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Con il legno il cuore sta meglio

Gli arredi in legno aiutano il cuore. Sei battiti al minuto in meno rispetto ad un arredo con materiali sintetici. Sono i risultati di una ricerca austriaca condotta su classi di alunni.
La scelta di arredare degli interni in legno può avere effetti positivi sulla salute. A sostenerlo sono i ricercatori dell'Istituto per la Diagnosi Non Invasiva del Centro di Ricerca austriaco Joanneum. In uno studio pilota durato un anno all'interno di una scuola si è potuto mostrare che in uno spazio arredato con il legno il cuore batte addirittura più lentamente e con un livello di stress inferiore è tutelato meglio dai rischi. "Finora la ricerca si è concentrata sull'effetto del clima interno, aria, rumore, luce, colore, ergonomia e disposizione della mobilia. Volevamo scoprire in quale misura incide il materiale" ha dichiearato il capofila Maximilian Moser.

Gli studiosi hanno confrontato e monitorato con mini apparecchi per elettrocardiogramma due classi di studenti. La prima aula era arredata con pareti, pavimenti, coperture e rivestimenti in legno, l'altra con linoleum, pareti in cartongesso.

Tra i due gruppi si sono evidenziate differenze evidenti. Gli studenti nella classe arredata in legno hanno mostrato un battito cardiaco più rilassato, con 6 battiti al minuto in meno rispetto all'altra classe.
Un segnale che mostra come la presenza del legno svolga un azione calmante, antistress sul sistema circolatorio. Diversi studi internazionali mostrano come una frequenza cardiaca inferiore corrisponda ad un'aspettativa di vita superiore.
Il perché di questo effetto sulla salute degli ambienti non è ancora stato spiegato esaurientemente. Moser suppone che la presenza di oli essenziali, così come la qualità della luce possano giocare a favore.  Potrebbero però anche essere le qualità stesse dei materiali naturali. "Il legno si carica meno da un punto di vista elettrostatico, quindi permangono  gli ioni negativi che influenzano positivamente la salute".
Studi preliminari hanno dimostrato che il solo fatto visivo non ha alcuna influenza, dal momento che i pannelli in finto-legno non hanno fatto emergere effetti paragonabili.

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scoperto sesto sapore,grasso


Aperta strada ad alimenti anti-obesita'


Scienziati australiani hanno individuato un sesto sapore, quello del grasso. La scoperta apre la strada agli alimenti anti-obesita'. Ossia cibi che ingannano l'organismo, dando la sensazione di aver soddisfatto la voglia di grasso. Era noto che gli esseri umani distinguono 5 sapori fondamentali: dolce, salato, aspro, amaro e umami, il gusto dei cibi ricchi in proteine. Per i ricercatori gli esseri umani identificano il sapore del grasso dalla composizione chimica, non dalla consistenza.
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Adroterapia: un super raggio che elimina i tumori

In Italia arriva il raggio invisibile contro i tumori. Sa di fantascientifico, ma è la realtà del nuovo trattamento ora disponibile a Pavia per curare quei tumori ritenuti non operabili o comunque particolarmente resistenti alle normali radioterapie.
Si tratta di un raggio prodotto da un complesso macchinario che proietta fasci di particelle subatomiche in grado di colpire quella categoria di tumori, circa il 5 per cento del totale, refrattari a qualsiasi altro trattamento. A Pavia è stato inaugurato il primo Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, il quarto in assoluto al mondo dopo i due presenti in Giappone e quello di Heidelberg in Germania.
Il nome della tecnica, adroterapia, deriva dal termine “adroni”, che sono appunto le particelle utilizzate, protoni e ioni di carbonio.
L'Istituto italiano di fisica nucleare ha messo a punto il sincrotone che produce gli adroni; si tratta di un acceleratore di particelle che genera ioni di carbonio e protoni. Queste particelle vengono fatte girare all'interno del sincrotone a una velocità di circa 30 mila chilometri al secondo e accelerati fino a raggiungere il livello desiderato dal medico. Una volta raggiunta la velocità adeguata, il fascio viene trasferito alla sala di trattamento, dove un magnete di 150 tonnellate lo curverà e lo indirizzerà sul paziente. Di norma, un trattamento dura due o tre minuti e si compone di una decina di sedute.
Il direttore scientifico della Fondazione Cnao sottolinea però che il trattamento non è da considerarsi sostitutivo della radioterapia convenzionale, ma come una possibilità terapeutica in più da utilizzare in particolare per i tumori più ostici come quelli del sistema nervoso centrale o i melanomi dell'occhio. 
Molti pazienti in tutto il mondo sono stati trattati con questo tipo particolare di terapia ottenendo risultati notevoli. Il suo vantaggio sta nella possibilità di penetrare a fondo nella neoplasia preservando tuttavia i tessuti sani.
Il Centro di Pavia avvierà subito la sperimentazione che si concluderà nel 2011. Dal 2013 in poi, la terapia verrà utilizzata a pieno regime e, secondo le stime, servirà a curare circa 3000 pazienti l'anno.

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Smettere di fumare migliora la vista


Nel 1982, un rapporto dello United States Surgeon General’s affermava che “non c’è nessuna singola azione che un individuo possa fare per ridurre il rischio di cancro più efficace dello smettere di fumare”.

smettere-di-fumare-225x300A distanza di decenni, quella dichiarazione è ancora valida. Quando una persona smette di fumare, ha immediato inizio un processo di risanamento dell’organismo: la frequenza cardiaca scende verso il ritmo normale, migliora la circolazione, e il rischio di avere un infarto o un ictus o di sviluppare alcuni tipi di tumori associati al fumo, inizia a diminuire progressivamente.

