e che di scienziati coraggiosi (in particolare meteorologi) come McDonald ce ne sono putroppo pochi ai giorni d’oggi. Fanno eccezione il meteorologo Scott Stevens, la dottoressa Staninger, e pochi altri.
Per quanto riguarda il suo supposto suicidio ecco quanto ho reperito e tradotto dal sito rense.com:
“Di McDonald si riporta che sia stato depresso [ed in effetti di motivi per non essere allegro come abbiamo visto ce n’erano abbastanza N.d.T.], e che si sia sparato alla testa. Ma, ahimè, non morì. Fu costretto alla sedia a rotelle ma in qualche modo, diversi mesi dopo il suo primo tentativo, sarebbe ugualmente salito su un’automobile, avrebbe guidato fino ad un monte di pietà, acquistato un’altra pistola coi soldi ricavati dalla vendita della sedia a rotelle, guidato fino ad addentrarsi nel deserto e suicidarsi; il tutto da solo. Che morte conveniente, verrebbe da pensare, per i suoi avversari. E su McDonald, non ci sono dubbi, si era fatto molti nemici. La domanda da porsi è la seguente: fino a che punto questi nemici sono stati corresponsabili della morte di questo lodevole ed influente attivista?”
“Firestorm” di Ann Druffel descrive la storia di uno dei più importanti ricercatori UFO, James McDonald (1920-1971), fisico dell’atmosfera dell’Università dell’Arizona, persona più che mai qualificata per studiare scientificamente il fenomeno UFO. Dovendo, come meteorologo, guardare il cielo per lavoro (ed essendo ben diverso dai moderni meteorologi occultatori) McDonald avvistò personalmente degli UFO negli anni ‘50, e fu così che iniziò a ad indagare sul fenomeno. All’inizio degli anni ’60 McDonald riuscì ad avere accesso ai documenti del Project Blue Book (progetto di “studio” degli UFO da parte dell’aeronautica militare) e scoprì due cose:
1) lo staff del Project Blue book non era qualificato per portare avanti un’investigazione in quel campo.
2) il progetto era volto a screditare gli avvistamenti UFO, e lo staff del Blue Book non si prendeva nemmeno la briga di intervistare i testimoni oculari.
Verso la fine degli anni ’60 McDonald aveva già investigato centinaia di casi avvistamenti UFO – inclusi molti casi degli anni ’40 e ’50 che secondo l’aeronautica militare erano stati “risolti” (ovvero era stata trovata una spiegazione che escludeva l’ipotesti di velivoli non terrestri), trovando invece prove del contrario. McDonald usò la sua perizia e conoscenza scientifica per criticare le affermazioni dei “debunkers” [disinformatori], ad esempio del dottor Donald Menzel, astronomo dell’Univesità di Harvard e fiero oppositore dell’ipotesi che gli UFO potessero esistere realmente.
A differenza di McDonald, Menzel rifiutava di intervistare i testimoni degli avvistamenti UFO (partendo dal pregiudizio che gli UFO non esistessero giudicava che ogni testimone non potesse che riportare erronee osservazioni, e pertanto considerava che intervistarli fosse “una perdita di tempo”). McDonald smascherò l’illogicità ed anti-scientificità delle “investigazioni da poltrona” di Menzel, il quale non seppe mai replicare su un piano logico e scientifico, ma solo sul piano dell’attacco personale, ovvero degli insulti, definendo McDonald un “pseudo-scienziato” e uno “strampalato”.
Questo modus operandi nei confronti delle investigazioni di McDonald divenne in seguito una pratica abitudinaria di chi gli si opponeva non sollevando critiche sui suoi dettagliati studi e sulle sue accurate indagini, bensì attaccandolo sul piano personale. Convinto ormai della serietà del fenomeno UFO, McDonald a partire dal 1966 cercò di convincere la comunità scientifica, l’opinione pubblica e gli uomini politici statunitensi dell’importanza di uno studio scientifico del fenomeno conducendo in solitudine la sua personale crociata.
Quando il governo degli Stati Uniti verso la fine degli anni ‘60 creò il “Comitato Condon” per studiare il fenomeno UFO McDonald si propose subito per farne parte, ma nonostante le sue credenziali impeccabili e la sua vasta esperienza nel settore la sua proposta non fu accettata. Ben presto si capì la ragione di un simile rifiuto dal momento che le due persone che presiedevano il comitato, il dottor Edward Condon e il dottor Robert Low, si rivelarono determinate ad ottenere una conclusione che negasse ogni realtà a gli UFO, a prescindere dai dati raccolti.
Il rapporto finale del Comitato Condom pubblicato nel 1969 lasciò inspiegati circa un terzo dei casi di avvistamento UFO che furono esaminati, ma non di meno Condon affermò nell’introduzione che gli UFO semplicemente non esistevano e che la “scienza seria” non aveva niente da guadagnare dallo studio di quel soggetto. Imperterrito, McDonald scrisse numerosi e dettagliati critiche a tale rapporto, la maggior parte delle quali sono state ignorate dalla gran parte della comunità scientifica e dai suoi avversari, ma lo stesso il Rapporto Condon segnò l’inizio della fine per McDonald. La sua forte difesa della tesi che gli UFO fossero un serio argomento degno di attenzione scientifica gli aveva fatta guadagnare molte critiche nella comunità scientifica, da parte di persone che per lo più volevano semplicemente ignorare gli avvistamenti UFO. Molti colleghi di McDonald iniziarono ad evitarlo, e si ritrovò ben presto ben presto isolato dalla comunità scientifica.
Ancor peggio McDonald entrò in conflitto con Philip Klass, l’editore del settimanale “Aviation Week” , e fortemente avverso all’idea della reale esistenza degli UFO. Quando McDonald fece a pezzi una delle teorie di Klass per spiegare gli avvistamenti UFO – Klass suppose che molti UFO fossero “campane di plasma” originate dai condotti per l’alta tensione, una teoria che McDonald mostrò non avere basi scientifiche – Klass si scagliò personalmente contro McDonald in uno sfacciato tentativo di distruggere la sua reputazione.
Era una lotta impari, dal momento che McDonald si limitava a criticare le teorie di Klass e le sue “spiegazioni” per gli avvistamenti UFO, Klass ignorava gli argomenti scientifici di McDonald e si concentrava su calunnie personali ed insinuazioni. Nel 1970 la vita di McDonald stava andando a rotoli, in parte a causa dell’ostracismo nei suoi confronti da parte degli altri scienziati, in parte per i brutali attacchi di Klass, ed in parte per il fatto che la sua crociata gli aveva lasciato poco tempo per la sua famiglia, e sua moglie voleva il divorzio.
Nel 1971 arrivò l’ultima batosta. McDonald fu chiamato a testimoniare di fronte ad un comitato parlamentare sul nuovo Trasporto Super Sonico (SST – SuperSonic Transport), un aereo che McDonald aveva studiato e che era convinto che avrebbe danneggiato l’atmosfera. Sebbene tale questione non avesse niente a che fare con gli UFO e sebbene McDonald non stesse parlando di quell’argomento, uno squallido deputato del New England che voleva venisse costruito l’ SST (perché avrebbe portato lavoro ai votanti del proprio distretto) cercò di screditare le obiezioni di McDonald the SST spostando l’attenzione dell’udienza sul fatto che McDonald credesse negli “omini verdi”. Questa tattica colse completamente alla sprovvista McDonald, e sebbene egli cercasse di difendere i suoi studi sugli UFO e puntualizzasse che gli UFO e l’SST non avessero nessun legame tra di loro, quel deputato ripetutamente ridicolizzò McDonald ed insinuò che chiunque “credesse” negli UFO non poteva essere considerato attendibile quando testimoniava sull’ SST. Alla fine dell’udienza si poterono sentire nell’aula risate aperte e segni di scherno all’indirizzo di McDonald. Eppure le critiche di McDonald all’SST era condiviso da molti altri scienziati ed il progetto in seguito fu rigettato.
In ogni caso McDonald fu personalmente devastato ed umiliato da questo attacco sleale, e più tardi nel 1971 andò nel deserto dell’Arizona e si uccise sparandosi. La sua morte fu devastante per l’ufologia, dal momento che essa perse uno dei suoi più grandi leader e portavoce. Come nota la Druffel, molte delle sue indagini e dei suoi scritti (specialmente il suo brillante saggio “Scienze in Default” (“Scienza inadempiente”) rimangono i migliori nel campo degli studi sugli UFO e non sono mai stati adeguatamente confutati dai suoi critici.
Questo libro è stato scritto da Ann Druffel, la quale oltre a questo eccellente lavoro biografico ha pubblicato anche un certo numero di libri “New Age” di dubbio merito. Uno dei suoi libri è intitolato “Come difendersi dai rapimenti alieni”, un titolo che (a torto o a ragione) è stato molto ridicolizzato. Inoltre questo libro (la biografia di McDonald) è stato pubblicato non da una casa editrice tradizionale, ma da una molto piccola azienda “New Age”, cosa che sfortunatamente limiterà molto le vendite del libro e la possibilità di tendere pubblica la brillante ma tragica carriera di McDonald. Ma è anche un peccato che gli odierni discepoli di Menzel e Klass potranno utilizzare i precedenti libri della Druffel per cercare di screditare questo.
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Con il legno il cuore sta meglio

