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Il primo exopianeta con clima «mite»


«Potrebbe rappresentare la Stele di Rosetta nel campo dello studio dei pianeti extrasolari»

È COROT-9B, A CIRCA 1.500 ANNI LUCE DALLA TERRA

Una ricostruzione di Corot-9b mentre passa davanti alla sua stella (Afp)
Una ricostruzione di Corot-9b mentre passa davanti alla sua stella (Afp)
MILANO - È stato scoperto il primo pianeta esterno al sistema Solare con un clima temperato e una temperatura superficiale non molto diversa rispetto di quella dei pianeti del nostro sistema planetario. Lo riporta unarticolo apparso su Nature di un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall'Istituto di astrofisica delle Canarie e vi partecipa anche l'Italia, con l'astronomo Mauro Barbieri dell'università di Padova. «CoRoT-9b è il primo pianeta extrasolare che somiglia ai pianeti del sistema Solare», ha detto il coordinatore dello studio, Hans Deeg.
STELE DI ROSETTA PLANETARIA - Secondo uno degli autori, Claire Moutou del Laboratorio di astrofisica di Marsiglia, il pianeta «potrebbe rappresentare la Stele di Rosetta nel campo dello studio dei pianeti extrasolari». Perché, come ha spiegato Didier Queloz dell'università di Ginevra, «CoRoT-9b può fornirci gli strumenti per studiare le atmosfere di pianeti con temperature moderate e ci può permettere di aprire una finestra nuova nella comprensione della chimica alle basse temperature». Combinando le osservazioni compiute dal satellite europeo CoRoT con quelle del «cacciatore» di pianeti Harps installato sul telescopio dell'Osservatorio europeo meridionale a La Silla in Cile, gli astronomi hanno studiato per la prima volta in maniera approfondita il primo «normale» pianeta extrasolare.
ORBITA - CoRoT-9b orbita intorno a una stella simile al Sole situata a circa 1.500 anni luce dalla Terra. Grande circa quanto Giove, il pianeta ha un'orbita di 95 giorni, simile a quella di Mercurio. Secondo i calcoli la sua temperatura di superficie è compresa fra -20 e +160 gradi centigradi. Come i nostri pianeti giganti, Giove e Saturno, CoRoT-9b è composto in gran parte di idrogeno ed elio e potrebbe contenere 20 pianeti come la Terra.
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Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda



Sottraendo il «P21» i ratti sono in grado anche di riparare una ferita senza cicatrici

MILANO - Potrebbe aprire la strada in un futuro non troppo lontano a straordinarie possibilità di cura. Tuttavia per ora siamo ancora ai livelli di sperimentazione sugli animali. La scoperta però è di quelle che colpiscono la fantasia: anche i topi possono rigenerare i loro tessuti. Così se gli viene tolta la coda, un giorno potrebbe crescerne una nuova come alle lucertole. Questo è possibile anche togliendogli solo un gene, il «P21»: spegnendolo, infatti, i ratti con tessuti danneggiati riparano la ferita senza cicatrici. È quanto dimostrato dai ricercatori del Wistar Institute di Philadelphia diretti da Ellen Heber-Katz. Gli esperti hanno visto che, mettendo ko il gene «P21», topi con ferite possono rigenerare nuovo tessuto non cicatriziale, indicando la possibilità di ricreare tessuti lesi e guarire ferite in poco tempo senza cicatrici. Lo studio è stato riportato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
LO STUDIO - Proprietà rigenerative notevoli sono note solo per animali meno evoluti dei mammiferi, quindi invertebrati e vertebrati come gli anfibi, per esempio salamandre e lucertole. È noto che se la salamandra perde la coda può riformarla. Ma per un topo una capacità simile sembrava non esistere. Invece i ricercatori americani si sono accorti casualmente studiando topi di laboratorio con ferite (veri e propri buchi) alle orecchie che alcuni di essi erano capaci nel giro di poco tempo di chiudere i buchi mostrando un orecchio sano e senza segni. Indagando a fondo i topi dalle misteriose capacità, gli scienziati si sono accorti che questi roditori erano privi del gene «P21». A ciò corrispondeva la capacità delle cellule a livello della lesione di rigenerarsi spontaneamente, grazie all'entrata in azione di cellule staminali, riformando appunto tessuto sano non cicatriziale. Lo studio approfondito del «P21» e del suo funzionamento potrebbe aprire dunque nuove strade per la rigenerazione di tessuti malati.
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L'ultimo mistero di Tutankhamon: il giovane faraone nato da un incesto