Anche gli anziani che smettono di fumare dopo tanti anni possono avere degli effetti positivi. Un fumatore che smette di fumare a 65 anni riduce della metà il rischio di morire di malattie legate al tabacco. E un recente studio ha dimostrato che le donne anziane che si liberano dal vizio sono in grado di ridurre le probabilità di sviluppare la maculopatia retinica degenerativa (AMD), una malattia che può ridurre significativamente la qualità della vità di una persona.
L’AMD è la causa principale di perdita della vista negli americani che hanno 60 anni di età ed oltre. Non provoca cecità totale, ma provoca la sfocatura o un punto cieco nella parte dell’occhio responsabile della visione centrale, la macula. Una chiara visione centrale è necessaria per leggere, guidare, riconoscere i volti e fare un lavoro dettagliato. Il fattore di maggior rischio per AMD è l’età, ma la storia di famiglia (quelli con stretti vincoli di parentela con la malattia), la razza (i bianchi sono più a rischio degli afro-americani), donne (a rischio maggiore rispetto agli uomini), l’obesità e il fumo possono anche aumentare il rischio.

Per determinare come il fumo influisce sul rischio di AMD, i ricercatori della University of California hanno analizzato i dati di un gruppo di 1.958 donne. Le donne fumatrici hanno avuto un tasso dell’11 per cento più elevato di AMD rispetto a donne non fumatrici della stessa età. I ricercatori teorizzano che il fumo può ridurre i livelli di antiossidanti nel sangue, cambiando il flusso di sangue agli occhi, riducendo così la quantità di pigmentazione della retina. Il Dr. Paul Setacciando, direttore del National Eye Institute, che, insieme con il National Institute on Aging ha finanziato la ricerca, ha accolto con favore i risultati.

Questo studio fornisce ancora un altro valido motivo per smettere di fumare, e suggerisce che non è mai troppo tardi per smettere.



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Dai denti fossili all'aspettativa di vita

Molte malattie avrebbero la loro radice in eventi verificatisi durante lo sviluppo fetale e la primissima infanzia: lo conferma uno studio sui resti dei nostri antenati presitorici
Condizioni di stress elevato durante lo sviluppo fetale sono predittive di una minore aspettativa di vita: è questa la conclusione a cui è giunto l'antropologo George Armelagos della Emory University studiando lo sviluppo dentale nei resti dei nostri antichi antenati preistorici.

"I resti preistorici forniscono una forte prova fisica del fatto che chi ha acquisito difetti nello sviluppo dello smalto dei denti nel periodo fetale o nella prima infanzia tende a morire prima, anche se sopravvive fino all'età adulta", osserva Armelagos, che firma un articolo sulla rivista Evolutionary Anthropology.

Armelagos, uno dei fondatori della bio-archeologia, ha in particolare studiato lo sviluppo dello smalto alla luce della cosiddetta "ipotesi di Barker" - secondo cui molte malattie dell'età adulta avrebbero la loro radice in eventi verificatisi durante lo sviluppo fetale e la primissima infanzia - che venne formulata dall'epidemiologo David Barker nel corso dei primi anni ottanta del secolo scorso prendendo in esame i rapporti fra salute nella prima infanzia e salute nell'età adulta.

"I denti sono un po' un'istantanea del passato", osserva. "Dato che la cronologia dello sviluppo dello smalto dei denti è ben conosciuta, è possibile determinare l'età a cui è sopravvenuto un problema fisiologico. La prova c'è ed è indiscutibile."

Armelagos ha in particolare condotto una meta-analisi su diversi studi che avevano esaminato i resti scheletrici per comprendere come la dieta e le malattie colpissero la popolazione. Lo smalto dei denti può fornire un quadro particolarmente eloquente degli eventi fisiologici, dato che esso è prodotto secondo uno schema regolare ad anelli a partire dal secondo trimestre dello sviluppo fetale. Anomalie nella formazione dello smalto dovute a malattie, carenze dietetiche o stress psichico si manifestano poi sotto forma di rigature alla superficie del dente.

"Nella preistoria gli stress legati a malattie, malnutrizione e traumi psicologici dovevano essere estremi. E i denti mostrano questo impatto", ha detto Armelagos.

Finora i denti non erano stati studiati alla luce dell'ipotesi Barker, la cui attendibilità era affidata a studi sulla correlazione fra peso alla nascita e sviluppo di diabete o patologie cardiache in popolazioni ad alto reddito dei giorni nostri.
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Il segreto del ringiovanire è nelle stelle

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L’ammasso globulare M30 ha dimostrato che le stelle hanno perfezionato metodi eccezionali per ringiovanire o per non invecchiare. Stiamo aspettando che le case cosmetiche o i chirurghi estetici passino all’azione e cerchino di ottenerne l’esclusiva…



L' ammasso globulare M30
Una volta era il sogno di ogni donna di mezza età: cercare di fermare l’invecchiamento del corpo o, ancora meglio, tornare indietro nel tempo. Oggi il sogno continua, ma ha coinvolto anche il sesso maschile. Dalla chirurgia estetica alle creme miracolose fino alle antichissime fontane dell’eterna giovinezza, l’essere umano ha da sempre cercato di bloccare o invertire i segni indelebili della vecchiaia. Ma i risultati sono sempre stati e sono ancora semplici palliativi, illusioni momentanee: gli anni passano comunque.

Le stelle invece sono ben più avanti di noi e sono riuscite a perfezionare sistemi veramente validi ed efficaci. In particolare dovremmo imparare dalle cosiddette “vagabonde blu”, vere maestre in questo meccanismo. Per trovarle dobbiamo cercare negli ammassi globulari. Astronomicamente parlando questi raggruppamenti di migliaia di stelle racchiuse in spazi molto limitati, rappresentano popolazioni stellari molto vecchie, formatisi circa 13 miliardi di anni fa negli aloni galattici, prima che le galassie stesse si appiattissero assumendo la tipica forma a disco spiraleggiante. Essi si trovano perciò ai confini esterni della Via Lattea. Prendiamo ad esempio il celebre M30 che dista da noi 28000 Anni Luce e contiene centinaia di migliaia di stelle in una specie di sfera virtuale che non supera in diametro i 90 Anni Luce. Il suo aspetto è quello di un diamante luminosissimo. Tuttavia, possiamo paragonarlo anche a un triste e silenzioso ospizio per vecchi. Molte delle sue stelle sono ormai morte e le rimanenti sono giunte alla fine della loro vita. Quello che domina è il colore rossastro, tipico delle ultime fasi della sequenza principale.