Gli arredi in legno aiutano il cuore. Sei battiti al minuto in meno rispetto ad un arredo con materiali sintetici. Sono i risultati di una ricerca austriaca condotta su classi di alunni.
La scelta di arredare degli interni in legno può avere effetti positivi sulla salute. A sostenerlo sono i ricercatori dell'Istituto per la Diagnosi Non Invasiva del Centro di Ricerca austriaco Joanneum. In uno studio pilota durato un anno all'interno di una scuola si è potuto mostrare che in uno spazio arredato con il legno il cuore batte addirittura più lentamente e con un livello di stress inferiore è tutelato meglio dai rischi. "Finora la ricerca si è concentrata sull'effetto del clima interno, aria, rumore, luce, colore, ergonomia e disposizione della mobilia. Volevamo scoprire in quale misura incide il materiale" ha dichiearato il capofila Maximilian Moser.

Gli studiosi hanno confrontato e monitorato con mini apparecchi per elettrocardiogramma due classi di studenti. La prima aula era arredata con pareti, pavimenti, coperture e rivestimenti in legno, l'altra con linoleum, pareti in cartongesso.

Tra i due gruppi si sono evidenziate differenze evidenti. Gli studenti nella classe arredata in legno hanno mostrato un battito cardiaco più rilassato, con 6 battiti al minuto in meno rispetto all'altra classe.
Un segnale che mostra come la presenza del legno svolga un azione calmante, antistress sul sistema circolatorio. Diversi studi internazionali mostrano come una frequenza cardiaca inferiore corrisponda ad un'aspettativa di vita superiore.
Il perché di questo effetto sulla salute degli ambienti non è ancora stato spiegato esaurientemente. Moser suppone che la presenza di oli essenziali, così come la qualità della luce possano giocare a favore.  Potrebbero però anche essere le qualità stesse dei materiali naturali. "Il legno si carica meno da un punto di vista elettrostatico, quindi permangono  gli ioni negativi che influenzano positivamente la salute".
Studi preliminari hanno dimostrato che il solo fatto visivo non ha alcuna influenza, dal momento che i pannelli in finto-legno non hanno fatto emergere effetti paragonabili.

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Il primo exopianeta con clima «mite»


«Potrebbe rappresentare la Stele di Rosetta nel campo dello studio dei pianeti extrasolari»

È COROT-9B, A CIRCA 1.500 ANNI LUCE DALLA TERRA

Una ricostruzione di Corot-9b mentre passa davanti alla sua stella (Afp)
Una ricostruzione di Corot-9b mentre passa davanti alla sua stella (Afp)
MILANO - È stato scoperto il primo pianeta esterno al sistema Solare con un clima temperato e una temperatura superficiale non molto diversa rispetto di quella dei pianeti del nostro sistema planetario. Lo riporta unarticolo apparso su Nature di un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall'Istituto di astrofisica delle Canarie e vi partecipa anche l'Italia, con l'astronomo Mauro Barbieri dell'università di Padova. «CoRoT-9b è il primo pianeta extrasolare che somiglia ai pianeti del sistema Solare», ha detto il coordinatore dello studio, Hans Deeg.
STELE DI ROSETTA PLANETARIA - Secondo uno degli autori, Claire Moutou del Laboratorio di astrofisica di Marsiglia, il pianeta «potrebbe rappresentare la Stele di Rosetta nel campo dello studio dei pianeti extrasolari». Perché, come ha spiegato Didier Queloz dell'università di Ginevra, «CoRoT-9b può fornirci gli strumenti per studiare le atmosfere di pianeti con temperature moderate e ci può permettere di aprire una finestra nuova nella comprensione della chimica alle basse temperature». Combinando le osservazioni compiute dal satellite europeo CoRoT con quelle del «cacciatore» di pianeti Harps installato sul telescopio dell'Osservatorio europeo meridionale a La Silla in Cile, gli astronomi hanno studiato per la prima volta in maniera approfondita il primo «normale» pianeta extrasolare.
ORBITA - CoRoT-9b orbita intorno a una stella simile al Sole situata a circa 1.500 anni luce dalla Terra. Grande circa quanto Giove, il pianeta ha un'orbita di 95 giorni, simile a quella di Mercurio. Secondo i calcoli la sua temperatura di superficie è compresa fra -20 e +160 gradi centigradi. Come i nostri pianeti giganti, Giove e Saturno, CoRoT-9b è composto in gran parte di idrogeno ed elio e potrebbe contenere 20 pianeti come la Terra.
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Da Galilei alla ricerca del Supermondo

Grazie allo scienziato cattolico Galileo Galilei che 400 anni fa, il 12 marzo 1610, fondava la scienza moderna, oggi i ricercatori italiani e di tutto il mondo possono andare a caccia di Antimateria dal centro della Terra allo spazio cosmico, dalle viscere del Gran Sasso d’Italia ai confini dell’Universo. La ragnatela neutrinica è attiva per svelare i segreti delle profondità della Terra dove la burrascosa lava fluisce verso la crosta. Gli scienziati del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, sono entusiasti della scoperta dei Geoneutrini di Antimateria nel cuore del pianeta e in trepidante attesa. L’astronauta Roberto Vittori nell’estate 2010 in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale, grazie allo Space Shuttle Nasa, con il cacciatore di Antimateria italiano AMS, il più avanzato laboratorio di ricerca per la fisica fondamentale mai portato nello spazio. Per la prima volta AMS verificherà l’esistenza o l’assenza di Antimateria, i possibili meccanismi collegati all’origine della Materia Oscura (23% dell’Universo) e misurerà l’entità dei raggi cosmici dotati di energie di oltre 100 Tera-elettronVolt (TeV), ben superiori ai 7-14 TeV rilevabili al Cern di Ginevra (Lhc). AMS esplorerà il dominio del 25 % dell’Universo, cercherà di rivelare fino a mille megaparsec dalla Terra: Antiprotoni, Antideutoni e Anti-nuclei di elio, determinandone la traiettoria e l’energia grazie a un potente magnete superconduttore, il più grande che sia mai stato usato in orbita. L’Italia ha un ruolo primario nello sviluppo dello spettrometro superconduttore, grazie alla collaborazione tra l’Agenzia spaziale italiana e l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Al Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Infn) l'esperimento Borexino, una sfera scintillante capace di catturare i neutrini "messaggeri" invisibili, ha confermato l’esistenza dei Geoneutrini di Antimateria emessi dalla Terra: la prova (smooking gun) che la radioattività è una delle principali fonti di energia del pianeta. I ricercatori Infn hanno presentato i risultati preliminari: la prima misura mondiale dei geoneutrini provenienti dagli abissi della Terra. Borexino continuerà la sua presa dati per almeno 10 anni, centrali nucleari italiane permettendo: la durata di un ciclo della vita solare. La ragnatela neutrinica predisposta dagli scienziati del Laboratorio del Gran Sasso e dai ricercatori di tutto il mondo, giustamente entusiasti, deve essere potenziata e difesa. Questi esperimenti confermeranno la Teoria Generale della Relatività di Einstein. Se il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, non è segnato in alcun calendario, ciò dipende dall’Hiroshima culturale nella quale siamo tutti immersi.





