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Un asteroide al centro dell'Africa Équipe italiana scopre super cratere


Ricercatori dell'Università di Padova individuano i contorni della voragine creata da un impatto cosmico

Una veduta satellitare del nuovo cratere scoperto in Congo da un'equipe italiana
Una veduta satellitare del nuovo cratere scoperto in Congo da un'equipe italiana
MILANO - Nel centro dell’Africa è stata trovata l’impronta di un grande cratere provocato dalla caduta di un asteroide o una cometa del diametro di circa due chilometri. Il grande anello con un diametro variabile da 36 a 46 chilometri, è stato individuato in Congo grazie, si fa per dire, alla deforestazione selvaggia che distrugge l’ambiente ma che in questo caso ha fatto gioire i ricercatori dell’Università di Padova guidati da Giovanni Monegato autori della scoperta.
CRATERE RECORD - Il risultato è stato presentato in Texas (Usa) nei giorni scorsi durante la Lunar and Planetary Science Conference. Si tratta di un cratere da record fra i circa 150 conosciuti sulla superficie della Terra perché è tra i 25 noti di maggiori dimensioni e uno dei più grandi trovati nell’ultimo decennio. I ricercatori hanno immaginato diverse origini della formazione geologica circondata da un fiume (Unia River) che la esalta, ma alla fine hanno concluso che ogni spiegazione era inadeguata e che l’unica più accettabile era appunto quella dell’impatto cosmico. Al centro dell’anello il terreno è più elevato di una sessantina di metri rispetto al corso d’acqua periferico ma questo rientrerebbe in un effetto conseguente alla caduta stimata in un’epoca successiva al periodo giurassico (iniziato 200 milioni di anni fa). Oggi la più grande e più conosciuta traccia di una cratere è quella di 300 chilometri nella penisola dello Yucatan risalente a 65 milioni di anni fa. Quell’impatto provocò conseguenze talmente catastrofiche nell’atmosfera da essere all’origine della scomparsa dei dinosauri.
ALLA RICERCA DEL QUARZO - Per il cratere in Congo ora gli studiosi padovani andranno alla ricerca di prove definitive per convalidare la loro scoperta e tra queste cercheranno la presenza di quarzi che dovrebbero essere stati generati proprio dallo scontro con il suolo (oppure da un’ improbabile esplosione nucleare).
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Sole e Terra in lotta, si contendono l'atmosfera

Studio: 3,5 miliardi di anni fa il campo magnetico terrestre aveva meta' della forza di oggi



Una battaglia titanica è in corso fra Terra e Sole: quest'ultimo cerca di strappare l'atmosfera alla Terra, che combatte per difendere lo scudo protettivo. Lo dimostra lo studio americano pubblicato su Science e coordinato dal geofisico da John Tarduno, dell'università di Rochester. Dalla ricerca emerge che 3,5 miliardi di anni fa il campo magnetico terrestre aveva metà della forza che ha oggi.
Questa debolezza, abbinata alla violenza del vento solare proveniente dal giovane Sole, avrebbe portato via acqua dall'atmosfera della Terra. La misura dell'intensità dell'antico campo magnetico terrestre è stata ottenuta dall'esame delle inclusioni magnetiche contenute nei cristalli imprigionati in alcune rocce africane. "Con una debole magnetosfera e una rapida rotazione del giovane Sole, la Terra probabilmente 3,5 milioni di anni fa riceveva in una giornata la quantità di protoni solari che riceve oggi durante una severa tempesta solare", ha osservato Tarduno.
"Questo vuol dire - ha proseguito - che all'epoca la la Terra è stata raggiunta da un numero di particelle solari maggiore rispetto a quello calcolato finora. Probabilmente il vento solare ha strappato via dall'atmosfera molte più particelle volatili, come l'idrogeno, di quanto si credesse". Secondo Tarduno la perdita di idrogeno implica una perdita di acqua. Ciò significa che oggi c'é molta meno acqua sulla Terra rispetto a quella che c'era quando il pianeta era molto giovane.
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Particelle dal centro della terra per il segreto dei terremoti


Importante scoperta italiana nel Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso dell'istituto Nazionale di Fisica Nucleare. "Una nuova era nello studio dei meccanismi che governano l'interno del pianeta"


Particelle dal centro della terra per il segreto dei terremotiUn esperimento italiano ha visto per primo al mondo i geoneutrini, ossia le antiparticelle che provengono dal cuore della Terra. E' la prima testimonianza diretta del fatto che migliaia di chilometri sotto la crosta terrestre elementi radioattivi come l'uranio decadono, producendo enormi quantità del calore che muove i continenti, scioglie le rocce e le trasforma in magma e lava per i vulcani.

A gettare il primo sguardo al centro della Terra è l'esperimento internazionale Borexino, del Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso dell'istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). I risultati dell'esperimento, coordinato da Gianpaolo Bellini, sono pubblicati oggi sul sito scientifico online arXiv.org.

I dati rilevati dall'esperimento dimostrano che il decadimento radioattivo di queste particelle è una delle principali fonti di energia del pianeta, stimata fra i 30 e i 40 miliardi di kilowatt, l'equivalente di migliaia di centrali nucleari. Una energia in grado spostare i continenti e causare terremoti. 

Secondo Bellini "si apre una nuova era nello studio dei meccanismi che governano l'interno della Terra". Ad esempio, si potranno avere informazioni più precise sul calore prodotto nel mantello terrestre e, di conseguenza, sui moti convettivi che sono alla base di fenomeni vulcanici e movimenti tettonici.

viaggio virtuale nei laboratori del Gran Sasso
FONTE
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IL SAHARA RINVERDISCE, NONOSTANTE IL GLOBAL WARMING...


Sul NATIONAL GEOGRAPHIC si legge che il Sahara rinverdisce sotto le piogge:


“Desertificazione, siccità e disperazione - è questo che il riscaldamento globale aveva in serbo per l'Africa, questo almeno è quel che sentiamo ma... prove sempre più evidenti dipingono uno scenario ben diverso : uno scenario nel quale le temperature in crescita potrebbero portare benefici a milioni di Africani nelle parti con più siccità del loro continente.