Tutankhamon nacque da un'unione incestuosa. E' l'ultima scoperta legata al giovane faraone, morto in circostanze misteriose, all'età di 19 anni attribuita al grande archeologo egiziano Zahi Hawass, vice ministro della Cultura dal 2009 e segretario generale del Consiglio superiore per le antichità del Cairo.
Grazie ad accurati esami del dna, non solo sulla mummia di Tutankhamon, ma di altri faraoni, l'equipe di biologi e medici tedeschi e egiziani, avrebbero dunque scoperto l'ultimo segreto di Tutankamon, secondo quanto rivela il settimanale francese 'Point de vue'.
La genetica ha rivelato, infatti, che quest'ultimo era nato da un'unione incestuosa, tra un fratello e una sorella, entrambi figli d'Amenophis III e della prima moglie, Tiyi. I matrimoni tra consanguinei erano, comunque, frequenti in Egitto fino alla conquista dei romani. Anche la leggendaria Cleopatra avrebbe sposato per due volte i suoi stessi fratelli, Tolomeo XII e Tolomeo XIV.
Anche Tutankhamon imiterà l'esempio dei suoi genitori, sposando una delle sorellastre, Ankhsenaamom, figlia dell'enigmatica Nefertiti. Lo dimostrano i due feti mummificati trovati all'interno del sarcofago del giovane faraone. Il loro dna è simile, ben oltre il 50%, a quello del loro progenitore. Uno dei due presenta, tra l'altro, una 'spina bifida', una malformazione della colonna vertebrale, indubbiamente di origine genetica.
I matrimoni tra consanguinei potrebbero spiegare, rivela sempre 'Point de vue', i problemi di salute di Tutankhamon e la sua morte prematura. In un primo tempo lo studio attento del suo scheletro, attraverso scanner di assoluta precisione, ha allontanato ogni ipotesi di un possibile assassinio. La ferita dietro il testa risulterebbe legata ad un banale errore degli imbalsamatori durante l'estrazione del cervello.
Scoperti inoltre nella mummia di Tutankhamon, problemi degenerativi legati al tessuto osseo del piede sinistro. Il giovane faraone soffriva inoltre di malaria. Malattia che i medici non riuscirono a debellare. Nonostante il suo soprannome , 'kanakht toutmesout', toro potente, Tutanakhamon era un uomo fragile, di costituzione debolissima. Zoppicava e spesso si accompagnava con un bastone. E' forse a causa del suo handicap, e non durante una partita di caccia, che lo sfortunato e affascinante faraone, si sarebbe rotto il femore sinistro.
Le conseguenze della caduta, una difficile riabilitazione e una ferita non curate a dovere, forse un'infezione, l'avrebbero condotto alla morte. Ricerche approfondite sui cromosomi di Tutankhamon e della sposa Akhenaton avrebbero escluso poi la sindrome di Marfan, che avrebbe spiegato i tratti androgini dei due sposi.
Secondo quanto scrive il settimanale francese “si tratta però della rappresentazione di figure stilizzate, secondo i codici politici e religiosi dell'epoca, che mostrano il faraone come sorgente di vita. Uomo e donna, un'unica identità all'interno di uno stesso corpo”. Ma altri interrogativi si addensano sul faraone più amato, conosciuto e studiato. Altri misteri da svelare, secondo Zahi Hawass, dopo la scoperta, il 29 novembre del 1922 della tomba di Tutankhamon, inviolata da 34 secoli.
“Mi piacerebbe rispondere al più presto a quesiti imperanti - ha confessato l'archeologo egiziano - Chi era realmente Nefertiti? Chi si nascondeva dietro la 'giovane dama', la mummia, madre dei due feti, scoperti nella tomba, era realmente Ankhsenaamon?”. Sono cominciate le ricerche, gli studi, gli approfondimenti sul dna delle mummie. Nuovi capitoli si aggiungeranno all'eterna trama del racconto dell'infelice Tutankhamon. Il faraone-bambino, simbolo dei segreti insondabili di un Egitto millenario.
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I rilevamenti radar della sonda MRO e gli estesi ghiacciai sotterranei di Marte


(Immagine, fonte NASA/JPL-Caltech/ASI/University of Rome/Southwest Research Institute)

NEWS SPAZIO :- Ok, la Luna ha molto ghiaccio d'acqua, come abbiamo visto ieri, ma anche Marte non scherza! Il mosaico di immagini che vedete è il risultato dei dati registrati dallo strumento Shallow Radar(SHARAD) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) e mostra vasti depositi di ghiaccio nel sottosuolo marziano alle medie latitudini (in viola).

In particolare la regione visualizzata è chiamata Deuteronilus Mensaenell'emisfero nord di Marte e corrisponde ad un'area di 1050x775 Km.
Il ghiaccio, il cui spessore arriva ad essere fino ad 1 Km, è stato trovato nelle zone adiacenti a ripidi dirupi e pendii/colline, dove i detriti rocciosi dalle scarpate riparano e proteggono il ghiaccio stesso dalla sua sublimazione nell'atmosfera.
I depositi di ghiaccio sotterraneo si estendono per centinaia di chilometri. Le parole di Jeffrey Plaut del laboratorio NASA JPL (Jet Propulsion Laboratory): "Abbiamo mappato l'intera aera con una copertura ad alta densità [...] In quest'area il radar rileva uno spesso strato di ghiaccio nel sottosuolo in molte posizioni".L'ipotesi degli scienziati è che l'intera area fosse coperta da uno strato di ghiaccio durante un passato e differente ciclo climatico e quando il clima si è asciugato questi depositi rimasero solamente dove essi erano stati ricoperti da uno strato di detriti che ha protetto il ghiaccio dall'atmosfera.

Neanche a dirlo, MRO continuerà a 
mappare la superficie marziana per indagare ulteriormente.
Un'ultima nota giusto per ricordare che Shallow Radar è fornito dall'Agenzia Spaziale Italiana. Le sue operazioni sono guidate dall'Università di Roma ed i suoi dati sono analizati da un team scientifico congiunto italiano ed americano.
La mappa che vedete è presentata dagli scienziati alla 41st Lunar and Planetary Science Conference in corso di svolgimento in Texas questa settimana.
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I Romani in America 1500 anni prima di Colombo ?


''Le recenti acquisizioni archeologiche hanno consentito di rivalutare le conoscenze che gli antichi avevano in fatto di viaggi per mare e permettono di affermare che questi non si limitavano alla navigazione a vista e lungo costa, ma avevano navi e strumenti adatte alle lunghe traversate, anche oceaniche''.
E' quanto ha affermato Claudio Mocchegiani Carpano, gia' responsabile del settore del centro storico della Soprintendenza archeologica di Roma e attualmente docente di archeologia subacquea all'universita' di Napoli, alla presentazione del libro ''Quando i Romani andavano in America'' di Elio Cadelo (Palombi editori, pagg. 293, euro 19).
Mettendo insieme testimonianze di autori dell'epoca con quanto piu' di recente e' stato scoperto sui viaggi per mare nell'antica Roma,Cadelo sostiene che i Romani potrebbero essere sbarcati anche sul continente americano. D'altronde, ha sottolineato Luigi Fozzati, soprintendente ai Beni archeologici del Friuli Venezia Giulia,e' assodato che ''sia Romani che i Fenici hanno circumnavigavano l'Africa ed erano giunti fino in Cina''.
E' quindi probabile che proprio in uno di questi viaggi, alcune navi fenicie incapparono nella corrente subequatoriale che dalle coste occidentali dell'Africa li porto' fino alle coste del Brasile.
La prova potrebbe essere una epigrafe fenicia scoperta a Paratyba, poco considerata alla sua scoperta nel 1874, ma poi ''rivalutata'' sia dal filologo americano Cyrus Gordon che dal nostro Sabatino Moscati. Tra le prove che possono suffragare le navigazioni transatlantiche dei Romani, ha proseguito Mocchegiani, il fatto che le loro navi avevano dimensioni e robustezza idonee a queste imprese: ''quelle rinvenute a Nemi realizzate sotto Caligola nel primo secolo d.C. erano lunghe 70 metri e larghe 20, e realizzate con tecnologie costruttive all'avanguardia.
D'altronde i Romani le avevano apprese dai Fenici che nel campo erano maestri: una loro nave del terzo secolo a.C. rinvenuta nello stagno di Marsala aveva i pezzi e gli incastri numerati, a prova di una costruzione quasi industriale''. Tra gli elementi portati da Cadelo, anche quelli riguardanti la botanica: sulla copertina del libro campeggia una statuetta di fanciullo romano che ha in mano un frutto di ananas, originario della Mesoamerica.
Sul tema, anche Fozzati ha sottolineato come un piu' accurato studio dei reperti botanici negli scavi (semi, ecc.) possano testimoniare contatti tra civilta' di diversi continenti
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Marte, studio italiano sulle dune