galileo_galilei
“Son certo che niente si lascia indietro dalla Divina Provvidenza di quello che si aspetta al governo delle cose umane”(Galileo Galilei, Opere VII, 394-395). Eppur credeva, il grande scienziato cattolico Galilei, il divin uomo, padre della Scienza moderna che pose fine al medioevo delle menti nel dare alle stampe il Sidereus Nuncius. Era il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, che però non è segnata in alcun calendario, nonostante i convegni, le lezioni, le mostre e le tavole rotonde! Grazie a Galilei che credeva in Colui che ha fatto il Mondo (e non nel caos ateo e agnostico di una fede nel nulla) oggi i ricercatori italiani e di tutto il mondo possono andare a caccia del Supermondo, quindi di antiparticelle dal centro della Terra allo spazio cosmico, dalle viscere del Gran Sasso d’Italia ai confini dell’Universo, con due principali esperimenti: Borexino e AMS. Per celebrare il padre della scienza moderna sperimentale che ha sconfitto ogni oscurantismo, l’Universo ci ha fatto dono il 12 marzo 2010 della totale disintegrazione di una cometa suicida che ha centrato il Sole. Il Sistema Solare oggi annovera una cometa in meno! L’osservazione è stata ripresa dal satellite “Solar and Heliospheric Observatory”(SOHO):www.spaceweather.com. Alla vigilia dell’opposizione del pianeta Saturno (22 marzo 2010) che sorge quando il Sole tramonta e tramonta quando il sole sorge, e della congiunzione Marte-Luna del 24 marzo, sempre grazie a Galilei gli scienziati possono annunciare che è ufficialmente aperta la caccia dell’Antimateria (sub)nucleare nello spazio e sulla Terra. Senza la logica matematica di Galilei, nonostante il genio di Leonardo, saremmo ancora nel medioevo perché senza la matematica e senza gli esperimenti riproducibili, la scienza non può esistere. Se è sempre più urgente la liberalizzazione del diritto commerciale alle imprese spaziali pubbliche e private, tra l’altro per la realizzazione di nuove navette tipo VentureStar che assicurino all’Umanità l’accesso diretto, facile e sicuro al Cosmo; i fisici delle particelle sono in trepidante attesa di poter esaminare i dati dell’esperimento AMS (Anti Matter Spectrometer) da 1,5 miliardi di dollari e 2,5 kWatt di potenza. AMS ha la capacità di distinguere, fino a mille megaparsec dalla Terra, gli elettroni dai protoni, per scovare i raggi cosmici dotati di energie di oltre 100 Tera-elettronVolt (TeV), ben superiori ai 7-14 TeV rilevabili al Cern di Ginevra (Lhc). AMS esplorerà il dominio del 25 % dell’Universo. Una potenzialità non di poco conto visto che è molto importante per la misurazione dei raggi cosmici, il 90% dei quali sono gli indistruttibili protoni, sfondo naturale per altri dati di forte interesse per gli scienziati. Dallo spazio AMS dovrà scovare abbondanze di positroni ed elettroni, uno dei possibili indicatori per la Materia Oscura (il 23% della massa totale dell’Universo che non emette radiazioni osservabili) gravitazionale. Accanto all’abbondante 75% di Energia Oscura antigravitazionale ed al 2% di materia normale tra cui l’Uomo. L’Europa ha contribuito in larga misura alla progettazione, allo sviluppo di AMS ed alla missione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) in queste sere brillante come Venere sui cieli d’Italia. Un’impresa degna di una sequenza in 3D a bordo dell’astronave interstellare Venture Star della compagnia RDA, in arrivo su Alpha Centauri, nel capolavoro assoluto Avatar di James Cameron. E l’impresa AMS è ancora più speciale per gli europei: l’astronauta che volerà insieme all’esperimento sarà Roberto Vittori dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Il progetto AMS è guidato dal premio Nobel Samuel Ting, dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), e coinvolge un team internazionale composto da 56 Istituti di 16 Paesi. L’Esa è uno dei partner nella collaborazione AMS attraverso la Direzione di Human Spaceflight. La Nasa ha messo ufficialmente in programma per il 29 luglio 2010 la missione Shuttle STS-134 Endeavour (la 35ma sulla Iss, la 133ma della navetta, comandata da Mark Kelly: pilota Gregory H. Johnson e mission specialists Michael Fincke, Greg Chamitoff e Andrew Feustel) di dieci giorni. L’astronauta Roberto Vittori sarà Specialista di Missione. Il volo comprenderà tre passeggiate spaziali e l’installazione di AMS all’esterno della Stazione spaziale che, secondo alcuni analisti della collaborazione internazionale, potrebbe rimanere in orbita fino al 2028 (Meeting Tokyo, 11 marzo 2010) magari con un’estensione dei voli delle navette shuttle. Se ne parlerà sicuramente allo Space Summit del 15 aprile 2010 in Florida con il Presidente Obama.


Una volta montato sul lato destro del traliccio della Stazione, AMS raccoglierà informazioni dalle sorgenti cosmiche alla ricerca di prove della presenza di Antimateria così da migliorare ulteriormente non solo la nostra conoscenza dell’Universo. Roberto Vittori, tenente colonnello dell’Aeronautica Militare Italiana, ritorna sulla Iss nel penultimo viaggio dello Space Shuttle. Stavolta, però, non più partendo da Baikonur sulla Soyuz, ma da Cape Canaveral sulla navetta Endeavour. AMS, l’ambizioso laboratorio orbitante europeo per la fisica delle particelle realizzato col contributo fondamentale dell’Italia, è un rilevatore molto speciale. E’ il più grande strumento scientifico mai installato su una stazione spaziale orbitale, ma è anche il primo spettrometro magnetico ad andare nello spazio. Il più grande magnete superconduttore raffreddato criogenicamente mai utilizzato oltre i confini della Terra. Gli Extraterrestri, se esistono, ne sono certamente a conoscenza. Scherzi a parte, Vittori avrà modo di marcare un paio di record di tutto rispetto: sarà il primo astronauta italiano ad aver raggiunto lo spazio orbitale sia sulla Soyuz sia sullo Shuttle. Allo stesso tempo sarà il primo ad entrare per ben tre volte sulla Iss. La missione inorgoglisce l’Arma Azzurra e l’Italia intera, sancendo la positiva cooperazione tra Forza Armata, Agenzia spaziale italiana ed Esa, che ha portato negli ultimi anni a dei risultati di eccellenza in ambito internazionale. Lo spazio sta diventando sempre più un luogo di lavoro quotidiano e nel prossimo futuro rappresenterà un pilastro fondamentale della nostra Economia, per garantire a tutti quelle capacità operative sempre più efficaci ed efficienti che solo la liberalizzazione dell’impresa spaziale può garantire.