Gli scienziati stanno osservando dei segnali che indicano come il deserto del Sahara, e le regioni circostanti, stiano rinverdendo causa le piogge in aumento. Se la cosa continuerà, queste piogge potrebbero rinverdire queste regioni devastate dalla siccità, recuperandole alla comunità agricola.

Questa tendenza alla riduzione delle aree desertificate è confermata da modelli climatici che prevedono il ripristino di condizioni che già 12.000 anni fa trasformarono il deserto del Sahara in una savana lussureggiante.

In un articolo pubblicato recentemente su Biogeosciences si trovano immagini, prese fra il 1982 ed il 2002, che mostrano un esteso rinverdimento attraverso tutto il Sahel,

La ricerca suggerisce ci siano stati grandi aumenti di vegetazione in aree che comprendono la zona centrale del Chad e l'ovest del Sudan.

Questo cambiamento potrebbe essere dovuto al fatto che l'aria più calda può trattenere maggior umidità, che a sua volta produce più pioggia, così ha detto Martin Claussen del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo, Germania, studioso non partecipante alla ricerca.

"La capacità che l'aria ha di trattenere acqua è il principale fattore in gioco, " così ha detto Claussen.

Mentre le immagini del satellite non distinguono la macchia verde temporanea - dovuta per esempio alle piante grasse - macchia che va e viene con la pioggia, le osservazioni sul terreno suggeriscono che il recente cambiamento nella vegetazione abbia solide radici.

Secondo Stefan Kröpelin, climatologo all'University of Cologne's Africa Research Unit in Germania, nella parte est dell'area sahariana nel sudovest dell'Egitto e nel nord del Sudan, stanno crescendo nuove piante : ad esempio l'acacia .

Nel 2008 Kröpelin - che non era coinvolto nella nuova ricerca col satellite - ha visitato il Sahara occidentale, un territorio conteso ed occupato dal Marocco.

"I nomadi della zona mi dissero che non c'era mai stata tanta pioggia come negli ultimi anni, " così riferisce Kröpelin : " Non avevano mai visto così tanta terra da pascolo. "

" Prima, non c'era un solo scorpione, non un singolo filo d'erba " ha aggiunto, " mentre ora c'è chi pascola i propri cammelli in zone rimaste inutilizzate per centinaia, forse migliaia, di anni. Vedi uccelli, struzzi ed anche gazzelle che ritornano, stanno tornando anche alcuni anfibi. "

" E' una tendenza che continua da vent'anni, non c'è il minimo dubbio."

Claussen, del Max Planck, ha detto che il Nord Africa è l'area di maggior disaccordo fra chi progetta i modelli climatici.
Complicato prevedere come il riscaldamento globale influenzerà la regione, a causa della vastità dell'area e dell'imprevedibile influenza dei venti alle grandi altezze, venti che disperdono le piogge monsoniche - così ha aggiunto Claussen.

" La metà dei modelli seguono una tendenza verso un aumento dell'umidità, la metà verso un aumento della siccità. "

Non c’è che dire… la scienza è sempre “perfetta e insindacabile”…

Sintesi e trad Cristina Bassi
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Il buco nell'ozono si richiude: rischio global warming


Il buco nel’ozono si sta lentamente chiudendo, ma la conclusione del processo potrebbe avere un esito funesto sul clima dell’emisfero australe, secondo un recente studio dell’Università di Leeds.
L'ozono antartico veniva considerato come uno delle principali minacce ambientali del pianeta, ma la scoperta di alcuni meccanismi di feedback prima non considerati ha mostrato che esso ha contribuito a proteggere la regione dal riscaldamento indotto dal biossido di carbonio negli ultimi due decenni.
I venti ad alta velocità nell'area proprio al di sotto del buco hanno portato alla formazione di nuvole estive più chiare, che riflettono una quantità maggiore di raggi solari intensi.
"Queste nubi hanno funzionato come uno specchio per i raggi del sole, riflettendo il calore lontano dalla superficie, al punto che il riscaldamento dovuto all'aumento delle emissioni di gas serra è stato del tutto compensato”, ha commentato Ken Carslaw, coautore dell'articolo apparso sulla rivista Geophysical Research Letters.
"Se, come sembra che sia probabile, questi venti dovessero calare mentre aumentano le emissioni di CO2, il riscaldamento dell'emisfero australe diventerebbe via via più intenso, con un impatto considerevole sulle previsioni per il futuro”.
La chiave che ha portato alla conclusione è un nuovo meccanismo di feedback dovuto all'aerosol, l'insieme delle piccole particelle riflettenti sospese nell'aria che secondo gli esperti hanno un grande impatto sul clima. Il gruppo di Leeds ha ottenuto le sue previsioni utilizzando un modello climatico globale di recente realizzazione e due decenni di dati meteorologici.
Com'è noto, i gas serra assorbono la radiazione infrarossa emessa dalla Terra e la riemettono verso l'atmosfera in forma di calore, causando un progressivo riscaldamento del pianeta. Gli aerosol agiscono in senso inverso riflettendo il calore verso lo spazio, raffreddando il pianeta.
Al di sotto del buco nell'ozono nella zona antartica, i forti venti trasportano grandi quantità di spruzzi di mare, che contengono milioni di piccole particelle di sale. Questi spruzzi formano goccioline e infine nubi, e l'incremento di questi spruzzi negli ultimi due decenni ha reso queste mubi più chiare e dotate di un maggiore potere riflettente.
Poiché ora lo strato di ozono ha dimostrato di essere in fase di recupero, si ritiene che questo meccanismo di feedback possa diminuire la propria efficacia, o addirittura dare un contributo opposto, portando a un'accelerazione del riscaldamento dell'emisfero australe.
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Il Polo nord magnetico terrestre in spostamento verso est