Le dune su Marte si spostano come quelle dei deserti della Terra. La scoperta, nata dalla collaborazione fra Italia e Stati Uniti, dimostra che Marte è ancora oggi un pianeta molto attivo dal punto di vista geologico .  Il movimento della parte superiore delle dune è evidente nelle immagini raccolte dalla sonda statunitense Mars Reconnaissance Orbiter (Mro), analizzate da un gruppo internazionale coordinato dall'italiano Simone Silvestro, della Scuola internazionale di scienze planetarie (Irsps) dell' università d'Annunzio di Pescara, e dall'americana Lori K. Fenton, dell'istituto Seti del Centro di ricerche californiano Ames.

Le dune di Marte

"E' la prima documentazione dell'esistenza di increspature sulle dune di Marte", si legge nella relazione di Silvestro, che martedì 2 marzo presenterà la ricerca negli Stati Uniti, durante la 41st Lunar Planetary Science Conference, in programma dal 1° al 5 marzo a The Woodland, Texas, a circa 44 km da Houston.

"I movimenti delle increspature sulla sommità delle dune sono risultati evidenti nelle immagini rilevate a distanza di quattro mesi", dice ancora il ricercatore, e questa è la prova indiretta che tutte le dune su Marte sono attive, anche se il loro spostamento richiede migliaia di anni".

Nelle immagini analizzate dai ricercatori le dune appaiono molto scure:"Sono composte da sabbia di origine basaltica, formata dall'erosione di rocce vulcaniche", spiega Silvestro. Si trovano nel cratere Nili Patera, del vulcano Syrtis Mayor, all'interno di una delle regioni che appaiono come grandi macchie scure sulla superficie del pianeta.

"E' molto importante avere dimostrato che le increspature si spostano nonostante la flebile atmosfera di Marte", aggiunge il ricercatore. "Sulla Terra l'atmosfera è molto densa ed è normale che i venti riescano a muovere la sabbia, ma con un'atmosfera debole come quella marziana i venti devono essere decine di volte più forti".

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ecco come si pregava nella preistoria


Lo studioso Alberto Pozzi corona con un libro 40 anni di indagini
Alberto Pozzi, comasco appassionato di archeologia, con il sostegno della Società Archeologica Comense, realizza un libro che è il frutto di quarant'anni di studi e di molti viaggi e missioni archeologiche che lo hanno portato alla scoperta di siti appartenenti a quattro diversi continenti, in possesso di strutture megalitiche.
Megalitismo - Architettura sacra della Preistoria (Società Archeologica Comense, 288 pp., 45 euro) è un libro importante perché, se in molti altri Paesi il megalitismo
è frutto di intensi studi e oggetto di molte pubblicazioni, pochi sono invece in Italia gli studiosi che hanno divulgato saggi sull'argomento. Il megalitismo, che consiste in una tecnica costruttiva che consente di elevare, senza alcun legante, strutture composte da grandi pietre che possono superare le duecento tonnellate, è invece un argomento di grande interesse perché svela importanti notizie riguardanti la cultura appartenente ai popoli primitivi. Il saggio di Alberto Pozzi racconta le origini del fenomeno tra il V e il II millennio a.C e la sua evoluzione a partire da semplici strutture rintracciabili nell'area atlantica, quali i dolmen e i menhir, fino a raggiungere strutture circolari o lineari più complesse, tipiche del megalitismo subattuale, e ne svela i significati culturali, legati a riti funebri e religiosi, all'osservazione astronomica e alla creazione di calendari o addirittura a dicerie relative alla fertilità e all'esistenza di giganti in grado di muovere le grandi pietre.
«Da molti anni l'archeologia ha visto crescere studiosi ed interessati - dice Alberto Pozzi - e molte agenzie turistiche inseriscono nei viaggi organizzati alcune tappe archeologiche, basti pensare al famoso sito di Stonehenge, ormai conosciuto in tutto il mondo. Il libro - aggiunge l'autore - permette inoltre di conoscere e riscoprire una civiltà, quella preistorica, che per molti versi si è rivelata organizzata e complessa».
Il volume è impreziosito da 550 foto a colori, per lo più inedite e da 80 disegni originali e può essere acquistato nella sede della Società Archeologica Comense in piazza Medaglie d’Oro a Como. Per ulteriori informazioni, è possibile telefonare al numero 031.26.90.22.
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Archeologia: scoperta a Gabii residenza


Eccezionale palazzo VI sec.a.C in parte integro anche in altezza



Scoperto un palazzo del VI secolo a. C., con tutta probabilita’ la residenza del ‘rex’, nell’area archeologica dell’antica Gabii. Si tratterebbe della citta’ dove secondo la tradizione sarebbero stati educati Romolo e Remo sulla via Prenestina a pochi km dalla capitale. Il palazzo e’ ancora in parte integro anche in elevato e per questo praticamente senza precedenti nella zona di Roma per un edificio cosi’ antico. La scoperta sara’ illustrata domani al Parco Archeologico di Gabii.