La possibilità del volo di Vittori deriva da un accordo bilaterale tra l’Agenzia spaziale italiana e la Nasa riguardo all’utilizzo dei Moduli Logistici MPLM (Multi-Purpose Logistic Module) multiruolo costruiti dall’Italia: Leonardo, Raffaello e Donatello. Conferma il ruolo di primo piano del nostro Paese in un programma così ambizioso come la costruzione e l’attività operativa della Stazione spaziale internazionale a 400 km di quota; e, quindi, il successo del Diritto Spaziale a fondamento di ogni futura impresa umana. Sarà il primo volo di Vittori a bordo dello Shuttle. Nell’aprile 2002, Vittori trascorse 10 giorni sulla Iss svolgendo un conciso programma sperimentale. Tre anni dopo ritornò sulla Stazione per altri 10 giorni, per condurre un programma di 22 esperimenti. In entrambe le missioni Vittori ha volato come Ingegnere di volo sul veicolo spaziale russo Soyuz. “La Iss è cambiata considerevolmente negli ultimi anni – spiega Vittori – e di notevole rilevanza è il laboratorio spaziale europeo Columbus che permette agli scienziati europei di svolgere sempre più esperimenti in condizione di assenza di peso”. Questa è un’importante missione per la scienza, per il volo spaziale umano, per l’Europa e per l’Italia. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e l’Asi sono i primi contributori dell’impresa AMS, vi collaborano dal 1995 grazie all’impegno di Paesi, di Istituzioni e di 500 fisici di tutto il mondo che lavorano al progetto. Un prototipo della missione AMS, di dimensioni ridotte, era stato portato in orbita per quindici giorni nel 1998 proprio dallo Shuttle e con ottimi risultati. Il progetto iniziale prendeva avvio da una collaborazione tra Italia, Francia, Svizzera e Stati Uniti, con a capo il premio Nobel Samuel Ting e Roberto Battiston, dell’Infn, come referente nazionale. Un sogno intellettuale, un progetto di studio e ricerca, concepiti insieme al professor Antonino Zichichi (Presidente della Federazione Mondiale degli scienziati, scopritore dell’Antimateria nucleare e fondatore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso), che diventa realtà con tutte implicazioni scientifiche e tecnologiche del caso. Solo nell’estate del 2008, il via libera del Congresso Usa al finanziamento dei tre voli aggiuntivi dello Shuttle ha aperto la strada alla programmazione della missione STS-134 che dovrà portare in orbita il vero esperimento AMS. La sfida di AMS, un cubo di 4 metri per 4, pesante sette tonnellate e mezza, è trovare la soluzione di un affascinante enigma: capire come mai nell’Universo esista una forte asimmetria tra Materia e Antimateria, con una netta prevalenza della prima. Gli scienziati sanno che nel Big Bang dovettero formarsi in quantità pressoché identiche. Quindi indagare l’Antimateria che pare non emetta radiazioni e non risulta oggi osservabile con le normali strumentazioni. Il tutto è estremamente complesso e costoso. AMS sarà l’unico grande apparato in grado di rivelare la presenza di Antimateria nello spazio. Cercherà di rivelare Antiprotoni, Antideutoni e Anti-nuclei di elio, determinandone la traiettoria e l’energia grazie a un potente magnete superconduttore, il più grande che sia mai stato usato in orbita. Le ricerche di cui si occuperà AMS risultano ancora più importanti alla luce dell’attuale momento di grande rilancio per lo studio dei raggi cosmici: nell’Universo sono stati osservati fenomeni caratterizzati da energie altissime, impossibili da riprodurre in qualsiasi acceleratore di particelle, neppure al Cern di Ginevra nel potentissimo Lhc.


gransasso_borexino
L’Italia, con Asi e Infn, è fortemente coinvolta nella realizzazione dei principali strumenti della missione, derivati dall’esperienza decennale agli acceleratori di particelle, da Frascati al Cern. Il sistema di Tempo di Volo ed il sistema ad Anelli di Luce Cenenkov, realizzati dalla Sezione Infn di Bologna, il Tracciatore al Silicio realizzato dalla Sezione Infn di Perugia, il Calorimetro Elettromagnetico realizzato dalla Sezione Infn di Pisa. Ed altri importanti contributi, nella parte informatica e di monitoraggio a bordo, proverranno anche dalle Sezioni Infn di Milano e dell’Università di Roma - La Sapienza. L’industria spaziale nazionale (CGS, CAEN Space e G&A Engineering) ha contribuito in maniera determinante alla realizzazione del sistema termico, dell’elettronica qualificata per lo spazio e dei rivelatori a silicio installati nel cuore di AMS. L’Italia è già fortemente impegnata nello studio dei raggi cosmici e nella ricerca dell’Antimateria, con la missione spaziale italo-russa Pamela. Lanciato con un Soyuz da Baikonur a giugno 2006 e installato a bordo del satellite Resurs Dk1 della TsSKB-Progress, lo strumento Pamela studia con successo la materia esotica non barionica (non prevista dalla Fisica Standard delle particelle) e gli antinuclei, fin dal luglio del 2006. Nonostante i recenti straordinari progressi scientifici, lo studio delle particelle elementari e delle forze fondamentali, pone domande ancora senza risposta: che cosa sono la Materia Oscura e l’Energia Oscura, il 98% dell’Universo? Di fronte alle quali siamo, come ai tempi di Galilei, totalmente ignoranti. Raramente nella storia della scienza gli Uomini sono stati cosi coscienti della loro umile ignoranza. Da 15 anni la comunità scientifica italiana è al lavoro per costruire AMS, un esperimento pensato per affrontare queste questioni fondamentali. Giustamente è stato definito l’Hubble Space Telescope delle particelle elementari. In effetti, la sensibilità di AMS è 250 volte migliore di ogni altro strumento analogo messo in orbita fino ad oggi. Una nuova dimostrazione della straordinaria qualità della fisica italiana. Accanto all’esperimento Borexino nei Laboratori sotterranei del Gran Sasso dell’Infn, piazzato nel cuore del Gran Sasso d’Italia, per lo studio dei neutrini e degli antineutrini. E di pochi giorni fa la notizia dei rapporti preliminari di alcuni scienziati che affermano di aver visto in modo certo, per la prima volta al mondo, particelle di Antimateria (geoneutrini) provenienti dall’interno della Terra, là dove si forma il calore del nostro pianeta. Lo studio è stato pubblicato dal sito scientifico online arXiv.org della Cornell University. I ricercatori di Borexino (collaborazione internazionale di Istituti italiani, americani, tedeschi, russi e polacchi) coordinati dal professor Gianpaolo Bellini dell’Infn di Milano, avrebbero osservato e catturato per la prima volta i Geoneutrini, cioè gli antineutrini (la più piccola ed elusiva particella di Antimateria) provenienti dall’interno della Terra. Grazie a Borexino nei Laboratori del Gran Sasso. Lo avevamo anticipato tre anni fa, al via dell’esperimento. Queste leggerissime particelle ci dicono che migliaia di chilometri sotto la crosta terrestre, degli elementi radioattivi come l’uranio si trasmutano (decadono) e producono enormi quantità di quel calore che muove i continenti, scioglie le rocce e le trasforma in magma e lava per i vulcani emersi e sottomarini. Tramite i geoneutrini, gli scienziati dell’Infn avrebbero trovato la prova (smooking gun) che questa radioattività sia una delle principali fonti di energia del pianeta, anche se probabilmente non l’unico combustibile della fucina che produce le decine di migliaia di miliardi di Watt che scaldano la Terra. Verrebbe quindi smentita la teoria secondo la quale al centro della Terra vi sarebbe un enorme vorticoso “reattore nucleare” che da solo scalda il pianeta. Ipotesi assai cara anche alla fantascienza cinematografica (cf. film “Core”). Con esperimenti come Borexino sotto il Gran Sasso si potrà determinare la quantità di uranio presente sulla Terra e magari identificare preziosi giacimenti di combustibili nucleari; sperimentando nuove tecniche investigative da utilizzare poi su altri mondi del Sistema Solare ed oltre. In precedenza, ricercatori giapponesi avevano intravisto dei segnali indicativi dei geoneutrini, ma i loro rivelatori, troppo vicini alle centrali nucleari, erano disturbati dagli antineutrini provenienti dalle stesse. Solo ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, distante almeno 500 km dalla più vicina centrale nucleare, si è potuto avere un segnale genuino della radioattività naturale della Terra. Inoltre il livello di radiopurezza di Borexino, mai ottenuto da nessun altro esperimento finora, ha fortemente contribuito a questo successo. “Questa scoperta – fa notare il professor Gianpaolo Bellini – apre una nuova era nello studio dei meccanismi che governano l’interno della Terra. Uno studio esteso dei geoneutrini in vari punti della Terra, darà la possibilità di avere informazioni più precise sul calore prodotto nel mantello terrestre e, quindi, sui moti convettivi che sono alla base dei fenomeni vulcanici e dei movimenti tettonici. Il successo di questo studio è stato reso possibile dalle nuove tecnologie da noi sviluppate al Laboratorio del Gran Sasso, che ci hanno permesso di raggiungere in Borexino livelli di purezza da elementi radioattivi mai raggiunti prima da nessuno, in aggiunta alla lontananza del sito del Gran Sasso da reattori nucleari”. Non solo. “Gli straordinari risultati dell’esperimento Borexino – rivela la prof.ssa Lucia Votano, direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso – premiano anni di intenso lavoro e sono stati possibili grazie alle caratteristiche uniche al mondo del nostro Laboratorio sotterraneo e all’estrema radiopurezza dei materiali utilizzati per l’apparato sperimentale. L’esperimento stava già dando importanti informazioni sul funzionamento interno del Sole e adesso ha prodotto la prima misura mondiale dei geoneutrini provenienti dalle profondità del nostro pianeta. Ancora una volta i Laboratori del Gran Sasso dimostrano di essere un centro di ricerca di eccellenza nel campo della fisica astro-particellare”.