Nessuno si aspettava certamente di vedere dei ragazzini in mezzo a quella popolazione di astri vecchi e stanchi. Eppure già nel 1953 il grande astronomo Allan Sandage si era accorto dell’esistenza di anomale stelle blu, giovani e pimpanti, in M3 e poi in altri ammassi globulari. Le chiamò “vagabonde” proprio perché esse sembravano aver abbandonato la sequenza principale ed essersi fermate (o essere tornate) alla propria infanzia. Il mistero ha avvolto per più di 50 anni questi fortunati oggetti. Oggi finalmente lo Space Telescope ha capito il meccanismo di ringiovanimento studiando M30 con la “vecchia” Wild Field Planetary Camera 2. Risultati simili si sono anche ottenuti con il telescopio terrestre WIYN da 3,5 metri di Kitt Peak, puntandolo verso l’ammasso NGC 188, molto più vicino (6000 Anni Luce) e meno affollato (“solo” poche migliaia di stelle).


Il miracoloso sistema per ringiovanire è in realtà una vera e propria operazione chirurgica, anche piuttosto violenta. Più esattamente si sono trovati due procedimenti che portano allo stesso risultato, ossia alle ormai celebri e invidiate “vagabonde blu”. Il primo è il vampirismo stellare. Così come I “vampiri” di grande fama letteraria si cibavano del sangue dei vivi per rimanere nella loro forma di non-morto o di non-vivo per secoli e secoli, così alcune stelle di piccole dimensioni hanno succhiato l’idrogeno dalle loro compagne estremamente più massicce. Il nuovo combustibile avrebbe ingrassato i vampiri, scaldandoli e trasformandoli in giovani stelle azzurre. Ciò è capitato ovviamente in sistemi binari estremamente stretti.

Si sono però utilizzati metodi anche molto meno subdoli e letterari, anche se forse più violenti: la collisione violenta di due astri. In questi scontri immani la conclusione era però molto vantaggiosa per entrambe le stelle coinvolte. Immaginate due povere vecchie, ormai allo stadio di giganti, o giù di lì, che decidono di unirsi tra loro per formarne un solo corpo celeste, ma decisamente più giovane e spensierato. Il risultato era stupefacente: avrebbe acquistato massa, calore e, unendo il combustibile di entrambe, avrebbe rinvigorito le reazioni di fusione nucleare.

A volte, per avvicinare le coppie fino a innescare il vampirismo o farle addirittura scontrare tra loro, era necessario il contributo esterno di una stella perturbatrice, un vero e proprio “sponsale” di matrimonio, che favorisse dinamicamente le unioni tra astri.


Analizzando in dettaglio M30 gli astronomi hanno scoperto che queste stelle ringiovanite sono concentrate verso il centro dell’ammasso, la zona più affollata dove incontri e scontri diventano inevitabili. Inoltre si pensa che circa un paio di miliardi di anni fa M30 abbia subito un particolare collasso gravitazionale che ha spinto miriadi di stelle a precipitare verso il suo centro. Le collisioni sono quindi aumentate e hanno favorito le collisioni e quindi la formazione di vagabonde blu. Lo stesso terremoto dinamico ha perturbato i sistemi binari, incoraggiando il vampirismo. Terze stelle, visitatrici esterne, possono avere spinto ad abbracciarsi e unirsi sistemi doppi, magari in crisi matrimoniale a causa dell’età avanzata…

Si è sicuri che circa il dieci per cento degli ammassi globulari abbiano subito un collasso gravitazionale di questo tipo, ma questa è la prima volta che si vedono e si comprendono gli effetti finali.

Un avvertimento per chi volesse mettere in pratica queste procedure. Sono interventi molto dolorosi e, soprattutto, molto costosi. Non fidatevi di chi ve li proporrà a basso prezzo!

 fonte  Vincenzo Zappalà


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Goccia d'olio esce da un labirinto : è la chiave dell'intelligenza ?