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Polo Sud, un tesoro nel lago sepolto dai ghiacci

C'è un mondo sommerso tutto da scoprire in fondo ai ghiacci del Polo Sud. Microorganismi e forse vegetazioni mai conosciute, che rimangono nascosti al resto del pianeta da almeno 30 milioni di anni. Il lago di Vostok, il più grande lago subglaciale conosciuto, si trova nel cuore dell'Antartide. Per chi volesse divertirsi a cercarlo sull'atlante, le coordinate sono 78°27'51.92"S e 106°50'14.38"E  .

Ha più o meno le dimensioni dei grandi laghi degli Stati Uniti come l'Ontario che gli somiglia anche come forma. Ricopre un'area di 14mila chilometri quadrati è ha una profondità media di 344metri. Al centro vi sarebbe anche una piccola isola, che rende ancora più affascinante il mistero del  lago sepolto.  Il problema è che Vostok si trova a circa quattro chilometri di profondità sepolto dalle montagne di ghiaccio che si sono accumulate nel corso del tempo con lunghi inverni in cui la temperatura scende oltre i 60 sotto zero (punta record -82)  e brevi estati in cui la colonnina del termometro non sale comunque mai sopra ai -30. La sua acqua dolce è rimasta allo stato liquido  grazie alla pressione del ghiaccio che la sovrasta e che mantiene la sua temperatura sempre nei dintorni dello zero.

Gli scienziati della base russa,  che da anni stanno cercando il modo di raggiungere e studiare le acque incontaminate di Vostok, hanno finalmente annunciato di essere a un passo dal compiere la loro missione. "Entro fine anno - afferma via telefono satellitare il capo delegazione Valerij Lukin  -  riusciremo a prelevare i primi campioni e daremo il via all'esplorazione più dettagliata". Le tecnologie sviluppate in anni di ricerca con altri esperti americani e britannici consentirebbero infatti di mantenere le acque di Vostok sterili senza turbarne l'equilibrio naturale. Vostok , che in russo significa Est, è da tempo un'ossessione per la delegazione inviata da Mosca a esplorare i segreti dell'Antartico ma anche per tutti gli altri scienziati delle 45 basi internazionali dislocate al Polo sud. 


Polo Sud, un tesoro nel lago sepolto dai ghiacci
Scoperto nel 1974 e misurato solo nel '96 grazie a tecniche di indagine radar e con l'elaborazione sistematica di dati sismici, è stato a lungo ritenuto irraggiungibile. Le trivelle russe hanno per la verità scavato a lungo nel cuore di ghiaccio del pianeta fino a raggiungere nel 2008  una profondità di 3677 metri. A quel punto si sono accorti che il lago era ancora troppo più profondo e che la conformazione del ghiaccio che lo ricopriva non avrebbe garantito le condizioni di sterilità necessarie. Hanno dunque ricominciato da un'altra postazione e hanno scavato nuovamente, fermandosi pochi mesi fa alla profondità di 3650 metri. Tutti gli strumenti e i rilievi eseguiti confermano che tra le trivelle e le acque nascoste c'è ormai solamente una crosta di ghiaccio di non più di cento metri. 

Adesso comincia la parte più delicata ed eccitante per la pattuglia di scienziati delle nevi. Bisognerà collocare gli strumenti e lavorare di fino per ultimare la trivellazione senza far crollare il "coperchio" che custodisce il lago di Vostok. E bisogna fare in fretta perché le temperature resteranno accettabili (circa -40) solo per poche settimane. Già a metà marzo il gelo obbligherà gli esploratori  a fermarsi e attendere novembre  per togliere l'ultimo tappo e guardare finalmente dentro a uno scrigno preistorico custodito nel freddo  da prima che la Storia cominciasse.
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Una curiosa pressa di epoca bizantina

(AP)

In Israele, 40 km a sud di Gerusalemme, è stata scoperta una pressa enologica (l’apparecchio per estrarre il succo d’uva) eccezionalmente grande e avanzata per l’epoca – 600 d.C (età bizantina). È di forma ottogonale e misura 6.5 x 16.5 metri.

Il direttore degli scavi Uzi Ad dice: “Sembra essere un’area industriale e artigianale di un insediamento del VI o VII secolo, situata nel mezzo di una regione agricola”.

La grande produzione di vino che si poteva ottenere da questa struttura era probabilmente esportata in Egitto, e poi in qualche altro mercato.

(AP)

L’uva fermentava in un contenitore poco pratico; nella sua forma ottagonale (e non circolare o quadrata come di consueto) i sedimenti si sarebbero raccolti agli angoli.

Secondo Uzi Ad il motivo di questa scelta è puramente estetico.

L’intero apparato misurava originariamente 15 x 16.5 metri e includeva un pavimento coperto da un mosaico dove pigiare l’uva.

Il succo prodotto fluiva poi in un tino che li distribuiva attraverso dei buchi in due recipienti.

(AP)

Una pressa identica era già stata scoperta a 20 km di distanza, a nord di Ashkelon.


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IL TETRAEDRO: Simbolo della vita?