Secondo Giovanni Fiorentini, il coordinatore di un gruppo ricerca dell’Infn e dell’Università di Ferrara che ha sviluppato i primi modelli teorici per i geoneutrini,“Borexino apre una nuova finestra che ci permette di guardare direttamente all’interno della Terra fino a migliaia di chilometri di profondità. Il confronto tra i dati sperimentali e i modelli teorici getterà luce sulla composizione chimica e le origini della Terra”. Risulta evidente che il livello di radiopurezza raggiunto da Borexino, potrebbe suggerire alla Politica la non convenienza di qualsiasi progetto di installazione ed insediamento di centrali nucleari a fissione di vecchia generazione, sul suolo italiano. La ragnatela neutrinica predisposta dagli scienziati del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso dell’Infn e dai ricercatori di tutto il mondo, giustamente entusiasti, ora deve essere difesa perché non avrebbe alcun senso spezzarla. Dopo anni di preparazione e investimenti, l’esperimento Borexino, la sfera scintillante pronta a catturare i neutrini, "messaggeri" invisibili del Sole, della Terra e delle altre stelle (specialmente quelli emessi durante gli eventi di Supernova!), iniziò a prendere dati nel 2007 grazie all’originale esperimento installato nelle grandi sale sotterranee del Gran Sasso: tre gigantesche sfere, una di acciaio e due di nylon, riempite di un idrocarburo e di un liquido scintillante, riescono ad osservare gli sfuggenti neutrini a bassa energia provenienti dal Sole e dal cuore della Terra. Qui si aspettano 24 ore su 24 segnali che permettano di capire se davvero la nostra stella funziona come si crede. In pratica i neutrini solari passano attraverso le tre sfere concentriche di Borexino. “Lo scopo è quello di studiare questi neutrini per capire meglio sia come funziona la materia a livello dei suoi costituenti elementari sia come funziona il Cosmo intorno a noi. In particolare, se davvero il meccanismo che fa splendere il Sole è proprio quello immaginato dai fisici in questi ultimi decenni” – spiega il prof. Bellini. Borexino continuerà la sua presa dati per almeno 10 anni, centrali nucleari italiane permettendo: la durata di un ciclo della vita solare. L’esperimento, a cui lavorano circa 100 persone tra fisici, ingegneri e tecnici, è il più economico tra gli esperimenti di rivelazione dei neutrini solari. Numerosi sono i partner internazionali del progetto, la cui leadership è italiana. Oltre alle sezioni Infn di Milano, Genova, Perugia e ai Laboratori del Gran Sasso, vi partecipano la Technische Universität di Monaco, il Max Planck Institut di Heidelberg, l'APC francese, la Jagellonian University di Cracovia, il JINR di Dubna e il Kurchatov Institute di Mosca e infine gli statunitensi della Princeton University e del Virginia Polytechnical Institute. L’esperimento visto dall’esterno appare come una cupola di sedici metri di diametro al cui interno si trova una sorta di “matryoska”, una di quelle bambole russe che entrano l’una nell’altra. Dentro la cupola vi è un volume di 2.400 tonnellate di acqua ultrapura che serve come primo schermo per filtrare le particelle di alta energia provenienti dal Cosmo, che non interessano i ricercatori. All’interno del volume d’acqua, si trova una sfera di acciaio che contiene nella parte interna 2.200 fotomoltiplicatori: apparati che possono registrare la presenza di lampi di luce provocati dai neutrini; proseguendo il nostro viaggio virtuale all’interno di Borexino, vediamo contenuto in una sfera di nylon speciale, un’enorme quantità, mille tonnellate di pseudocumene, un idrocarburo utilizzato per schermare la parte sensibile dell’esperimento. Infine, il cuore ultimo di Borexino contiene 300 tonnellate di liquido scintillante. Il funzionamento assomiglia a quello di un vecchio flipper: quando i neutrini si "scontrano" con gli elettroni dello scintillatore, trasferiscono loro parte dell’energia incidente, provocando un lampo luminoso nel liquido. Questi lampi vengono visti dai fotomoltiplicatori grazie alla trasparenza delle sfere interne. L’apparato consente di misurare l’energia dei neutrini incidenti. Le reazioni nucleari che avvengono nel nucleo del Sole producono una grande quantità di neutrini solari. Il Sole è una sorgente potente di neutrini, se si pensa che circa 60.000.000.000 neutrini solari al secondo, incidono su ogni centimetro quadrato del nostro corpo. Questi neutrini hanno però mediamente un’energia più bassa di quelli atmosferici e sono ancora più difficili da rivelare. L’esperimento Borexino è finalizzato proprio alla rivelazione di neutrini solari, in particolare quelli prodotti dalle reazioni dell’elemento Berillio-7, che hanno un’energia intorno agli 862 kilo-elettronVolt (keV). Ben al di sotto dei 5.000 keV, soglia mai oltrepassata fino ad oggi dagli esprimenti di rivelazione in tempo reale dei neutrini. Il neutrino, però, interagisce molto debolmente con la materia, essendo del tutto insensibile all’interazione elettromagnetica ed a quella nucleare forte, rispondendo solo all’interazione nucleare debole. L’interazione dei neutrini è allora un evento incredibilmente improbabile dal punto di vista statistico: per osservarlo è necessario disporre di un rivelatore molto grande, costituito da diverse tonnellate, in modo da rendere la probabilità di interazione dei neutrini tale da poter misurare alcuni eventi al giorno. I geoneutrini di antimateria sono ancora più rari da osservare ed occorrono anni per accumulare dati utili. Ma il Gran Sasso (lo aveva intuito il prof. Antonino Zichichi) è uno schermo potente per la radiazione naturale e i raggi cosmici. Qui sotto alcuni pensano che si viva più a lungo! Altre particelle provenienti dal Cosmo o le naturali radiazioni ambientali, nonché la radioattività degli stessi materiali che costituiscono il rivelatore, possono indurre dei segnali spuri. Il rumore prodotto da questo fondo, in effetti, se non venisse schermato, sarebbe un miliardo di volte maggiore del segnale dei neutrini. Il Gran Sasso fornisce un primo schermo naturale di 1,4 km di roccia (pari a quello fornito da 4 mila metri d’acqua sul fondo oceanico abissale: l’idea fa sognare anche James Cameron che invitiamo a venire in Abruzzo per le riprese del suo sequel di Avatar) che assorbe efficacemente la gran parte dei raggi cosmici. Ciò che resta sono per lo più muoni ad alta energia schermati dalle 2400 tonnellate di acqua che costituiscono lo strato più esterno di Borexino. La radioattività ambientale è ulteriormente schermata da 1000 tonnellate di pseudocumene, che riempiono la sfera centrale e racchiudono il liquido scintillante, mentre sofisticate tecniche di radiopurificazione sono state sviluppate per ridurre la radioattività nel cuore dell’esperimento, raggiungendo un livello radioattivo un milione di volte più basso di quello di qualsiasi liquido normalmente utilizzato.