Una piccola goccia d'olio con un acido specifico colorata di rosa, apparentemente banale. Eppure, messa in uno speciale labirinto di polimero, non solo comincia a muoversi lungo le pareti, ma a forza di tentativi trova la via giusta per l'uscita, fermandosi e tornando indietro se il bivio e' quello sbagliato !
Un miracolo? No, un esperimento condotto da un team di scienziati della Northwestern University negli Stati Uniti, che potrebbe fornire una chiave per comprendere i meccanismi dell'intelligenza.
Lo studio, al quale ha dedicato un lungo editoriale la rivista New Scientist, ha dimostrato come le reazioni chimiche tra la superficie della goccia d'olio e le pareti del labirinto portino, per via di microdifferenze di Ph che modificano in certi punti la tensione superficiale della goccia stessa, al movimento della goccia.
Sempre l'interazione chimica la portano prima o poi, dopo un numero di tentativi statisticamente analogo a quelli che farebbe un uomo senza mappa, a uscire dal labirinto. Una sorta di "intelligenza primitiva" analoga, scrive New Scientist, alla scoperta di Toshiyuki Nakagaki, dell'Hokkaido University di Sapporo, che dieci anni fa trovo' una muffa melmosa apparentemente inanimata, la polycephalum Physarum, capace di trovare l'uscita di un labirinto per raggiungere del cibo posto alla fine del percorso.
Lo stesso Nakagaki però attacca lo studio della goccia "intelligente": "Non c'e' intelligenza nei sistemi non viventi". Ma il punto e' un altro. Secondo Andy Clark, filosofo all'universita' di Edimburgo, buona parte dell'intelligenza elementare fa riferimento alla chimica, non alla biologia.
"La chiave dell'intelligenza - riassume Clark - e' nell'interazione con l'ambiente, e nelle reazioni tra sostanze diverse 'costrette' dalla loro natura a scegliere la strada". L'intelligenza puo' esserebiologica, insomma, ma anche meramente meccanica: un po' come la differenza, secondo il filosofo, che c'e' tra un uomo che riesce a uscire da un labirinto perche' ha studiato e imparato il percorso e quella di uno che ne esce semplicemente seguendo le indicazioni.
Un concetto da cui si puo' sviluppare la nuova frontiera dell'intelligenza artificiale: Rolf Pfeifer, dell'Universita' di Zurigo, sta esplorando come "esternalizzare" alcuni degli elementi cognitivi umani, basandosi sull'interazione tra materiali.
Partendo dalla "teoria del ginocchio": un ginocchio umano atterrando dopo un salto si piega e assorbe il peso, secondo lo scienziato, non per una reazione cerebrale conscia o automatica (non ci sarebbe il tempo) ma semplicemente grazie a una reazione del "materiale" di cui e' fatta la gamba stessa. Attraverso la messa a punto di materiali adeguati, in sostanza, si puo' creare un robot in grado di interagire in modo "intelligente" con l'ambiente. Proprio come la goccia d'olio.
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Il segreto della rigenerazione rivelato da un... pesce


La capacità di far ricrescere perfettamente un organo o un arto sostituendone uno perso per infortunio o malattia è il "Santo Graal" della medicina rigenerativa.
Alcuni animali compiono questa operazione miracolosa senza sforzo. Lombrichi, gamberi e girini sono alcuni esempi. A un gambero che perde una gamba gliene ricresce semplicemente una nuova.

l piccoli vermi piatti Planaria possono essere tagliati in 32 pezzi, ciascuno dei quali si svilupperà in un animale del tutto nuovo completo con occhi, la bocca e organi interni.
Gli scienziati sanno che il processo prevede meccanismi che normalmente si trovano in via di sviluppo negli embrioni, ma non hanno ancora idee chiare su tali meccanismi.

Il nuovo studio americano sugli "zebrafish" (pesce-zebra) ha individuato un percorso cellulare che appare fondamentale per innescare la rigenerazione attivando alcuni geni.
"Questa è la prima vera comprensione molecolare di ciò che sta accadendo durante la rigenerazione degli arti", ha detto il ricercatore Dr. Scott Stewart, del Salk Institute di La Jolla in California.

Gli scienziati del Salk si sono incentrati su un sistema biologico "preliminare" che rende le cellule embrionali pronte a diventare qualsiasi tipo di tessuto sono destinate ad essere. Hanno scoperto un particolare enzima che sembrava essere cruciale per il processo.
Gli scienziati hanno ora intenzione di dare un'occhiata più da vicino all'enzima e scoprire come opera. Vogliono anche scoprire come i geni si spengono una volta che la rigenerazione è completata.

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Ricerca contro il tumore : Ci salverà un alga ?

Un potente tossina che uccide i pesci potrebbe avere proprietà per eliminare il cancro, secondo la ricerca collaborativa dell’Agricultural Research Service (ARS) guidata dal microbiologo Paolo V. Zimba e dal chimico Peter Moeller della US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).
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La tossina, chiamata euglenoficina, ha una struttura molecolare simile a quella della solenopsina, un alcaloide utilizzato nel veleno per le formiche, noto per riuscire ad inibire lo sviluppo del tumore. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal Toxicon.

Nell’estate del 2002, un impianto commerciale di acquacoltura in North Carolina ha segnalato casi di mortalità misteriosa dei pesci nei suoi stagni. Oltre 21.000 esemplari di pesce persico sono morti tra luglio e agosto, con conseguente perdita di più di 100.000 dollari.

Per scoprire perché il pesce era morto, Zimba e Moeller hanno collaborato con il biologo della Michigan State University, Richard Triemer. Gli scienziati hanno isolato e analizzato i composti disciolti, batteri e alghe dei campioni di acqua dello stagno. Nel 2004, hanno identificato i colpevoli come Euglena sanguinea (nella foto a sinistra) e Euglena granulata, due specie di alghe di acqua dolce che erano state generalmente considerate benigne.

E’ stata la prima volta che le alghe di acqua dolce causano uno sterminio nei pesci, ma non era l’unica caso simile. Zimba e i suoi colleghi hanno confermato 11 casi supplementari, in cui le alghe euglenoidi hanno fatalmente influenzato le vasche per pesci. Le perdite sono stimate in oltre 1,1 milioni di dollari.

Moeller, che lavora al centro NOAA sui rischi per la salute umana a Charleston, SC, ha purificato i composti attivi e pienamente caratterizzato la struttura molecolare dell’euglenoficina. Ora gli scienziati stanno cercando di brevettarla, e stanno attualmente esaminando le sue proprietà. I test di laboratorio hanno confermato che l’euglenoficina è mortale per i pesci (un pesce gatto esposto alla forma purificata della tossina è morto in 4 ore ), ma potrebbe non essere mortale per gli umani, anzi, porterebbe dei benefici enormi.

Una potenziale uso della tossina è infatti la terapia dei pazienti affetti da tumore. I test di laboratorio hanno dimostrato che anche basse concentrazioni l’euglenoficina ha portato ad una diminuzione significativa nella crescita delle cellule del cancro, e può arrivare ad uccidere le cellule tumorali. Esami futuri cercheranno di verificare se la tossina può rallentare o prevenire la formazione dei tumori, ma se così fosse, quest’alga problematica potrebbe avere benefici nelle applicazioni mediche.