Il Polo Nord magnetico della terra è in movimento verso la Russia a quasi 40 miglia (64 chilometri) all’anno a causa di modifiche magnetiche nel nucleo del pianeta, secondo i risultati di una nuova ricerca.
Il nucleo è troppo profondo per gli scienziati per rilevare direttamente il suo campo magnetico. Ma i ricercatori possono dedurre i movimenti del campo tramite la registrazione come campo magnetico terrestre in cambiamento in superficie e nello spazio.
Ora,i dati appena analizzati suggeriscono che c’è una regione di magnetismo sulla superficie del centro, forse creata da un misterioso “flusso” del magnetismo derivante dal più profondo del nucleo, in rapido mutamento.
“Ed è questa regione che potrebbe essere la responsabile dello spostamento del polo magnetico lontano dalla posizione naturale di lunga data in Canada settentrionale”,ha affermato Arnaud Chulliat, un geofisico all’Institut de physique du Globe de Paris in Francia.
Il Nord magnetico, che è il luogo dove effettivamente puntano gli aghi della bussola è vicino,ma non esattamente nello stesso luogo come il Polo Nord geografico.Attualmente,il Nord magnetico è vicino all’isola di Ellesmere del Canada.
I Navigatori hanno utilizzato il Nord magnetico per secoli per orientare loro stessi…
Anche se i sistemi di posizionamento globali hanno sostituito in larga misura tali tecniche tradizionali,molte persone ancora utilizzano le bussole per muoversi sott’acqua, o dove non si è in grado di comunicare con i satelliti GPS.
Il Polo Nord magnetico si è spostato poco dal luogo scoperto dagli scienziati nel 1831. Quindi nel 1904, il Polo ha iniziato lo spostamento a nordest ad un ritmo costante di circa 9 miglia (15 chilometri) all’anno.
Nel 1989 si è avuta una accelerazione, e nel 2007 gli scienziati hanno confermato che il Polo è ora al galoppo verso la Siberia a 34,37 miglia (55,60 chilometri) all’ anno.
La terra ha un campo magnetico perché il nucleo è costituito da un centro di ferro solido circondato da filature di metallo liquido. In questo modo si crea un “Dinamo” che guida il nostro campo magnetico.
Gli scienziati sospettano che,poiché il nucleo fuso è costantemente in movimento, i cambiamenti nel suo magnetismo potrebbero essere associati alla posizione di superficie del Nord magnetico.
Sebbene la nuova ricerca sembra eseguire il backup di questa idea, Chulliat non è pronto a dire se il Nord magnetico attraverserà poi la Russia.
“È troppo difficile da prevedere”, ha detto Chulliat.
Ps..questa notizia potrebbe essere rilevante anche ai fini degli studi meteoclimatici,in quanto uno spostamento del polo magnetico rilevante e costante,potrebbe portare a sconvolgimenti del nostro pianeta,e anche l’attività solare potrebbe avere un ruolo…
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I poli terrestri migrano


 Anche i poli migrano. E durante l'ultimo anno il Polo Nord magnetico si è spostato di 64 km, dal Canada verso la Siberia. Un record quello registrato nel 2009, ma anche un mistero. Le cause di questa migrazione, infatti, restano misteriose e sono da ricercare nei mutamenti che stanno avvenendo nel nucleo terrestre, ancora tutti da interpretare. Da quando, circa due secoli fa, si è iniziato a studiare il magnetismo del nostro pianeta si è osservato che sta cambiando di intensità e direzione. Ma negli ultimi decenni le due variazioni hanno assunto valori del tutto inaspettati.

Anche i poli migrano. E durante l'ultimo anno il Polo Nord magnetico si è spostato di 64 km, dal Canada verso la Siberia. Un record quello registrato nel 2009, ma anche un mistero. Le cause di questa migrazione, infatti, restano misteriose e sono da ricercare nei mutamenti che stanno avvenendo nel nucleo terrestre, ancora tutti da interpretare. Da quando, circa due secoli fa, si è iniziato a studiare il magnetismo del nostro pianeta si è osservato che sta cambiando di intensità e direzione. Ma negli ultimi decenni le due variazioni hanno assunto valori del tutto inaspettati. Per quel che riguarda la mutazione della posizione del Polo Nord magnetico si è scoperto che, a fronte di un movimento di circa 15 Km all'anno che si registrava tra il 1800 e l'inizio del 1900, si è passati, a fine anni Ottanta, a una velocità di 55-60 Km annui, per raggiungere la velocità massima tra il 2008 e il 2009. A questi dati, divulgati nei gg scorsi dall'Istituto di Fisica della Terra di Parigi, si affiancano i rilevamenti pubblicati alcuni mesi fa su Nature Geoscience che riguardano l'intensità del campo magnetico terrestre. Secondo il Centro Nazionale Spaziale della Danimarca, rapidi cambiamenti nei movimenti che avvengono nella parte liquida del nucleo terrestre stanno notevolmente indebolendo il campo magnetico del pianeta. "Queste variazioni sono improvvise e in certe aree della Terra particolarmente evidenti. Nel 2003 sono state molto pronunciate in Australia, mentre nel 2004 sono diventate assai evidenti in Sud Africa. Negli ultimi mesi anche sul Brasile si è aperta un'area ovale dove il campo magnetico è molto più debole rispetto ad altre aree poste alla medesima latitudine", dice Nils Olsen, geofisico, che ha realizzato la ricerca. Ma a cosa può portare tutto questo? "Quelle variazioni potrebbero essere l'inizio di un'inversione del campo magnetico terrestre. Ma attenzione, prima di giungere a questa conclusione è necessario continuare a raccogliere dati", spiega Mioara Mandea del Centro di Ricerche di Geoscienza di Postdam (Germania).
Un'ipotesi di questo genere, comunque, potrebbe avvalorare la tesi di coloro che credono che nel 2012 il campo magnetico terrestre subirà qualcosa di unico, una rivoluzione terrestre da inquadrare in una sorte di fine del mondo. Ma non è così. Le inversioni del campo magnetico, infatti, sono un fenomeno che sul pianeta si è verificato decine e decine di volte, con un ritmo che si aggira attorno ai 600 mila anni. Ora, poichè l'ultima inversione dei poli è avvenuta circa 750mila anni or sono statisticamente un nuovo evento di questo tipo potrebbe anche verificarsi. Va anche detto, però, che nessuno sa quanto tempo è necessario affinchè si attui un'inversione. Questo fenomeno, infatti, potrebbe avvenire nell'arco di pochi anni. Ma anche di alcuni millenni.