Conoscere il funzionamento del Sole e i costituenti elementari della materia, è fondamentale. Anche per lo sviluppo di una nuova tecnologia elettronica nucleare che, forse, un giorno ci aprirà la via al volo interstellare prefigurato nel kolossal Avatar. Il successo di Borexino è di aver abbassato così efficacemente la soglia del rumore di fondo, da rendere visibili neutrini con energia fino a 250 keV. Questo consente di rivelare e studiare una percentuale del potente flusso di neutrini proveniente dal Sole, assai maggiore di quella fino ad oggi osservata da ogni altro esperimento effettuato in tempo reale. Per gli scienziati lo studio delle proprietà del neutrino apre la strada a importanti revisioni e nuove conquiste delle teorie fisiche attuali. La scoperta della massa del neutrino e delle oscillazioni tra neutrini di differenti "flavour" o "sapori", come affermano i fisici), oltre ad avere importanti implicazioni cosmologiche offre indicazioni preziose per nuove teorie fisiche, che gli scienziati chiamano “la fisica oltre il Modello Standard”. Borexino, con l’attuale regime di sensibilità, offre quindi la possibilità di aggiungere nuovi dati per approfondire lo studio di questo scenario. Sarebbe un vero peccato accecarlo con un impianto nucleare sul giardino di casa! La rivelazione di neutrini a queste energie offrirà inoltre un test estremamente preciso dei modelli astrofisici del Sole. Borexino consentirà di studiare anche gli antineutrini provenienti dalle Supernove e quelli emessi dall’attività radioattiva all’interno della Terra (geoneutrini), un’enorme sorgente di energia naturale che aspetta solo di essere catturata. Gli scienziati sanno che la Terra è costituita da tre parti: un core metallico di circa 3500 km di raggio, il mantello di 3000 km, ed infine la crosta, formata essenzialmente da silicati, di spessore variabile dai 30 ai 75 km per quanto riguarda la crosta continentale, e di circa 10 km per la crosta oceanica. La potenza termica all’interno della Terra viene stimata dai geologi fra i 31 e i 44 migliaia di miliardi di Watt. La stima è molto grossolana perché basata essenzialmente sui carotaggi, circa 2000 intorno al mondo, che penetrano poco in profondità: il pozzo maggiore in assoluto sulla Terra è di 12 km nella penisola di Kola in Russia, profondità trascurabile rispetto al raggio terrestre, ma assai utile per rendere l’idea delle potenzialità oggi disponibili all’Uomo per le nuove ecologiche centrali geotermiche che necessitano di pozzi assai meno profondi. Le origini di questa energia sono incerte, anche se si ritiene che un’importante frazione sia dovuta al calore emesso dalle disintegrazioni spontanee dell’uranio, torio e del potassio-40 contenuti all’interno del pianeta.


Quale sia l’effettivo contributo radiogenico al calore terrestre, è materia di studio nella comunità internazionale delle Scienze della Terra. L’ipotesi più condivisa è che la radioattività naturale renda conto di un po’ più della metà del calore terrestre, ma esistono modelli alternativi secondo cui sarebbe all’origine del 100% dell’energia termica terrestre. All’origine di tale incertezza sta l’impossibilità di determinare, in conformità a dati osservativi, il contenuto di elementi radioattivi all’interno della Terra. Le abbondanze degli elementi nel pianeta sono stimate in maniera assai indiretta, estrapolando all’interno della Terra le conoscenze, anch’esse incerte, sulla composizione chimica di meteoriti supposti rappresentativi della composizione iniziale del Sistema Solare, e tenendo conto di complessi fenomeni di evaporazione e separazione nel processo di formazione del pianeta. Esiste anche un modello geologico che ipotizza la presenza di materiale radioattivo, che produrrebbe un effetto simile a quello dei reattori nucleari intorno al core (geo-reattore). Tale modello è considerato tuttavia poco probabile e Borexino pare ne abbia dimostrato la debolezza! Il resto dell’energia termica potrebbe essere dovuto ad altre cause sconosciute. Gli scienziati citano effetti come il calore latente di cambiamento di fase (quando un liquido diventa solido viene emessa dell’energia immagazzinata) ed altri più complicati. I riscaldamenti radiogenici contribuirebbero in maniera importante alla tettonica (quindi, ai terremoti), al vulcanismo e alle propagazioni del calore all’interno del mantello. Ma tutto questo è molto ipotetico, perché i geologi hanno pochi mezzi per investigare l’interno della Terra. La Fisica può però dare un importante aiuto sfruttando il fatto che molti decadimenti radioattivi emettono antineutrini, cioè l’antiparticella del neutrino. Il neutrino (e così l’antineutrino) è una particella priva di carica, di massa piccolissima, la quale può attraversare l’Universo, e quindi anche la Terra (e i nostri corpi) senza alterare le sue proprietà. Pensate, l’energia luminosa prodotta all’interno del Sole impiega almeno 10 mila anni ad uscire dalla stella: un’infinità rispetto ai pochi minuti impiegati dai neutrini del nucleo solare, per raggiungere la Terra; ed alle frazioni di millesimi di secondo necessari ai geoneutrini per raggiungere Borexino.


Quindi lo studio degli antineutrini emessi dai decadimenti radioattivi all’interno del nostro pianeta (geoneutrini messaggeri) è ad oggi l’unico metodo per capire cosa avviene nelle profondità terrestri. I geoneutrini portano alla superficie del pianeta informazioni dirette sul contenuto di elementi radioattivi contenuti nelle viscere del pianeta. La loro rivelazione rappresenta un modo di determinare, in maniera diretta, le abbondanze planetarie degli elementi da cui provengono, e dunque dà informazioni dirette sull’origine del pianeta e sulla quantità di calore prodotto dalla radioattività al suo interno. L’esistenza dei geoneutrini fu predetta negli anni 60’ del XX Secolo, ma solo in anni recenti il progresso nella rivelazione dei neutrini ha permesso di ipotizzarne uno studio sperimentale. Il collegamento fra le predizioni teoriche dei modelli geologici e i possibili risultati sperimentali è stato oggetto di numerosi studi, sia in Italia (gruppo di Fiorentini-Università di Ferrara) sia in Giappone (Enomoto ed altri). Per studiare gli antineutrini bisogna farli interagire all’interno di rivelatori di grande massa, situati in laboratori sotterranei, per essere schermati dai raggi cosmici, e costruiti con tecnologie estremamente avanzate per rendere trascurabile la radioattività naturale presente nei materiali e nell’ambiente. Altrimenti i rari eventi prodotti dai neutrini (o antineutrini) nel rivelatore, sono completamente mascherati dagli eventi prodotti dai raggi cosmici e dalla radioattività naturale o artificiale delle centrali nucleari a fissione. La lontananza di Borexino da reattori nucleari che emettono anch’essi antineutrini in grado di simulare comportamenti simili a quelli emessi dalla Terra, è la più assoluta garanzia di possibili nuove scoperte sotto il Gran Sasso, degne di un Premio Nobel tutto italiano. Già nel 2002 un esperimento giapponese, Kamland, sostenne di aver rivelato la radiazione dei geoneutrini, ma gli studi successivi dimostrarono che si trattava di un abbaglio: ciò che veniva osservato era in realtà dovuto alla presenza di un insidioso fondo di neutroni, che dava origine a dei “falsi geoneutrini”. Nel 2005 ancora kamland ha fornito le prime indicazioni dell’esistenza dei geoneutrini. Il problema principale in Kamland era (e rimane) la distinzione fra il contributo dei geoneutrini e quello degli antineutrini provenienti dai numerosi reattori nucleari presenti in Giappone. Borexino ha ottenuto in questi giorni l’evidenza dell’esistenza dei geoneutrini, riuscendo a evidenziarne il segnale con un’affidabilità superiore al 99,9%. Il confronto con i modelli teorici di Fiorentini et al., che ipotizzano un contributo radiogenico poco maggiore della metà del calore terrestre (23 su 31-44 migliaia di miliardi di Watt di potenza) secondo i fisici è ottimo, nei limiti della statistica raccolta. Inoltre i dati raccolti potrebbero già invalidare l’ipotesi del cosiddetto geo-reattore. Per rendersi conto della difficoltà dell’esperimento, una presa dati di oltre due anni fornisce due dozzine di eventi attribuiti a geoneutrini e ai reattori, dunque un evento al mese in totale e un evento di geoneutrino ogni due mesi! Questo è solo l’inizio, assicurano gli scienziati Infn. Lo studio ovviamente continua e fra altri due anni sarà possibile avere misure di maggior precisione producendo quindi più informazioni sui meccanismi di produzione termica della Terra. Borexino, con questa scoperta, ha aperto una nuova era nello studio dei meccanismi che regolano l’interno della Terra. Finalmente, seguendo le metodologie sviluppate da Borexino, sarà possibile investigare in modo non ipotetico l’origine e la distribuzione dell’energia termica all’interno del nostro pianeta. Vari esperimenti sono in fase di costruzione o di ricerca & sviluppo in vari siti del mondo: Canada, Finlandia, Hawaii, Sud Dakota. Se questi esperimenti ed altri esperimenti riusciranno ad ottenere “performances” del tipo di quelle ottenute da Borexino, confrontando le misure in differenti locazioni, sarà possibile determinare la concentrazione di uranio e torio nella Crosta e nel Mantello e sapere qualcosa di più sulla loro locazione.