MedicinaLive
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Le onde elettromagnetiche ci aiuteranno a scoprire le malattie


La possibilita' di comprendere la natura dei segnali elettromagnetici provenienti dal Dna dei batteri potra' cambiare in futuro l'approccio della medicina alle malattie, spostando l'attenzione sugli aspetti fisici e chimico-fisici del funzionamento dell'organismo.

Lo ha spiegato il premio Nobel Luc Montagnier, scopritore del virus dell'Aids, nel suo intervento al convegno 'integrazione tra fisica, chimica e biologia alla base della medicina del futuro', oggi a Milano.

"Il Dna del genoma della maggior parte dei batteri patogeni - ha detto lo scienziato francese - contiene 'spezzoni' che risultano capaci di generare onde elettromagnetiche a frequenza molto bassa, fino a 2000 Hertz".

Lo studio di questi segnali, secondo Montagnier, "puo' aprire la strada allo sviluppo di sistemi di rilevamento estremamente sensibili per scoprire, ad esempio, infezioni batteriche croniche in diverse malattie".

Il Premio Nobel ha affermato: "Abbiamo rilevato gli stessi segnali elettromagnetici di spezzoni di Dna batterico nel plasma sanguigno di pazienti colpiti da Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla e artrite reumatoide: cio' potrebbe far ritenere che infezioni batteriche siano presenti in tali malattie".

Sara' un caso, ma uno studio illustrato al convegno milanese da Piergiorgio Spaggiari, direttore degli 'Istituti Ospitalieri' di Cremona, dimostra che l'utilizzo dei campi magnetici a bassa intensita' migliora il trattamento nella sclerosi multipla.

Inoltre, segnali elettromagnetici possono essere generati - secondo Montagnier - dall'RNA di virus quali l'Hiv, l' influenza A, l'epatite C. Al momento, lo scienziato sta verificando gli stessi risultati su un particolare tipo di carcinoma polmonare.

"Si tratta di ricerche molto interessanti - secondo Silvio Garattini, direttore dell' Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano - anche se per il momento pionieristiche. Certamente queste conoscenze sono importanti, pero' le applicazioni sono ancora molto lontane. Lo stesso Luc Montagnier ha detto che bisogna aspettare e bisogna fare adeguati studi. Ogni conoscenza e' comunque un bene che si sviluppa nel tempo".

Il ruolo dei farmacologi arriva alla fine di percorsi come questo: "Il nostro compito - ha concluso Garattini - e' quello di cercare di tradurre le conoscenze, quando arrivano a un livello adeguato, in opportunita' per la terapia".

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Mangiare fiori e piante allunga la vita

Nell'insalata o fritti, ideali per la salute. Mantengono giovani e combattono le malattie. A sostenerlo il botanico Libereso Guglielmi al Festival della Salute di Viareggio


"Mangiate piante e fiori,
vi allungherete la vita"
L'ELISIR di lunga vita? Mangiare fiori e piante spontanee. Fritti o nell'insalata, i fiori di campo contengono vitamine e anti-ossidanti che possono migliorare la salute. E' questo il segreto di Libereso Guglielmi, botanico 84enne, l'uomo che ispirò il "Barone rampante" di Italo Calvino.

"Esiste una varietà incredibile di piante commestibili che non conosciamo nemmeno e che dovrebbero entrare a far parte della nostra dieta", ha dichiarato Guglielmi, intervenuto alla prima mattinata di lavori del Festival della Salute a Viareggio. "L'ideale - ha affermato - sarebbe invogliare i bambini, che sono più propensi all'ascolto, a riappropriarsi di tutta una serie di informazioni riguardanti l'alimentazione e la cura di alcune malattie attraverso le piante, informazioni che sono andate del tutto perdute". Infatti, secondo il "guru verde", in pochi sanno che ci sono dei fiori che oltre ad essere bellissimi, sono anche molto buoni".

Guglielmi dà alcuni consigli culinari per realizzare particolari manicaretti con piante e fiori: "Il glicine, l'acacia e il sambuco sono perfetti fritti o nell'insalata. Il tulipano è ottimo se imbottito con del formaggio morbido e lo stesso vale per l'ibisco. L'ortica invece può essere molto utile per stimolare la diuresi". Ma non è facile reperire questi fiori. Per questo il botanico consiglia di coltivare queste piante spontanee in giardino. E per chi non dispone di un prato, la soluzione è semplice: "Si può mettere una vaschetta in balcone con delle piantine, basta un piccolo vaso - è il consiglio dell'esperto - per contenerne una decina".

Guglielmi, botanico di fama internazionale, cominciò la sua carriera grazie ad una borsa di studio del ministero dell'Agricoltura, al quale ebbe accesso grazie all'intervento di un altro botanico, Mario Calvino, padre dello scrittore Italo. Fu in quell'occasione che Guglielmi ebbe modo di frequentare l'allora giovanissimo scrittore e di ispirare la trama del famoso romanzo "Il barone rampante".
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Questo chip al titanio può restituire la vista: verrà usato entro 3 anni

Siamo alle strette finali, e laggiù al MIT stanno lavorando sodo su un microchip che, collegato su un bulbo oculare, può restituire parzialmente o totalmente la vista: dichiarano di volerlo adoperare su un essere umano entro soli 3 anni!

Il chip su base di titanio è disegnato per 'reggere' 10 anni all'interno del corpo umano, poi va sostituito (anche gli umani si preparano al concetto di upgrade), ed è alimentato wireless da un paio di occhiali che contengono l'alimentazione.