Ma intanto quali possono essere le conseguenze a breve termine delle mutazioni subite dai poli magnetici? "La diminuzione dell'intensità del campo magnetico può far sì che le radiazioni provenienti dallo spazio penetrino l'atmosfera con conseguenze che potrebbero farsi sentire sull'elettronica dei satelliti e degli aerei", osserva Mandea. La migrazione del Polo Nord magnetico, invece, può avere conseguenze per chi utilizza ancora le bussole, là dove i satelliti da posizionamento Gps non coprono le aree con sufficiente accuratezza. Per evitare di seguire rotte errate, infatti, è necessario compensare continuamente la variazione della posizione del Polo Nord magnetico rispetto a quello geografico. Ma se per l'uomo la variazione del campo magnetico, almeno nei valori attuali, possono avere conseguenze limitate, le ricadute sul resto del regno animale potrebbero essere pesanti. A cominciare dalla mutazione delle rotte migratorie.
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Artico, 3 milioni di anni fa come ora

Durante il medio Pliocene le temperature della superficie del mare Artico erano tra 10 e 18 °C , mentre le temperature attuali sono vicine a 0 °C
Sempre più evidenze scientifiche corroborano l'ipotesi che l'Artico potrebbe in un prossimo futuro affrontare una stagione calda priva di ghiacci e temperature medie molto più elevate. L'ultimo allarme in ordine di tempo viene dalla U.S. Geological Survey, i cui ricercatori hanno analizzato le prove paleoclimatiche sulla base delle quali si è potuto evincere che, nel corso del periodo caldo del medio Pliocene, tra 3,3 e 3 milioni di anni fa, l'Oceano Artico e il Mare del Nord erano troppo caldi per mantenere il ghiaccio sul mare anche nella stagione estiva.
Tale periodo è caratterizzato da temperature calde simili a quelle previste per la fine di questo secolo ed è perciò utilizzato come modello per cercare di prevedere le condizioni future sulla base anche dei trend di variazione climatica attuale.
Nel corso dello studio, si è trovato che durante il medio Pliocene le temperature della superficie del mare Artico erano tra 10 e 18 °C , mentre le temperature attuali sono vicine a 0 °C.
La perdita di ghiaccio marino potrebbe avere conseguenze varie ed estese, come il contributo all'ulteriore riscaldamento dell'Artico, l'accelerazione dell'erosione costiera a causa dell'incremento dell'attività delle onde, l'impatto sui grandi predatori (orsi polari e foche) che dipende dalla copertura di ghiaccio del mare, l'intensificazione dei fenomeni meteorologici alle medie latitudini e l'aumento delle precipitazioni invernali nell'Europa occidentale e meridionale, oltre a minori precipitazioni nell'America occidentale.
“Se si guarda indietro a ciò che è avvenuto 3 milioni di anni fa, si osserva un differente schema di distribuzione del calore rispetto a oggi, con acque molto più calde alle alte latitudini”, ha spiegato Marci Robinson dell'USGS. “La mancanza di ghiaccio marino durante l'estate nel corso del medio Pliocene suggerisce che la fusione record del ghiaccio artico registrata nel corso degli ultimi anni possa essere un segnale premonitore di significative trasformazioni che potranno sopravvenire”.
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Un asteroide ha sfiorato la Terra


È passato a soli 14 mila chilometri dal nostro pianeta, cioè 30 volte più vicino rispetto alla Luna

asteroidLONDRA – Un altro asteroide il 6 novembre ha sfiorato la Terra da vicinissima distanza, appena 14 mila chilometri; quindi ben al di sotto dell’orbita equatoriale a 36 mila chilometri sulla quale ruotano tutti i satelliti per le telecomunicazioni e la TV. Anche questo pianetino è stato scoperto all’ultimo momento, come era accaduto all’asteroide di dieci metri di diametro che l’8 ottobre scorso aveva invece colpito la Terra disintegrandosi nel cielo dell’Indonesia. Questo nuovo asteroide di 7 metri di diametro battezzato 2009 VA era stato scoperto dal Catalina Sky Survey 15 ore prima dell’incontro ravvicinato ed era rapidamente identificato dal Minor Planet Center di Cambridge (Massachusetts-Usa) il quale stabiliva che non ci sarebbe caduto addosso ma che avrebbe soltanto sfiorato il pianeta. L’eventuale impatto, tuttavia, avrebbe finito per disintegrarlo senza creare problemi.

LA «CLASSIFICA» DEGLI ASTEROIDI - Nelle statistiche dei oggetti cosmici che si avvicinano, comunque il 2009 VA conquista una posizione di riguardo perché è il terzo corpo cosmico che si avvicina di più. I due che lo precedono sono l’asteroide 2008 TS26 di un metro di diametro che è passato ad una distanza di 6.150 chilometri il 9 ottobre 2008 e l’asteroide 2004 FU162 di sette metri che il 31 marzo 2004 arrivava a 6.535 chilometri . Secondo i calcoli del Jet Propulsion Laboratory della NASA almeno due pianetini di questa taglia ci sfiorano ogni anno mentre un impatto di questa dimensione è previsto ogni cinque anni.