Tuttavia occorre difendere il lavoro dei nostri scienziati, con verità e giustizia, a cominciare dai media. C’è un silenzio cosmico sotto il Gran Sasso, da tutelare come Patrimonio dell’Umanità. E non c’entra affatto la letteratura fantascientifica anche se l’immagine è molto romantica ed evoca suggestioni d’autore degne di James Cameron. Sono quei 1400 metri di roccia sotto il Monte Aquila, che assorbono le radiazioni e rendono il Laboratorio di fisica nucleare ospitato sotto la più alta montagna dell’Appennino, un luogo molto speciale, unico al mondo. E’ questo potente scudo protettivo a fare del Laboratorio Infn un posto straordinario per i fisici (e non solo) i quali, non a caso, accorrono in Abruzzo da ogni parte del mondo per studiare il mondo dell’infinitamente Piccolo per capire l’infinitamente Grande. E in particolare i neutrini e quelle particelle che compongono la misteriosa Materia Oscura: le chiavi di volta dei meccanismi che regolano l’Universo. Le ricadute tecnologiche della ricerca pura, sono praticamente infinite! Il pioniere di questo tipo di studi era stato Raymond Davis in una miniera d’oro abbandonata, a Homestake nel South Dakota degli Stati Uniti. Con i suoi studi sui neutrini prodotti dal Sole, ha aperto la strada alla Nuova Fisica. L’Italia non poteva non rimanere al passo anche perché aveva il posto giusto, avvolto dal “silenzio cosmico”. Grazie al professor Antonino Zichichi, oggi 750 scienziati di 28 Paesi utilizzano il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, considerato nel suo genere il migliore del mondo. Situata tra le città di L’Aquila e Teramo, a circa 120 km da Roma, la struttura sotterranea ha tre sale lunghe quasi 100 metri, larghe 18 e alte 20, collegate da vari corridoi le cui uscite si affacciano sulla galleria autostradale. La struttura, oggi diretta dalla professoressa Lucia Votano, è uno dei quattro Laboratori dell’Istituto di Fisica Nucleare di cui è presidente Roberto Petronzio, professore di Fisica Teorica all’Università Tor Vergata di Roma. L’Infn è l’Ente italiano dedicato allo studio dei costituenti fondamentali della materia e svolge attività di ricerca, teorica e sperimentale, nei campi della fisica subnucleare, nucleare e astro particellare. Questi esperimenti confermano già oggi la Teoria Generale della Relatività di Einstein che ci servirà un giorno per volare fino alle altre stelle. Quindi se il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, non è segnato in alcun calendario, ciò dipende dall’Hiroshima culturale nella quale siamo tutti immersi.
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studiosi Gb riescono a leggere il pensiero

Leggere il pensiero? Si può, o almeno è quel che sembra dimostrare lo studio di un'equipe dell'University College di Londra pubblicato su 'Current Biology'. A caccia di tracce di memoria i ricercatori capitanati da Eleanor Meguire sono riusciti a stanarle, anche se si tratta - sottolineano gli stessi studiosi - di risultati preliminari. Nel loro studio, i ricercatori britannici si sono concentrati sulla cosiddetta memoria episodica, una sorta di 'diario' composto da tutti gli eventi della nostra vita. Per rintracciarne tracce presenti nella mente hanno fatto osservare tre brevi filmati a 10 volontari, con tre diverse attrici protagoniste intente in azioni di tutti i giorni, come ad esempio gettare un bicchiere in un cestino dopo aver bevuto un caffè. Dopodiché hanno sottoposto i volontari a risonanza magnetica, chiedendo loro di ricordare le scene viste nei filmati. Ebbene, grazie a un particolare algoritmo messo a punto per decodificare l'attività celebrale 'fotografata' dalla risonanza magnetica, i ricercatori sono stati in grado di capire la scena che veniva ricordata di volta in volta dai volontari. In particolare gli studiosi, per muovere passi nei meandri della memoria, hanno focalizzato l'attenzione su lobi mediali temporali, scoprendo così che è l'ippocampo la sede del cervello dove ha luogo la registrazione dei ricordi. "Ora che abbiamo dimostrato che è possibile accedere direttamente alle informazioni sui singoli ricordi episodici nell'ippocampo umano, in vivo e in modo non invasivo - sostengono gli scienziati - si aprono nuove opportunità per scoprire importanti proprietà della memoria episodica".
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Nebulosa di Orione: al suo interno sono stati trovati tutti gli ingredienti chimici della vita.




Gli “ingredienti” della vita, come attualmente li conosciamo, sono stati trovati tra i gas e le polveri dellaNebulosa di Orione.
Separando le componenti della luce che ci arriva dagli oggetti astronomici gli astronomi sono in grado di dedurre la loro composizione chimica. Si tratta dell’analisi spettroscopica. Il grafico che vediamo sopra è l’analisi spettroscopica della luce proveniente dalla Nebulosa di Orione. Nei picchi che si vedono è possibile riconoscere l’emissione dovuta a varie sostanze, come il metanolo, l’acqua, la formaldeide, il monossido di carbonio e tante altre, che sono i “mattoni” fondamentali su cui si basa la vita come noi attualmente la conosciamo.
Questi nuovi dati sono stati raccolti dal telescopio spaziale Herschel, lanciato nello spazio l’anno scorso dall’E.S.A. Il telescopio è equipaggiato con uno strumento per la spettroscopia ad alta risoluzione e permette agli astronomi di comprendere qualcosa in più sulla chimica dello spazio.
La Nebulosa di Orione si trova a circa 1500 anni luce da noi ed è una attiva regione di formazione stellare, la più vicina alla Terra che si conosca. Nel catalogo di Messier viene chiamata M42 ed ha un’ampiezza di 45 anni luce.
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Marte: clamoroso, i canali di Marte creati dalla lava e non dall'acqua


traduzione a cura di Arthur McPaul

Per capire se la vita, come noi la conosciamo, sia mai esistita su Marte, abbiamo bisogno di capire dove c'è o c'era l'acqua" dice Bleacher. I geologi ritengono che attualmente l'acqua sulla superficie di Marte è nascosta nel sottosuolo o assume la forma di ghiaccio ai poli. Alcuni ricercatori sostengono che l'acqua scorreva sulla superficie, aumentando la possibilità di una qualche forma di vita presente o passata.

Una delle linee di sostegno per l'idea che l'acqua scorreva su Marte proviene dalle immagini che rivelano dettagli simili all'erosione del suolo da acqua: i terrazzamenti di muri dei canali, la formazione di piccole isole in un canale, canali sospesi o intrecciati che si diramano e si ricollegano al fiume principale. "Questi segni potrebbero essere la chiara evidenza di erosione fluviale su Marte", Bleacher dice.  La lava non è generalmente in grado di formare tali caratteristiche così finemente lavorate.

Bleacher e i suoi colleghi hanno effettuato un attento studio di un singolo canale sul versante sud-ovest del vulcano Marte Ascraeus Mons, uno dei tre vulcani chiamati  Montes Tharsis. La squadra di ricerca ha messo insieme le immagini ad alta risoluzione del  Thermal Emission Imaging System (THEMIS), del Context Imager (CTX), dell'High/Super Resolution Stereo Color (HRSC) e i dati in precedenza dal Mars Orbiter Laser Altimeter (Mola) che coprono più di 270 km (~ 168 miglia) di questo canale.  Questi dati a disposizione hanno dato una visione molto più dettagliata della superficie rispetto al passato.