“Se riusciranno a riconoscere il viso delle persone e i margini di una stanza, cambierà completamente l'ambiente sociale in cui si muovono i non vedenti," sostiene entusiasta Shawn Kelly, un membro del progetto di ricerca.

Nel prossimo numero di Ottobre dell'IEEE Transactions on Biomedical Engineering journal, i ricercatori spiegano che in una prima fase terranno l'impianto all'esterno dell'occhio per evitare problemi di rigetto, limitandosi a collegare solo gli elettrodi dietro alla retina: in 3 anni contano di impiantare tutto il dispositivo.

E' uno dei più grandi passi mai fatti in questo campo: dare ai non vedenti una possibilità del genere è un traguardo mai raggiunto nella storia.

Vi terremo informati.
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Kurzweil rilancia: entro 20 anni un mondo di cyborgs immortali

Il futurologo e inventore Ray Kurzweil ha prodotto negli anni molte previsioni rivelatesi esatte: a volte esaltanti, altre volte terrificanti, mai banali: una di queste riguarda la nostra capacità di tramutarci, entro 20-25 anni, in una sorta di cyborgs immortali grazie alle nostre conoscenze nel campo della nanotecnologia.

Rileggo: Cyborgs immortali. Come suona??

"Io e molti altri scienziati crediamo che in circa 20 anni avremo la capacità di riprogrammare i nostri corpi, riuscendo anche a invertire i processi dell'invecchiamento: a quel punto la nanotecnologia ci permetterà di vivere pressochè per sempre", scrive Kurzweil su The Sun.

Si, lo so, suona davvero folle (è la paura di aprire la mente a questa possibilità), ma Kurzweil obietta che organi artificiali sono già disponibili: attualmente sembra che ci sia un grande gap tra questi e l'abilità di far crescere organi 'freschi' e ingegnerizzati da impiantare.

Non solo saremo immortali, continua Kurzweil, ma anche super umani:

"I nanobots rimpiazzeranno le cellule del sangue e faranno il loro lavoro migliaia di volte più efficacemente: entro 25 anni saremo in grado di fare uno sprint da Olimpionici per 15 minuti di seguito senza tirare mai il fiato, o nuotare sott'acqua senza ossigeno...la nanotecnologia estenderà anche le nostre capacità mentali, permettendoci di scrivere interi libri nell'arco di minuti".

E non finisce qui:

"Se vorremo entrare in modalità 'realtà virtuale', i nanobots modificheranno i segnali che arrivano al nostro cervello, per farci sentire ovunque noi desideriamo essere: il sesso virtuale diventerà un'opzione comune, e nella vita di tutti i giorni, figure olografiche verranno fuori dalla vostra mente per spiegare cosa sta succedendo".

Avrei proprio bisogno di una figura olografica che mi aiutasse ad accettare queste visioni: non è la loro varietà che mi spaventa, ma l'arco temporale entro il quale potrebbero realizzarsi.

In fondo non credo che bastino 20 anni per trovarci in un mondo di cyborgs immortali: gli esseri umani stanno preoccupandosi di trovare cibo e acqua a sufficienza nei prossimi 50 anni, probabilmente questo rallenterà un pò il processo previsto da Kurzweil, che forse ritiene erroneamente l'uomo medio come un individuo con l'apertura mentale di uno scienziato.

Da uomo medio, stavolta non esulto alle previsioni di Ray. Stavolta dico: "parliamone".

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Nuove frontiere della medicina: con l'impianto di un dente nell'occhio è possibile guarire dalla cecità



Un nuovo esperimento è stato portato a termine a Miami, in Florida. Una donna di 60 anni ha recuperato la vista a un occhio dopo 9 anni di cecità grazie all'impianto di un dente nel proprio bulbo oculare.

Sì, avete letto bene. Si chiama "osteo-odonto-keratoprosthesis" ed è una procedura studiata proprio per restuituire la vista a chi è affetto da cecità.

L'operazione funziona in questo modo: un dente viene estratto dal paziente e poi lisciato e scavato fino a creare un buco al suo interno. A questo punto una speciale lente viene inserita nella cavità e il tutto viene poi impiantato nell'occhio della persona cieca che a quel punto potrà tornare a vedere nuovamente.

La scelta di utilizzare un dente è dettata dal problema del rigetto da parte del corpo di un corpo estraneo, che in questo modo viene evitato.

L'esperimento ha dell'incredibile anche se al momento non è applicabile a tutti i tipi di pazienti, ma come dimostra Sharron Thornton, la prima americana ad essersi sottoposta all'intervento, in alcuni casi è decisamente efficace restituendo il piacere della vista e la riabilitazione verso una vita normale senza più un handicap difficile da gestire.

Un passo da gigante, dunque, ma c'è ancora un problema: al momento il risulato non è dei più gradevoli a livello estetico, per non dire impressionante.

Nel video qui sotto è riportata la testimonianza della paziente. Un video interessante dal punto di vista medico, ma sicuramente non adatta a un pubblico particolarmente sensibile.

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Come il cervello crea nuovi concetti

SICOLOGIE E SCIENZE COGNITIVE
Dai casi praticolari all'idea generale

Come il cervello crea nuovi concetti


Una ricerca evidenzia il ruolo centrale dell'ippocampo, che rivela di svolgere una essenziale funzione di "consulenza" nei confronti dei moduli decisionali della corteccia prefrontale

Come si formano i concetti? "Anche se un barboncino e ungolden retriever appaiano molto differenti l'uno dall'altro, possiamo facilmente apprezzarne gli attributi comuni perché riconosciamo in essi esempi di un particolare concetto, in questo caso quello di cane", spiega Dharshan Kumaran dell'University College di Londra, che ha diretto uno studio, ora pubblicato sulla rivista "Neuron", che chiarisce alcuni passi fondamentali di questo processo.