PERICOLI - L’aspetto naturalmente più preoccupante è che anche il 2009 VA è stato rilevato all’ultimo momento perché la rete di sorveglianza oggi non riesce a fare meglio dati i suoi limiti tecnologici. Gli asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra (PHA) per la loro traiettoria ora censiti sono 1079: il loro diametro è a partire da cento metri. Solo in questo mese di novembre ci sono undici asteroidi ben noti di questo tipo che arrivano ad una distanza tra 1,4 e 44,2 LD (Lunar Distance ) con diametri variabili tra 6 metri e 1,9 chilometri. Ovviamente il problema maggiore lo pongono i piccoli al di sotto dei cento metri di taglia per i quali occorrerebbero strumenti di osservazione più sensibili per avvistarli quando sono ancora lontani. Ma questo è un obiettivo che gli astronomi si pongono da tempo, senza essere finora troppo ascoltati da coloro che potrebbero sostenere l’onere dell’impresa. Speriamo che nell’attesa del risveglio delle coscienze la fortuna ci assista.

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In Etiopia si sta creando un oceano


Nel 2005 una gigantesca crepa lunga 56Km si è aperta nel deserto Etiope: allo stato, alcuni geologi ritengono che questa crepa sia l'inizio di un processo che porterà una spaccatura nel continente africano, con la conseguente nascita di un nuovo oceano.

Scienziati di diversi paesi hanno confermato che i processi vulcanici al lavoro nell'area sono praticamente identici a quelli che avvengono sul fondo degli oceani: lo studio, pubblicato nell'ultimo numero del Geophysical Research Letters, suggerisce che la forte attività vulcanica sotto le placche tettoniche potrebbe aumentare in modo brusco e diffuso, e non su piccola scala come si riteneva dino ad oggi.

Cindy Ebinger, professore di Scienze Ambientali all'Università di Rochester e co-autrice dello studio è elettrica: "questo lavoro rivoluziona la nostra visione dei movimenti tettonici che portano alla creazione di nuovi bacini oceanici". "Per la prima volta questi studi," gli fa eco il Professore emerito Ken Macdonald del Dipartimento di Scienze della Terra alla University of California, "dimostrano che l'attività tettonica può svolgersi su larga scala con grandi episodi di deformazione".

Non capita tutti i giorni di assistere alla nascita di un oceano:Atalay Ayele, professore all'Università di Addis Abeba, sta conducendo un monitoraggio della faglia che dura da 4 anni, e ha riferito di episodi che hanno 'allargato' la spaccatura anche di 6 metri in pochi giorni.

Dal 2005 ad oggi si sono verificati già 12 eventi tellurici tremendamente forti: Ebinger e colleghi stanno continuando a monitorare l'area per capire di più su come il movimento sotterraneo del magma evolve man mano che la faglia continua a crescere.

Il tempo, come vedete, cambia tutte le cose, e prima o poi trasforma in mare anche il deserto.

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Effetti del riscaldamento globale in un lago artico

Carotaggi effettuati sull'Isola di Baffin mostrano che i cambiamenti biologici e chimici avvenuti in quella regione negli ultimi decenni non hanno precedenti negli ultimi 200.000 anni
Ancora una conferma per l'ipotesi di un forte impatto delle attività antropiche sulle dinamiche climatiche del clima: una nuova analisi delle carote di ghiaccio di sedimenti di un lago artico sull'Isola di Baffin indica che i cambiamenti biologici e chimici avvenuti in quella regione negli ultimi decenni non hanno precedenti negli ultimi 200.000 anni.

In particolare, come spiegano i ricercatori dell' Università del Colorado a Boulder, mentre i cambiamenti ambientali nei passati millenni mostrano un legame molto stretto con altri fenomeni naturali scatenanti, le analisi dei sedimenti indicano che a partire dagli anni cinquanta del Novecento il raffreddamento che ci si poteva aspettare in seguito alle variazioni dell'asse di rotazione terrestre è stato sovrastato dalle emissioni di gas serra.

"Utilizzando come indicatori alghe, insetti fossili e le rilevazioni geochimiche possiamo concludere che gli ultimi decenni rappresentano un periodo unico negli ultimi 200.000 anni", ha commentato Yarrow Axford, coautore dell'articolo pubblicato sui "Proceedings of the National Academy of Sciences" e ricercatore dell'Institute of Arctic and Alpine Research della CU-Boulder. "Possiamo così osservare una chiara prova del riscaldamento in una delle regioni più remote della Terra in un periodo in cui le influenze di tipo naturale avrebbero dovuto produrre una diminuzione di temperatura.”

I sedimenti sono stati raccolti dal fondo di un lago, a circa 100 metri di profondità, nei pressi del villaggio di Clyde River, lungo la costa orientale dell'Isola di Baffin, che si trova a diverse centinaia di chilometri a ovest della Groenlandia. I sedimenti del lago permettono di risalire 80.000 anni più indietro di quanto si riesca a fare con i più antichi campioni della Groenlandia e registrano le condizioni presenti nelle due ere glaciali e nei tre periodi interglaciali precedenti.

In particolare, i sedimenti mostrano come diversi tipi di insetti simili a zanzare - che abbondano nei climi molto freddi - fossero molto diffusi presso il lago nel corso di alcune migliaia di anni per poi cominciare bruscamente a diminuire verso il 1950, raggiungendo quello che appare essere un minimo di popolazione degli ultimi 200.000 anni.

Inoltre, una specie di diatomea, un'alga lacustre relativamente rara in questa regione prima del XX secolo, ha subito un incremento senza precedenti nei decenni recenti, forse in risposta alla diminuzione della copertura glaciale del lago.
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I meteoriti e i metalli sulla terra

Comete e meteoriti potrebbero aver portato sul pianeta metalli rari: ciò spiegherebbe l'attuale concentrazione di platino e rodio nella porzione rocciosa della crosta, incompatibile con i processi di formazione della Terra avvenuti 4,5 miliardi di anni fa
L’abbondanza di alcuni minerali all’interno delle rocce della crosta terrestre potrebbe essere di origine extraterrestre: è questa la conclusione di una ricerca di un gruppo di geologi dell’Università di Toronto e del Maryland.