Poiché l'origne del fluido che ha formato questo e altri canali dell'Ascraeus Mons è stata difficile da dedurre, gli indizi visivi alla fonte del canale sembrano indicare che sia stata l'acqua. Questi indizi sono piccole isole, i canali secondari che si diramano e si ricongiungono con quello principale e le erosioni interne delle curve dei canali.

Nella parte finale del canale è stata osservata una porzione mai vista prima, in cui Bleacher e colleghi hanno trovato un crinale che sembra avere flussi di lava che esce da esso. In alcune zone, "il canale è in realtà coperto, come se si trattasse di un tubo di lava, e allineate lungo questo, vediamo diverse bocche senza radici", o aperture in cui la lava è costretta ad uscire dal tubo e crea piccole strutture, spiega . Questi tipi di caratteristiche non fanno pensare a canali scolpiti dall'acqua, egli osserva. Bleacher sostiene che, avendo una delle estremità del canale formata dall'acqua e l'altra dalla lava, si ottiene una combinazione "esotica". Più probabilmente quindi tutto il canale è stato formata dalla lava.

Per scoprire quale tipo di lava sia in grado di produrre questi canali, Bleacher, con W. Brent Garry e Jim Zimbelman presso la Smithsonian Institution di Washington, hanno esaminato i 51km (~ 32 miglia) di un flusso di lava dell'eruzione del 1859 sul Mauna Loa Big Island delle Hawaii. Il loro obiettivo principale era un'isola di quasi un chilometro di lunghezza nel mezzo del canale; Bleacher dice che questa è molto più grande delle isole individuate all'interno dei flussi di lava marziani. Dall'indagine sull'isola, il team ha utilizzato un GPS differenziale, che fornisce informazioni relative alla localizzazione da 3 a 5 centimetri (da 1.1 a 1.9 pollici), piuttosto che dai 3 ai 5 metri (9,8-16,4 piedi) del GPS di una autovettura offre.

"Abbiamo trovato le pareti a terrazze all'interno di questi canali, che escono e scompaiono e i canali che lo tagliano tornano in quello principale con pareti verticali di 9 metri (~ 29 piedi)," Bleacher dice. "Quindi quello che vediamo è formato solo da lava che scorre e abbiamo trovato la maggior parte delle caratteristiche nei canali su Marte, che si ritenevano formati da acqua".

I nuovi dati forniscono "un caso di forte lava fluida in grado di produrre i canali che somigliano molto a quelli generati dall'acqua", spiega Zimbelman. "Quindi, non dobbiamo pensare all'acqua quando vediamo questi canali su altri pianeti, in particolare sui terreni vulcanici, come quelli dei Tharsis Montes".  Un'ulteriore prova che tali caratteristiche potrebbero essere state create da flussi di lava viene dall'esame di una immagine dettagliata dei canali dal Mare Imbrium, una macchia scura sulla luna, che è in realtà un grande cratere pieno di roccia lavica antichissima. In questa immagine, i ricercatori hanno trovato canali con pareti a terrazze e la ramificazione dei canali secondari come su Marte.

In conclusione, la lava dei canali su Marte "non solo ha implicazioni per l'evoluzione geologica del Mons Ascraeus, ma anche dell'intera Tharsis Bulge [regione vulcanica]", dice Andy de Wet, co-autore a Franklin & Marshall College, Lancaster, Penn. "Ciò può essere anche una certa incidenza per il presunto coinvolgimento diffuso delle acque nell'evoluzione geologica di Marte".

Bleacher osserva che le conclusioni del team non escludono la possibilità  chescorreva acqua su Marte, né l'esistenza di altri canali scolpiti dall'acqua. "Ma una cosa che ho imparato a non sottovalutare è il flusso di lava liquida, in quanto e' veramente in grado di modellare il territorio come avrebbe potuto fare l'acqua."
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L'ultimo mistero di Tutankhamon: il giovane faraone nato da un incesto

Tutankhamon nacque da un'unione incestuosa. E' l'ultima scoperta legata al giovane faraone, morto in circostanze misteriose, all'età di 19 anni attribuita al grande archeologo egiziano Zahi Hawass, vice ministro della Cultura dal 2009 e segretario generale del Consiglio superiore per le antichità del Cairo.
Grazie ad accurati esami del dna, non solo sulla mummia di Tutankhamon, ma di altri faraoni, l'equipe di biologi e medici tedeschi e egiziani, avrebbero dunque scoperto l'ultimo segreto di Tutankamon, secondo quanto rivela il settimanale francese 'Point de vue'.
La genetica ha rivelato, infatti, che quest'ultimo era nato da un'unione incestuosa, tra un fratello e una sorella, entrambi figli d'Amenophis III e della prima moglie, Tiyi. I matrimoni tra consanguinei erano, comunque, frequenti in Egitto fino alla conquista dei romani. Anche la leggendaria Cleopatra avrebbe sposato per due volte i suoi stessi fratelli, Tolomeo XII e Tolomeo XIV.
Anche Tutankhamon imiterà l'esempio dei suoi genitori, sposando una delle sorellastre, Ankhsenaamom, figlia dell'enigmatica Nefertiti. Lo dimostrano i due feti mummificati trovati all'interno del sarcofago del giovane faraone. Il loro dna è simile, ben oltre il 50%, a quello del loro progenitore. Uno dei due presenta, tra l'altro, una 'spina bifida', una malformazione della colonna vertebrale, indubbiamente di origine genetica.
I matrimoni tra consanguinei potrebbero spiegare, rivela sempre 'Point de vue', i problemi di salute di Tutankhamon e la sua morte prematura. In un primo tempo lo studio attento del suo scheletro, attraverso scanner di assoluta precisione, ha allontanato ogni ipotesi di un possibile assassinio. La ferita dietro il testa risulterebbe legata ad un banale errore degli imbalsamatori durante l'estrazione del cervello.
Scoperti inoltre nella mummia di Tutankhamon, problemi degenerativi legati al tessuto osseo del piede sinistro. Il giovane faraone soffriva inoltre di malaria. Malattia che i medici non riuscirono a debellare. Nonostante il suo soprannome , 'kanakht toutmesout', toro potente, Tutanakhamon era un uomo fragile, di costituzione debolissima. Zoppicava e spesso si accompagnava con un bastone. E' forse a causa del suo handicap, e non durante una partita di caccia, che lo sfortunato e affascinante faraone, si sarebbe rotto il femore sinistro.
Le conseguenze della caduta, una difficile riabilitazione e una ferita non curate a dovere, forse un'infezione, l'avrebbero condotto alla morte. Ricerche approfondite sui cromosomi di Tutankhamon e della sposa Akhenaton avrebbero escluso poi la sindrome di Marfan, che avrebbe spiegato i tratti androgini dei due sposi.
Secondo quanto scrive il settimanale francese “si tratta però della rappresentazione di figure stilizzate, secondo i codici politici e religiosi dell'epoca, che mostrano il faraone come sorgente di vita. Uomo e donna, un'unica identità all'interno di uno stesso corpo”. Ma altri interrogativi si addensano sul faraone più amato, conosciuto e studiato. Altri misteri da svelare, secondo Zahi Hawass, dopo la scoperta, il 29 novembre del 1922 della tomba di Tutankhamon, inviolata da 34 secoli.
“Mi piacerebbe rispondere al più presto a quesiti imperanti - ha confessato l'archeologo egiziano - Chi era realmente Nefertiti? Chi si nascondeva dietro la 'giovane dama', la mummia, madre dei due feti, scoperti nella tomba, era realmente Ankhsenaamon?”. Sono cominciate le ricerche, gli studi, gli approfondimenti sul dna delle mummie. Nuovi capitoli si aggiungeranno all'eterna trama del racconto dell'infelice Tutankhamon. Il faraone-bambino, simbolo dei segreti insondabili di un Egitto millenario.
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