Il Giornale OnlineE se fosse il TETRAEDRO il simbolo della vita? La Silice (SiO2;il 2 ovviamente sta a pedice),è un solido che ha la costituzione atomica delle macromolecole.La sua struttura è rappresentabile con un reticolo,in cui ogni atomo di Si è unito a 4 atomi di Ossigeno e ogni atomo di Ossigeno è legato a 2 atomi di Si. Volendo comunque rappresentare nello spazio una molecola di Silice,potremmo appunto usare il famoso tetraedro.Avremmo così al centro l'atomo di Si,e ai quattro angoli-spigoli del tetraedro i rispettivi atomi di Ossigeno. La Silice in natura si trova in tre modificazioni principali: -quarzo (formato da grossi cristalli romboedrici) -calcedonio (microcristallino) -opale (amorfo,idrato e colloidale) Tra questi tre stati della Silice,è interessante osservare questo: Il Quarzo,presenta il fenomeno della piezoelettricità (ossia si elettrizza per compressione).I composti del Silicio (lasciando perdere le ceramiche,i silicati e i miscugli amorfi dei silicati,come il vetro,ad esempio), guarda caso,sono costituiti da Idrogeno e Ossigeno (2 elementi fondamentali per l'originarsi della vita nelle forme che noi conosciamo).Tali composti sono i seguenti: -I silani (la cui formula generale è: Si(n)H(2n+2) ;le parentesi indicano valori a pedice. -L'anidride silicica : H(2)SiO(3) = H(2)O + SiO(2) ;le parentesi indicano valori a pedice. -Gli acidi del Silicio (anch'essi ottenuti con legami di H e O ) Anche il metano,un notissimo idrocarburo la cui formula grezza è CH4(il 4 sta a pedice)si potrebbe rappresentare nello spazio con uno schema a tetraedro; dove al centro abbiamo il Carbonio,e ai quatro angoli-spigoli del tetraedro gli atomi di Idrogeno (vedi formula di struttura). Ciò che si evince osservando tutti i tipi di idrocarburi(le paraffine,gli etilenici,i dienici e gli acetilenici),è che essi sono composti binari costituiti solo da carbonio e idrogeno;ovvero da due elementi fondamentali per l'originarsi di qualsivoglia forma di vita...terrestre. Per concludere il discorso sui vari composti chimici costituiti da elementi fondamentali per l'originarsi della vita,vorrei attirare un attimino la vostra attenzione sul famoso esperimento di Stanley Miller del 1953. Come forse saprete,egli nel suo esperimento usò i seguenti composti allo stato liquido (metano,ammoniaca,acqua e idrogeno).Riscaldando questa miscela e raccogliendone il gas in una ampolla in cui vi erano degli elettrodi per creare (nel suo interno)delle scariche elettriche,e infine raccogliendo nuovamente la miscela allo stato liquido (dopo aver fatto passare il gas attraverso un condensatore),Miller si accorse che quest'ultima risultava "contaminata" da vari composti organici (tra cui gli aminoacidi)che in origine non c'erano! Ora io mi chiedo,e se Miller vi avesse aggiunto anche l'anidride silicica o qualche acido del Silicio (ossia qualche suo composto) all'interno di quella famosa miscela,prima di surriscaldarla? Quali risultati avrebbe dato l'esperimento? Sarebbe cambiato qualcosa? Si sarebbero ottenuti ugualmente quei composti organici,aminoacidi e via dicendo? In un nuovo libro edito dall'Università di Washington, alcuni paleontologi abbozzano un “albero della vita” espanso, un sistema di classificazione biologica che include anche forme di vita ancora “aliene”. Tra queste, vi sono anche dei virus, che per molto tempo sono stati considerati non-viventi ma che gli autori del libro considerano vivi quanto i molti parassiti che infettano gli umani e altri organismi. Il nuovo sistema di classificazione include anche le forme di vita basate su RNA invece che su DNA, e altre forme di vita terrestri basate sul silicio o su altri elementi che non la mistura di carbonio-idrogeno-ossigeno che costituisce la spina dorsale della vita sulla Terra. Nell'attuale sistema di classificazione i più alti livelli sono occupati da tre domini: batteri, archeobatteri e eucarioti, che includono tutti gli animali, compreso l'uomo. Nel nuovo sistema proposto dall'Università di Washington, questi tre domini sono posti sotto un unico dominio chiamato “terroan” in riferimento alle origini della Terra. Un altro dominio, chiamato “ribosa” in riferimento alla vita basata su acido ribonucleico, o RNA, e altri domini per coprire quelle forme di vita che non si basano né su DNA né su RNA. Tutti questi domini sono posti all'interno di un più ampio dominio, chiamato “arborea”, che contiene tutte le forme di vita scoperte sulla Terra, mentre altri “arborea” dovranno contenere le forme di vita extra-terrestri (gli autori danno per scontata la presenza di vita aliena al di fuori del nostro pianeta, ndr). Il libro, chiamato “Life As We Do Not Know It: The NASA Search for (and Synthesis of) Alien Life,” presenta dunque un sistema rivoluzionario di classificazione biologica perché per la prima volta si ammette l'esistenza di forme di vita “altre”, conosciute e non, conferendogli la giusta importanza. Inoltre, dicono gli autori, forme di vita “aliena” sono già state create in laboratorio, qui sulla Terra (una grande varietà di organismi geneticamente modificati tra cui dei microbi con 21 aminoacidi, ndr), “per cui il nostro sistema si è reso necessario”. Tra gli autori del libro vi è anche un certo Peter Ward che in precedenza era stato co-autore, insieme all'astronomo Donald Brownlee, di un best-seller intitolato “Rare Earth”, pubblicato nel 2000, in cui si avanzava l'idea che la più semplice vita microbica potesse essere molto comune nell'Universo terrestre ma che la vita complessa è probabilmente così rara e dispersa che gli abitanti della Terra potrebbero anche non incontrare mai una forma di vita aliena intelligente. Rispetto a questa tesi, Ward dice oggi che anche le più semplice forme di vita microbica trovate sulla Terra possono assumere forme del tutto inaspettate, come hanno dimostrato molti esperimenti in laboratorio. “Dobbiamo renderci conto”, ha concluso Ward, “che nelle prossime due decadi la Terra sarà popolata da una miriade di forme di vita aliene, prodotte da noi stessi”.


 Questa notizia è stata pubblicata dal periodico “SpaceDaily”.
 Fausto Intilla (Inventore-divulgatore scientifico)www.oloscience.com
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Il nuovo orologio più preciso al mondo

I fisici del National Institute of Standards and Technology (NIST) hanno costruito una versione migliore dell'orologio sperimentale basato su un singolo atomo di alluminio,che ora è il più preciso al mondo,due volte più preciso del precedente basato su atomi di mercurio.

Il nuovo orologio all'alluminio ha un errore di +/- 1 secondo in 3.7 miliardi di anni,così come riportato nel Physical Review Letters.

L'orologio logico si basa su un singolo ione di alluminio(atomo elettricamente carico)intrappolato da un campo elettrico e vibra alle frequenze della luce ultravioletta,che sono 100mila volte superiori alle frequenze a mirconde usate dal NIST-F1.