"L’estrema temperatura a cui si formò il nucleo terrestre avrebbe estratto completamente qualunque metallo prezioso dalle rocce per depositarlo nel nucleo”, ha commentato James Brenan del Dipartimento di geologia dell’Università di Toronto, coautore dell’articolo apparso sulla rivista “Nature Geoscience”.

"Tenuto conto di queste considerazioni, ci chiediamo per quale motivo siano presenti ancora concentrazioni di metalli preziosi come il platino e il rodio nella porzione rocciosa della Terra attuale”: i nostri risultati indicano che non possono essere il frutto di alcun processo interno noto. Per contro, essi potrebbero essere arrivati successivamente, nel corso di una sorta di pioggia di detriti extraterrestri, quali comete e meteoriti.”

Secondo la visione corrente, 4,5 miliardi di anni fa la Terra era una massa di roccia fredda mescolata a ferro fuso dal calore generato dall’impatto di massicci oggetti delle dimensioni di un pianeta. Tale processo avrebbe separato dalle rocce il ferro che avrebbe poi costituito il nucleo terrestre.

Brenan e il collega William McDonough dell'Università del Maryland hanno riprodotto in laboratorio una miscela simile sottoponendola a condizioni di presione e di temperatura estreme (fino a 200 gradi Celsius) e misurando la composizione di roccia e ferro risultante.

Si è cosi potuto constatare come durante il processo il metallo lasciasse la roccia. Per questo motivo, gli studiosi hanno ipotizzato che un analogo fenomeno si sia verificato nel periodi di formazione della Terra e che una qualche forma di fonte esterna - come una "pioggia" di materiale extraterrestre - abbia contribuito alla presenza di alcuni metalli preziosi nella porzione rocciosa della crosta terrestre.

"Una simile ipotesi è in grado di spiegare anche un altro mistero che riguarda il contenuto di idrogeno, carbonio e fosoforo, i componenti essenziali della vita, che probabilmente andarono perduti durante il violento processo di formazione del nostro pianeta."
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Eruzioni pliniane veloci e distruttive

Nell'esplosione del vulcano Chaitén nel maggio del 2008 il magma ha percorso tutto il canale di risalita dalle profondità della terra fino alla superficie in sole quattro ore
Le eruzioni pliniane sono notoriamente le più distruttive, ma anche le più difficili da studiare proprio perché fra un'eruzione e l'altra possono passare periodi di assoluta tranquillità della durata anche di migliaia di anni, mentre le eruzioni sono precedute da periodi relativamente brevi di attività sismica.

Eruzioni di tipo pliniano sono state quelle del Vesuvio del 79 d.C., di Santorino, nel 1640 a.C., del Krakatoa del 1883 e, più recentemente, quella del Mount St. Helens, nel 1980 e del Pinatubo, nelle Filippine, nel 1991.

Donald Dingwell della Ludwig-Maximilians-Universität (LMU) di Monaco, in Germania, e Jonathan Castro dell'Università di Orléans, in Francia, sono ora riusciti a ottenere una misurazione sperimentale della velocità con cui il magma risale nel corso di un'eruzione pliniana, attraverso lo studio delle rocce emesse dal vulcano Chaitén, nel Cile meridionale, nel maggio del 2008, un vulcano che era in una fase quiescente da circa 9000 anni. L'analisi condotta da Dingwell e Castro - descritta in un articolo su "Nature" - rivela che il magma ha percorso tutto il canale di risalita dalla camera magmatica alla superficie in sole quattro ore, a una velocità di un metro al secondo.

"La cosa è molto preoccupante - ha osservato Dingwell - poiché implica che un'eruzione pliniana può svilupparsi con una sorprendente rapidità. E in tal caso sarebbe praticamente impossibile dare un allarme adeguato, specie se il periodo di attività precedente l'eruzione è anch'esso molto breve", com'è stato appunto nel caso dell'eruzione cilena. Il primo segnale sismico premonitore è stato percepito il 30 aprile, il giorno successivo c'è stata una prima emissione di ceneri e il 2 maggio si è verificata una violenta eruzione.

Per questo, osservano i ricercatori, è necessario approfondire la comprensione e la decifrazione dei possibili segnali premonitori, che sono costituiti da movimenti sismici di minore entità e da un aumento dei gas emessi.

"Il problema sollevato da periodi di un aumento dell'attività sismica così brevi è che essi possono essere premonitori di un eruzione, ma non necessariamente. Nel caso del Chaitén sapevamo di avere di fronte un vulcano altamente esplosivo. Ciò che non sapevamo era quale tipo di attività avrebbe segnalato un'imminente eruzione", ha proseguito Dingwell, sottolineando che la struttura dell'attività vulcanica può essere osservata solo localmente, con un attento monitoraggio delle onde sismiche e l'analisi dei gas emessi.
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La più grande estinzione ? Quella di 250 milioni di anni fa .

La più grande estinzione di massa del pianeta Terra non fu quella, famosa, che 65 milioni di anni fa, alla fine del periodoCretaceo, determinò la scomparsa dei dinosauri, bensì quella che 250 milioni di anni fa, alla fine del periodo Permiano, vide il nostro pianeta spogliato della quasi totalità delle foreste. In questa grande estinzione scomparvero il 95% delle specie marine e il 70% delle specie terrestri.

Quali potrebbero essere le conseguenze della selvaggia deforestazione realizzata dal l’uomo negli ultimi secoli?

Questo fu il risultato di una prolungata attività vulcanica che ebbe come centro l’attuale Siberia. Le eruzioni produsseropiogge acide e assottigliarono lo strato di Ozono atmosferico permettendo ai raggi ultravioletti provenienti dal Sole di arrivare sulla superficie terrestre.