Le modalità con cui i concetti si formano nel cervello e concorrono a guidare le nostre scelte sono infatti ancora ben lontane dall'essere chiarite. L'ipotesi prevalente è che ad avere un ruolo critico nell'acquisizione della conoscenza concettuale sia l'ippocampo, una struttura essenziale per la formazione della memoria. Tuttavia finora non si disponeva di solide prove che confermassero questa ipotesi. Kumaran e colleghi hanno così progettato alcuni esprimenti che permettessero di mappare la nascita e l'applicazione di nuovi concetti nel cervello.

I soggetti in esame partecipavano a un gioco in cui avevano l'opportunità di conseguire un guadagno prevedendo correttamente se in una serie di giornate virtuali il tempo sarebbe stato soleggiato o piovoso sulla base di come appariva il cielo notturno delle giornate precedenti, descritto attraverso una serie di schemi sul monitor di un computer.

Prima di ogni seduta sperimentale ai soggetti veniva dato da memorizzare uno schema degli esiti associati con ogni singolo schema di cieli notturni. Vari gruppi di questi schemi erano peraltro concettualmente correlati l'uno all'altro (come i barboncini e i golden retriever), così che riconoscendone l'affinità il test veniva facilmente superato con successo. Successivamente i soggetti potevano applicare la conoscenza così acquisita in ulteriori test in cui i concetti erano simili per quanto gli schemi apparissero nuovi.

Attraverso una serie di misurazioni comportamentali e neuronali, i ricercatori hanno così potuto scoprire che a presiedere all'emergenza della conoscenza concettuale è un circuito cerebrale che vede funzionalmente accoppiati l'ippocampo e la corteccia prefrontale ventromediale.

Tuttavia, era solo l'osservazione dell'attività dell'ippocampo che permetteva di prevedere quali soggetti sarebbero stati in grado di applicare con successo i concetti appresi alle situazioni nuove. "Ciò suggerisce che probabilmente sia l'ippocampo a creare e immagazzinare questi concetti, per poi passarli alla corteccia prefrontale quando possono essere sfruttati", spiega Kumaran. "Il nostro studio offre una nuova prospettiva sulla capacità umana di scoprire la struttura concettuale dell'esperienza visiva, e rivela che le cosiddette regioni della 'memoria', come l'ippocampo, collaborano con i 'moduli decisionali' della corteccia prefrontale rendendo disponibili queste informazioni."
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"Falsi i ricordi sotto tortura Il cervello va in corto circuito"

Uno studio irlandese dimostra che le aree cerebrali cruciali per i ricordi rispondono allo stress alterando la memoria


"Falsi i ricordi sotto tortura
Il cervello va in corto circuito"

Un prigioniero nel carcere di Abu Ghraib

DUBLINO - Che le confessioni estorte sotto tortura non fossero del tutto attendibili, lo si sospettava anche ai tempi della Santa Inquisizione. I prigionieri, sottoposti a tecniche di interrogatorio dolorosissime, pur di uscire da quella situazione erano pronti a giurare il falso. E anche un intelletto saldo come quello di Galileo Galilei abiurò le sue scoperte per sfuggire alle grinfie dei torturatori. La novità è che questo meccanismo di difesa non sarebbe volontario, ma inconscio, frutto di un vero e proprio "corto circuito" del cervello.

Lo studio. La ricerca dell'Istituto di neuroscienze del Trinity College di Dublino, pubblicata dalla rivista Trends in Cognitive Science ha preso in esame i metodi usati dall'esercito Usa per interrogare i sospetti terroristi: privazione del sonno, isolamento, waterboarding (simulazione dell'annegamento). Secondo quanto riporta Shane O'Mara, l'autore dell'articolo, i centri nervosi legati alla memoria vanno in tilt se sottoposti a un forte stress. "Alla luce delle nostre attuali conoscenze neuroscientifiche", spiega O'Mara, "è inverosimile che i metodi coercitivi funzionino per ottenere informazioni. Al contrario, causano grave e prolungato stress che compromette le capacità mnemoniche e decisionali del cervello del prigioniero".

Non si tratta, quindi, solo del fatto che, sotto tortura, quando il dolore e l'ansia diventano insopportabili, si confesserebbe qualsiasi cosa sperando di accontentare il proprio aguzzino e mettere fine al supplizio; gli studi di O'Mara dimostrano che il cervello in queste condizioni arriva fino al punto di generare falsi ricordi. "La corteccia prefrontale e l'ippocampo, due aree cruciali per i ricordi, vanno in tilt in condizioni di eccessiva tensione". Queste zone, infatti sono molto sensibili agli ormoni dello stress, e possono arrivare fino a produrre memorie di fatti mai accaduti. "Anche la corteccia frontale", conclude O'Mara, "che è la sede decisionale del cervello, viene sconvolta dalla tortura".
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Vaccini per l'"influenza A" in Italia: forti legami fra squalene e sindrome del golfo.


Il Giornale OnlineTra qualche settimana partiranno le vaccinazioni contro la tanto temuta influenza A. La domanda che a questo punto molti cittadini si pongono è: cosa contiene questo vaccino e quali sono le sue controindicazioni?

di Andrea Boretti

Fortunatamente, a breve ci sarà l’autorizzazione all'utilizzo del vaccino.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia della firma da parte del viceministro della sanità Ferruccio Fazio dell’ordinanza che porterà alla vaccinazione, contro la pandemica “influenza A”, del 40% della popolazione italiana. Inizialmente - dal primo di ottobre - saranno i medici e le persone che lavorano nei servizi “essenziali” a subire il benefico elisir, poi toccherà alle categorie “a rischio” - malati cronici e bambini con gravi malattie cardio-respiratorie - infine, ai giovani fino a 27 anni, a partire da Gennaio 2010.