I fisici hanno testato le performance dei nuovi optical clocks comparandoli con i vecchi optical clocks.Sono stati realizzati 56 confronti separati , ciascuno della durata compresa tra i 15 minuti e 3 ore.
L'accordo tra i due orologi in alluminio è di 10 volte più vicino di qualsiasi altra precedente comparazione di due orologi, con l'incertezza di misura più bassa mai raggiunto in tale valutazione.

Questo orologio avrà moltissime applicazioni.La sua estrema precisione permetterà di creare nuovi tipi di sensori di gravità per l'esplorazione sotterranea, e per lo studio della Terra.Gps ancora più precisi,e quindi piloti automatici molto più precisi e sicuri. Inoltre renderà ancora più precise le costanti fondamentali della natura.Quindi questa scoperta ha un implicazione importante anche per la cosmologia e per la fisica.


Potete trovare tutti i dati tecnico scientifici: 
http://arxiv.org/PS_cache/arxiv/pdf/0911/0911.4527v2.pdf

IL VIDEO DI LEONARDO(RAI3):http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-29e31c9f-dc04-475d-8b4a-505c0820d5a1.html?p=0


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Gli Antichi egizi navigavano nel Pacifico alla ricerca dell’oro


Con l’opera di Barry Fell, che ha trovato corrispondenza tra la lingua e l’alfabeto Maori e l’antica lingua libica, studiando iscrizioni sparse per gli oceani Indiano e Pacifico, e persino nelle Americhe, appare opportuno rivedere alcuni aspetti dei resoconti dell’antico Egitto sui viaggi, le esplorazioni e la ricerca dell’oro, traducendo da Quiring il testo “Die Goldinsel des Isador von Sevilla, Aegypter der 20. Dynastier als Entdecker und Kulturbringer in Oestasien”. Quiring aveva già trattato l’argomento delle scoperte oceaniche di Egizi e Fenici e sui più antichi ritrovamenti di ferro e acciaio. Egli sostiene che gli antichi Egizi erano sin da antichi tempi familiari con l’Oceano Indiano e con la parte occidentale del Pacifico, in particolare con il Mar della Cina.
Egli comincia dal commento ad una persistente leggenda sull’esistenza di un’Isola d’Oro, nelle Indie Orientali, e racconta di spedizioni partite alla fine del sec. XVI alla ricerca di quella mitica isola. In tutta l’area dell’Oceano Indiano, egli dice, solo Sumatra poteva ricevere un tale nome.
“Se vogliamo trovare un fondamento alla leggenda dell’Isola d’Oro, dobbiamo immergerci nella più profonda antichità. La seconda Dinastia dell’Antico Egitto (ca. 2890–2686 a.C.) aveva abbandonato lo sfruttamento dei giacimenti d’oro lungo il fiume, ormai poco vantaggiosi, per andare a scavare il metallo nel “deserto” tra il Nilo ed il Mar Rosso. I primi cercatori d’oro l’avevano setacciato dalle sabbie fluviali, ma ora si puntava a cercare i filoni nella viva roccia.
Sotto Sahure (V Dinastia, ca. 2494–2345 a.C.) sono registrati i primi viaggi marittimi dal Mar Rosso alla Terra di Punt, ricca d’oro e d’antimonio. I viaggiatori portarono 6000 deben (1 deben = circa 91 grammi) di elettro, probabilmente oro fluviale proveniente dai fiumi Zambesi e Save, nell’attuale Mozambico. I viaggi verso Punt proseguirono con intensità durante la VI Dinastia (ca. 2345–2200 a.C.)… Troviamo il racconto di un esattore di tasse che percorse la rotta verso Punt almeno undici volte, impiegando ogni volta tre anni per il viaggio d’andata e di ritorno. Un tale viaggio richiedeva un gran coraggio e i navigatori se ne vantavano.
Dopo l’espulsione degli Hyksos, Thutmosis I (1525–1512 a.C.) riprese i viaggi verso le Indie. Sulle scogliere dell’isola di Tombos, una sua iscrizione lo celebra come il comandante delle isole del Gran Mare che circonda il mondo.
I suoi successori continuarono con successo i viaggi alla ricerca di beni preziosi. I magnifici bassorilievi di Hatschepsut (ca. 1500 a.C.) nel tempio di Dair el Bahri mostrano ampiamente tali viaggi. Anche Ramses II (1304–1237 a.C.) si considerava il signore dell’Africa e degli Oceani. Su una statua di granito nel tempio di Luxor reclama il controllo del Gran Mare che circonda le terre e delle terre meridionali abitate dai Neri, sino alle regioni paludose ed ai “confini dell’Oscurità” ed alle “colonne del Cielo”.
I viaggiatori verso Punt, dei quali gli Egizi raccontarono i successi per circa 1400 anni, scoprivano coste ed isole nell’Oceano Indiano, apparentemente sino alla latitudine del Circolo Polare Antartico (i confini dell’oscurità)!
Sotto Ramses III (1198–1166 a.C.) i viaggi alle Indie divennero grandi spedizioni. Il Papiro Harris parla d’un viaggio in cui furono inviati 10.000 tra marinai e mercanti, e probabilmente esperti minatori e cercatori d’oro e d’altri preziosi. La fine delle guerre di Troia e la sconfitta dei Popoli del Mare da parte di Ramses III avevano restituito agli Egizi la loro libertà di movimento per mare. Sul Mediterraneo e sul Maro Rosso non navigavano soltanto le flotte del Faraone, ma anche quelle dei templi di Amon, Ra e Ptah. Il commercio marittimo dovette espandersi come mai prima d’allora. Le navi costruite con legname di cedro raggiungevano i 67 metri di lunghezza.
Quando, 2700 anni dopo, le compagnie inglesi nel 1893 cominciarono a sfruttare le miniere di quella che chiamarono Rhodesia (oggi Zimbabwe e Zambia), scoprirono che il rame e gli altri metalli erano stati estratti sin dall’antichità, con strumenti in uso anche nell’antico Egitto. Ferner trovò nella regione aurifera dello Zambesi una rozza figurina d’argilla che rappresentava Thutmosis III e nello Zimbabwe un lingotto d’oro con la stessa forma di quelli custoditi nel tempio di Medinet Habu, all’epoca di Ramses III. Dopo l’estrazione di circa cinquemila tonnellate d’oro, imrpvvisamente gli antichi minatori abbandonarono le miniere, nel sec. IX a.C.