Come spesso accade, quando c’è una estinzione, altri esseri viventi hanno la possibilità di proliferare. In questo caso furono i funghi ad avere la meglio. Alcuni studi indicano che dopo la fase eruttiva la superficie terrestre era diventata uno strano posto, con vegetazione formata da piante semplici, muschi e soprattutto da una enorme quantità di alberi morti. L’autore di questa ricerca è Mark Sephton, un geochimico dell’Imperial College di Londra.

Sephton ha trovato evidenze del fatto che, in questo ambiente acido, i funghi riuscirono a sopravvivere perfettamente, anzi, trovarono il loro ambiente ideale. Infatti al periodo Permiano risalgono alcuni organismi chiamati Reduviasporonites. Si è potuto stabilire che si trattava di funghi che si nutrono di legno. La loro fortuna quindi fu determinata dall’ambiente acido e dalla grande disponibilità di legno dovuta al gran numero di alberi morti.

Grazie a questa grande estinzione del Permiano, nelle ere seguenti si svilupparono nuovi e più sofisticati organismi. Dopo il Permiano infatti comincia la grande dominazione dei dinosauri che durerà fino a 65 milioni di anni fa, quando un’altra estinzione di massa li farà scomparire.

fonte

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Scoperto in Patagonia un enorme "campo di crateri" di origine ancora misteriosa.

Il piu' grande campo di crateri dell'emisfero australe (e, probabilmente, del mondo) e' stato scoperto in Patagonia, nel sud dell'Argentina, in un'area di 90 chilometri quadrati chiamata la Bajada del Diablo, a nord della provincia di Chubut.

Lo rende noto oggi il quotidiano 'La Nacion', precisando che si trattadi piu' di 100 crateri tra i 60 e i 150 metri di diametro (in media larghi quanto uno stadio di calcio) e tra i 30 e i 50 metri di profondita'. Gli scienziati del Conicet (Consejo Nacional de Investigaciones Cientificas y Tecnicas) non esitano a definire il campo piu' esteso del pianeta.

A loro dire, la causa dell'impatto con la terra (un meteorite? una cometa?) e' ancora sconosciuta. Si sa solo che avvenne tra i 130.000 e i 380.000 anni fa. In un'epoca, quindi, relativamente recente: le rocce piu' antiche del pianeta, infatti, risalgono a 3.800 milioni di anni fa.

Dallo studio delle caratteristiche geomorfologiche dei crateri, risulta che gli impatti si produssero simultaneamente, come originati da una bomba a grappolo che si disintegro' al contatto con l'atmosfera. Diciotto di essi sono, inoltre, in roccia basaltica e vulcanica, simili a quelli su Mercurio, Venere, Marte e la Luna.Tutti i crateri (cento individuati tramite Google Earth, dieci direttamente sul campo) sono straordinariamente ben preservati, grazie al clima secco e all'assenza di insediamenti umani.

"Nel mondo - ha dichiarato Rogelio Acevedo, membro del Centro Austral de Investigaciones Cientificas (Cadic) che ha partecipato alle ricerche - si conoscono nove campi, per un totale di 170 crateri.Si capisce quindi l'importanza di questa nuova area, ben piu' grande di quella di Tunguska, in Siberia".

fonte ansa - http://www.ansa.it

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Il punto più secco, freddo e calmo della Terra

E' stato individuato sull'altopiano antartico in vista della costruzione di un osservatorio astronomico che potrebbe sfruttare le sue eccezionali condizioni atmosferiche

Qual è il punto più secco, freddo e meno ventoso della Terra? La risposta viene da uno studio condotto da un gruppo di astronomi della University of New South Wales (UNSW) che per individuarlo ha condotto un accurato studio in cui ha raccolto e combinato una ingente quantità di dati ottenuti da satellite e da stazioni meteorologiche a terra attraverso i quali stimare copertura nuvolosa, temperatura, oscurità del cielo, tasso di umidità, velocità del vento e turbolenze atmosferiche delle diverse località.

Valutando il tutto anche alla luce di diversi modelli climatologici, i ricercatori hanno così individuato una località, nota con la sigla Ridge A, posta a 4053 metri di altitudine sull'Altopiano Antartico. Il sito non è solo estremamente remoto, ma anche molto freddo e secco: la temperatura media invernale è di circa -70 °C. L'aria è anche estremamente calma e le turbolenze atmosferiche che fanno apparire sfarfallanti le stelle sono quasi del tutto assenti.

"L'Australia non possiede alcun sito astronomico di importanza mondiale e per questo gli astronomi australiani sono stretti fra la scelta di essere attori di secondo piano nelle ricerche condotte con i telescopi in Cile, e quella di unirsi ai cinesi o agli europei nello sforzo di costruire il primo grande osservatorio antartico", ha spiegato Will Saunders, che ha diretto lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulle "Pubblications of the Astronomical Society of Australia".

"Le immagini astronomiche prese a Ridge A dovrebbero essere almeno tre volte più nitide di quelle prese nel miglior sito finora sfruttato dagli astronomi", osserva Saunders. "Dato che il cielo è così buio e secco, ciò significa che un telescopio anche di dimensioni relativamente modeste potrebbe essere altrettanto potente dei più grandi telescopi della Terra."

Il sito migliore, alla luce della valutazione di tutti i parametri, non sarebbe il punto più elevato dell'altopiano, noto come Dome A, ma a 150 chilometri da esso, in una zona pianeggiante. Situato all'interno del territorio antartico australiano, a 81,5 °S e 73.5 °E, dista 144 chilometri da un osservatorio robotico internazionale e poco più dal sito proposto dai cinesi per la loro base 'Kunlun' a Dome A (80.37 °S e 77.53 °E).

L'interesse per la creazione di osservatori in Antartide è esploso nel 2004, quando uno studio pubblicato su "Nature" da un altro gruppo di ricercatori della UNSW stabilì che un osservatorio collocato a Dome C, un altro sito sull'altopiano antartico, sarebbe stato in grado di riprendere immagini dello spazio di una qualità quasi confrontabile con quelle del telescopio spaziale Hubble.