Preso atto dei piani del governo - peraltro in linea con quanto succede in altri stati come Francia e Stati Uniti, che hanno già speso più di un miliardo di euro per il vaccino - la domanda che il cittadino comune si pone e che da giorni gira in internet è questa: cosa contiene il vaccino e quali sono le sue controindicazioni? I componenti classici dei vaccini sono da sempre virus morti o depotenziati, ma anche sostanze chimiche e antibiotici. La domanda vera è, quindi, quali sostanze? Per la prima volta da quando si parla di vaccino per l’H1N1 pare sia possibile sapere qualcosa della sua composizione.

Nell’ordinanza di vaccinazione del viceministro è contenuta un’informazione passata in sordina, ma decisamente importante: il vaccino che verrà somministrato in Italia conterrà l’immuno-coadiuvante MF59 , e non è una buona notizia. L’MF59, conosciuto anche come squalene, ha lo scopo di aumentare la risposta immunitaria del nostro corpo a seguito della somministrazione del vaccino. In un certo senso si può quindi dire che rende il vaccino più forte, ma questo non è tutto.

Cosa contiene questo vaccino e quali sono le sue controindicazioni? Lo squalene è una sostanza presente naturalmente nell’organismo umano, soprattutto nel sistema nervoso. Questo fatto non darebbe, in una situazione normale, alcuna ragione alsistema immunitario di aggredirlo. Il problema è che l’iniezione è una via d’ingresso “anormale” dello squalene nel corpo, ed è proprio questo che fa sì che tale sostanza venga improvvisamente considerata “cattiva” dal sistema immunitario e quindi aggredita, ovunque si trovi, nel sangue come nel sistema nervoso dove è vitale.

A sostegno di questa affermazione riportiamo una ricerca condotta alla Tulane Medical School sui veterani della Guerra del Golfo vaccinati contro l’antrace con un vaccino contenente l’immuno-coadiuvante MF59:

“ …la maggioranza sostanziale (95%) dei pazienti che svilupparono la Sindrome della Guerra del Golfo (Gulf War Syndome) aveva anticorpi verso lo squalene. Tutti (100%) i pazienti GWS immunizzati per il servizio Tempesta del Deserto/Scudo del Deserto che non furono impiegati, ebbero gli stessi segni e sintomi di quelli che lo furono, ovvero anticorpi allo squalene.

Per contro, nessuno (0%) dei veterani impiegati nel Golfo Persico senza segni e sintomi della GWS avevano anticorpi allo squalene. Né i pazienti con malattie idiopatiche e autoimmuni, né i controlli sulla salute mostravano un siero riconoscibile di anticorpi allo squalene. La maggioranza dei pazienti con i sintomi della GWS avevano invece detto siero.”

Ma se queste sono le conseguenze, per quale motivo la Novartis – che produce il vaccino come anche la Glaxo – si prenderebbe un rischio simile? Non sarebbe sufficiente un vaccino che non contiene l’MF59? Come abbiamo detto, lo squalene aumenta la risposta immunitaria alla vaccinazione e questo ha come primaria conseguenza il fatto che ogni dose di vaccino necessiti di una quantità inferiore del vaccino stesso, con un conseguente aumento delle dosi a parità di vaccino disponibile.

L’MF59 non è altro, quindi, che la risposta della Novartis alle necessità del mercato.

Il mercato, ovvero milioni di persone, ha paura dell’influenza “più mortale della storia” e chiede a gran voce un vaccino? Bene, la Novartis, ne produce uno in 4 mesi, non lo testa adeguatamente – non ce ne è il tempo e poi è costoso – e a questo aggiunge lo squalene che lo rende più potente e permette di venderne una quantità di dosi che risponde alle richieste.

Non sarebbe sufficiente un vaccino che non contiene l’MF59? Il tutto per il mercato, quel mercato fittizio creato dai media e dall’OMS amplificando paure e gridando all’untore. Un mercato che varrà qualche miliardo di dollari per le case farmaceutiche e che darà margini ancora maggiori con l’MF59, una sostanza che per le “qualità” sopra descritte non è stata approvata dalla Food and Drug Amministration americana e che non sarà quindi presente nella versione americana del vaccino.

In Europa sì. In Italia sì.

Secondo il Dr Viera Scheibner, già ricercatore scientifico del governo australiano: “…questo coadiuvante [lo squalene]
contribuì alle reazioni a cascata chiamate "Gulf War Syndrome," (sindrome della Guerra del Golfo)
documentate nei soldati coinvolti nella Guerra del Golfo.

I sintomi da loro sviluppati includevano: artrite, fibromialgia, adenopatia, irritazioni cutanee fotosensitive, fatica cronica, emicranie croniche, perdita abnorme di peli, lesioni cutanee non guaribili, ulcere da afte, vertigini, debolezza, perdita di memoria, attacchi epilettici, cambi di umore, probelmi neuropsichiatrici, effetti antitiroidei, anemia, alto tasso di sedimentazione degli eritrociti, lupus eritematoso sistemico, sclerosi multipla, fenomeno di Raynaud, sindrome di Sjorgren, diarrea cronica etc.”

Non male come effetti collaterali.

Certo qualcuno potrebbe pensare che questo è allarmismo alla rovescia. Ciò su cui bisogna concentrarsi, però, sono i tempi. Non si confeziona un vaccino in quattro mesi e soprattutto non lo si testa e controlla in sole due settimane. È pericoloso o quanto meno insicuro dichiarare il contrario. Ad ogni modo, l’influenza A sembra avere un tasso di contagio e mortalità inferiore a quello di una normale influenza: solo in Italia nel 2008-2009 la temutissima australiana ha contagiato più di 2.000.000 di persone, mentre fino ad oggi la “suina” conta nell’intera Europa non più di 50.000 casi.

Quindi, la domanda finale è: perché vaccinarsi? Il gioco vale la candela?

Per governi e case farmaceutiche pare di sì, ma per voi?



Fonte:
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