Nel 1896 si trovarono antiche opere di miniere d’oro sulla costa occidentale di Sumatra. Mentre i ricercatori della Redjang Lebong Co. svolgevano ricerche nell’area aurifera, nel 1897, trovarono tra gli scarti d’una vecchia miniera a Lebong Donak frammenti contenenti oro e argento, estratti da una profondità di 30 metri e poi trasportati da oltre 10 km di distanza. In quella regione mineraria, come nell’antico Egitto, in Nubia e nel Sud Africa, si usava estrarre il materiale e poi lavarlo nelle correnti fluviali per l’estrazione finale del metallo. Si pensò in un primo momento che le miniere fossero state sfruttate dai cinesi al principio del sec. XIX, ma ciò era improbabile. I cinesi non facevano scavi profondi.
Verso il 1500 a.C. in India fu iniziato lo scavo d’una miniera a Mysore, e poi fu abbandonato, dimenticato per 3400 anni sino a che gli Inglesi non lo riaprirono nel 1880. In ogni caso, la popolazione dell’Asia meridionale ed orientale estraeva oro, magnetite e pietre preziose direttamente dalle sabbie fluviali, senza andare a scavarli in miniere profonde.
Mentre scrivevo la mia “Storia dell’oro”, mi sono convinto che le antiche miniere d’oro di Sumatra risalissero al periodo 1200–500 a.C. Nessun popolo dell’Asia orientale o meridionale poteva avere intrapreso tale operazione. Tutto intorno all’Oceano Indiano, il quel periodo, sono gli Egizi erano interessati all’estrazione dell’oro su grande scala. Senza una loro influenza, si trovavano solo piccoli sfruttamenti locali e non miniere.
Potevano essere solo gli Egizi a sfruttar le miniere d’oro in Sud Africa e a Sumatra, e ciò diviene quasi una certezza se si considera il resoconto pubblicato da Pauthier e Bazin, secondo il quale nel 1113 a.C. l’imperatore cinese Tachoking ricevette ambasciatori dal regno di Ni–li, probabilmente dall’Egitto, che avevano compiuto un lungo viaggio a bordo di “case che nuotavano” e che sapevano determinare la loro posizione “osservando il sole ed i corpi pesanti” per sapere in quale regione ed in quale regno si trovassero. Anche P. Freise, senza conoscere le antiche miniere di Sumatra, concluse che quegli ambiasciatori fossero egiziani. L’ambasceria presume anche che i Faraoni (e possono essere soltanto i Ramessidi della XX Dinastia) conoscessero l’esistenza del regno cinese.
Lunghe navi con cercatori d’oro viaggiavano sotto Ramses III non solo verso il sud, sfruttando i monsoni, ma anche verso l’est sino alla costa settentrionale di Sumatra. Con il monsone di sud–ovest, navi di soli dieci metri di lunghezzza e 2,7 m di larghezza possono attraversare la distanza da Aden a Sumatra in dodici giorni. Poiché i giacimenti auriferi di Benkoelen sono a meno di 40 km dalla costa di Sumatra e l’alluvione aurifera si estende sino al mare, cercatori d’oro con esperienza non avrebbero potuto ignorarli. Sumatra poteva produrre sino a 100 tonnellate d’oro. Gli egiziani sarebbero stati così il primo popolo proveniente dal Mediterraneo a passare attraverso gli stretti di Malacca e a viaggiare sino al sud della Cina, al fiume Huang Ho, e poi sino alla capitale che era, allora, Singanfu, nella provincia di Shenxi.
Le miniere furono probabilmente abbandonate a causa del declino egiziano, verso la fine della XX Dinastia. L’influenza culturale egizia nell’Asia orientale non scomparve, tuttavia. In Cambogia, improvvisamente si passò dalle culture paleolitiche all’uso di strumenti dell’Età del Bronzo: asce di tipo simile a quelle mediterranee (Tullenbeile). Senza l’influenza egiziana, non sarebbe possibile spiegare una tale improvvisa evoluzione. Menghin proponeva un lungo percorso circolare attraverso la Russia e la Siberia. Se invece possiamo ammettere un influsso egiziano per via marittima nell’Asia sud–orientale, risolveremmo una difficile questione sugli sviluppi culturali in quest’area. Quella forma particolare delle asce appare nel Medio Oriente ed in Egitto intorno al 1850 a.C. e vi permane sino al 700 a.C., la stessa epoca in cui esse compaiono nel Sud–est asiatico. Sotto l’influenza egizia, potrebbe essere iniziata l’attività di lavaggio delle sabbie aurifere nella penisola di Malacca, il “Chersoneso d’Oro” del Periplo del Mare Eritreo. Il geografo Tolomeo ha registrato diversi nomi di località dell’India interna, collegati con SAB o SAM (in egiziano, SAM indica l’oro estratto dai fiumi). Similmente, in Sud Africa gli Egizi lasciarono nomi collegati all’operazione del lavaggio dell’oro, come Save e Zambesi (fiume dell’oro).
Dopo la morte di Ramses III (1166 a.C.), ci fu un declino della potenza egizia. Le relazione con l’Oriente si interrruppero, probabilmente, verso il 1090 a.C.”.
Commento di Carter
La ricerca di Quiring slitta da una Punt collocata in Africa ad una Punt posta nelle Indie orientali. Se il termine Punt si riferisce alle lontane terre dell’oro, avrebbe potuto indicare entrambe le località, o forse la prima in un tempo più antico, e in seguito la seconda. L’argomento è stato a lungo dibattuto.
È ampiamente accettato che gli Egizi inviassero una flotta a circumnavigare l’Africa. Noi tendiamo a dimenticarci del fatto che, per ciascun evento di questo tipo ricordato, ce ne sono stati almeno altri 10 o 100 non registrati.