Lo scorso anno ricercatori anglo-australiani hanno anche completato uno studio per valutare e indicare soluzioni ai formidabili problemi pratici posti dalla costruzione e dalla gestione di un osservatorio astronomico in Antartide, e in particolare per il progetto PILOT di un telescopio ottico/a infrarossi presso la stazione franco-italiana Concordia.

lescienze.espresso.repubblica.it
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Dal ciclo solare al clima terrestre

Il clima terrestre sarebbe molto sensibile alle variazioni di energia legate alle macchie solari a causa di meccanismi sinergici che amplificano gli effetti di quelle piccole fluttuazioni
PAROLE CHIAVE
La quantità di energia emessa dal Sole fluttua secondo un ciclo che dura 11 anni, e che gli scienziati seguono contando il numero di macchie solari che appaiono sulla superficie dell'astro. Queste fluttuazioni undecennali sono tuttavia relativamente piccole ed è piuttosto difficile comprendere come esse possano avere effetti significativi sul clima terrestre, anche se è stata indubiamente rilevata una associazione fra il periodico picco di queste oscillazioni e lo schema delle precipitazioni e della temperatura superficiale delle acque del Pacifico.

Secondo un nuovo modello elaborato da Gerald Meehl e colleghi del National Center for Atmospheric Research (NCAR), e illustrato in un articolo pubblicato su "Science", il clima terrestre sarebbe eccezionalmente sensibile al ciclo solare per la presenza di due meccanismi che operano in sinergia così da produrre un ciclo di feedback capace di amplificare il piccolo effetto solare.

Il primo sarebbe un processo "dall'alto al basso", in cui le fluttuazioni nell'energia solare producono una catena di reazioni che influiscono in prima battuta sull'ozono stratosferico, per tradursi quindi in un aumento delle precipitazioni tropicali. Il secondo sarebbe un processo "dal basso verso l'alto", nel quale le relazioni fra oceano e atmosfera sono influenzate dalle variazioni di energia solare attraverso un aumento dell'evaporazione superficiale, le precipitazioni tropicali, l'intensità dei monsoni e l'aumento delle temperature superficiali delle acque.

Normalmente i modelli climatologici in uso adottano l'uno o l'altro di questi mecanismi, ciascuno dei quali, però, isolatamente preso non è in grado di spiegare l'intensità dell'influsso dei cicli solari sul clima del pianeta, anche perché per varie ragioni, non ultima la "dominabilità" del modello stesso, ciascuno di essi rinuncia a una dettagliata analisi di alcuni fattori: nei modelli down-up non è in genere presente una realistica modellizzazione della stratosfera, negli altri è carente l'analisi delle relazioni all'interfaccia fra la superficie del mare e l'atmosfera.

Adottando una serie di ipotesi e semplificazioni Meehl e collaboratori sono riusciti produrre un modello che unifica i due approcci che ha permesso di riprodurre gli andamenti climatici relativi alle precipitazioni e alle temperature delle acque superficiali del Pacifico mettendole in buona relazione con i cicli solari.

Il nuovo modello ha peraltro già sollevato le critiche di diversi altri ricercatori che hanno osservato da un lato che esso andrebbe testato su periodi più lunghi di quello che è stato preso in considerazione dai suoi creatori, e dall'altro che il sistema atmosfera-oceano è molto più complesso di quello che appare ipotizzato nel modello.
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Ere glaciali e inclinazione dell'asse terrestre

Secondo i ricercatori, piccole variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre - fino a due gradi, nell’arco di centinaia di migliaia di anni – sono sufficienti a determinare le diverse ere glaciali succedutesi negli ultimi 2,5 milioni di anni, compreso il picco raggiunto circa 100.000 anni fa.

Quali sono i meccanismi che hanno governato l’alternanza di ere glaciali e periodi più caldi negli ultimi 2,5 milioni di anni? Dopo un dibattito scientifico durato decenni arriva ora uno studio che confermerebbe l’importanza delle variazioni della radiazione solare dovute a cambiamenti dell'inclinazione dell'asse della Terra.

Sull’ultimo numero della rivista “Science” un gruppo di ricercatori della
Oregon State University sostiene infatti che, in base alle evidenze scientifiche, le variazioni della direzione dell’asse hanno determinato un picco nei livelli globali dei ghiacci circa 26.000 anni fa. Gli stessi ghiacci rimasero stabili per circa 7000 anni e cominciarono poi a fondersi 19.000 anni fa, portando così alla fine dell’ultima era glaciale.

La causa principale della fusione dei ghiacci sarebbe stata perciò l’aumento della radiazione solare e non i livelli atmosferici di biossido di carbonio o delle temperature oceaniche, come alcune ricerche avevano suggerito negli ultimi anni.

Per la loro analisi, i ricercatori hanno utilizzato i dati di circa 5000 misurazioni isotopiche relative a punti in cui erano presenti coltri glaciali, riuscendo con ciò a definire, con un alto livello di accuratezza, quando cominciarono a fondere.

I dati sono poi stati messi in relazione con i calcoli che ricostruiscono posizione dell’asse e condizioni di rotazione della Terra, causati dalle influenze gravitazionali di pianeti giganti come Giove o Saturno, fino ad alcuni milioni di anni fa.

Queste piccole variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre - fino a due gradi, nell’arco di centinaia di migliaia di anni – sono ritenute sufficienti a determinare le diverse ere glaciali succedutesi negli ultimi 2,5 milioni di anni, compreso il picco raggiunto circa 100.000 anni fa.

“È stata la radiazione solare a scatenare l’inizio della fusione dei ghiacci: ora è praticamente certo”, ha spiegato Peter Clark, professore di scienze della terra dell’OSU. "Vi furono anche cambiamenti nei livelli atmosferici di biossido di carbonio e della circolazione oceanica, ma ciò avvenne in seguito, amplificando solo un processo che era già in atto.”
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