Il numero di persone che componeva la ciurma in questi viaggi è molto significativo. Si è detto che la presenza dei militari americani in alcune isole del Pacifico, durante la seconda guerra mondiale, mutò la composizione razziale della popolazione. Le migliaia d’egiziani mandati alle regioni aurifere devono aver avuto un simile impatto di massa sulle popolazioni native. Il mescolamento biologico deve essere stato più sintomatico ed importante del cambio culturale, perché una donna locale che avesse avuto un figlio da un egiziano avrebbe anche potuto educarlo secondo i propri costumi ancestrali, ma comunque il figlio avrebbe avuto caratteri somatici semi–mediterranei.
L’Età del Bronzo in Cambogia ed in Tailandia è stata collocata intorno al 3000 a.C. Tuttavia, ad una prima fase piuttosto lenta, vediamo succedersi l’improvviso arrivo del bronzo nel Sud–est asiatico ed in Cina. Anche se i bronzi Shang in Cina sono sempre nello stile nazionale, essi appaiono estremamente sofisticati per la loro tecnica e non conosciamo alcun periodo precedente di sviluppo tecnologico. Conosciamo molte fasi graduali di evoluzione nell’Occidente, ma nessuna ad Oriente, per cui è valida l’ipotesi di un’importazione tecnologica dal primo al secondo.
Quiring suppone anche che la bussola possa non essere stata inventata dai Cinesi, ma in Occidente. Needham attribuisce la conoscenza delle proprietà magnetiche di certi minerali sia ai cinesi, sia ai popoli occidentali, verso il primo millennio a.C., molto tempo dopo il periodo interessato dagli studi di Quiring. La bussola sembra apparire in Europa improvvisamente, alla fine del sec. XII d.C. Su questo punto, permangono molte incertezze.
Tempi di viaggio 
Uno degli elementi chiave relativi ai viaggi verso terre lontane è quello del tempo richiesto per andare e ritornare. Per esempio si dice che nel 2000 a.C. il tempo richiesto per la percorrenza del viaggio completo sino alle terre dell’oro di Punt fosse di tre anni. Punt è stata collocata in diverse parti: Africa orientale, India, Indie orientali. Quale di questi luoghi può corrispondere al viaggio di tre anni?
Dobbiamo innanzitutto fare alcune considerazioni. Il viaggio era solamente di andata e ritorno, o comprendeva anche un periodo di sosta per scavare le miniere? Nel caso specifico dell’esattore di tasse egiziano, quale altra attività implicava? Non essendo sicuri, dovremmo prendere in considerazione entrambe le alternative. Sembra che il testimone diretto, nel cercare di parlarci della distanza, curi di più i tempi di viaggio che non quello intermedio di residenza nel luogo, ma possiamo comunque considerarli entrambi.
Il primo tempo di viaggio dell’imbarcazione, in numeri di giorni, può ricadere sotto alcune categorie diverse: (1) viaggio con imbarcazioni leggere e veloci, come zattere o canoe, (2) navi pesanti da carico, con passeggeri a bordo, o pesanti zattere di balsa o giunche e navi del tipo di quelle del medioevo, (3) navi veloci a vela, del tipo dei moderni Clipper.
Il primo tipo d’imbarcazioni può affrontare un viaggio in modo molto rapido, ma non si tratta probabilmente del tipo di trasporto usato per andare e ritornare con un carico da terre lontane. Anche per viaggi come quello in alto mare, di dodici giorni, da Aden a Sumatra, di cui parla Quiring, non sembrano mezzi idonei.
Forse dovremmo distinguere e pensare ai viaggi più antichi compiuti con mezzi del primo tipo, quelli medievali, con navi da carico del secondo tipo, e infine navi veloci del terzo tipo nelle epoche più recenti. Su tali basi, il viaggio poteva essere percorso dagli antichi egizi in tre anni, da una nave del sec. XVI in due anni e da un clipper moderno in un solo anno.
Faremo riferimento al resoconto di Francesco Carletti “Il mio viaggio intorno al mondo”, in cui l’autore parla di un viaggio compiuto negli anni 1594–1602, come esempio utile per mettere in evidenza le varie tappe e la loro lunghezza.
L’autore indica il fatto che i Portoghesi compivano viaggi d’andata e ritorno da Goa a Sofala, Mozambico, Hormuz, Cina, Molucche e Bengala “in meno d’un anno” (pag. 222). Da Goa a Mozambico ci sono circa 2500 miglia, da Goa alle Molucche pressappoco lo stesso, da Goa a Canton in Cina circa 4000 miglia. Non sono importanti le distanze esatte, ma gli ordini di grandezza. Tutti questi viaggi si svolgono nell’area monsonica, con i venti che facilitano i viaggi in certe stagioni. Perciò con imbarcazioni pur relativamente primitiva si possono percorrere 2000 o anche 3500 miglia (il doppio per l’andata e ritorno), come dice Carletti, “in meno d’un anno”. Se si parte da un porto sul Mar Rosso, il viaggio sino alle Indie Orientali ed il ritorno si può svolgere nell’arco d’un anno, così come quello a Mozambico.
Carletti è specifico riguardo al viaggio da Goa alla Cina. Le navi salpano da Goa in aprile e al ritorno salpano dalla Cina in dicembre, impiegando tre mesi per ciascun viaggio, e così rimane parecchio tempo per svolgere il commercio in Cina. Insomma, anche senza possedere imbarcazioni di tipo moderno, l’intera area dell’Oceano Indiano appare raggiungibile con un viaggio circolare della durata d’un anno, tanto che i Portoghesi includevano nell’orbita dei viaggi annuali, con partenza da una base in India, addirittura una destinazione nel Mar della Cina.
Carletti calcolò che un viaggio intorno al mondo si potesse compiere in meno di quattro anni. La sua rotta, con i relativi tempi, è di grande interesse. Egli partì dalla Spagna per il Messico e proseguì attraversandolo per via di terra sino ad Acapulco (tre mesi in tutto). Qui soggiornò per nove mesi, poi s’imbarcò sul galeone Manila per le Filippine (tre mesi di viaggio). Rimase nelle Filippine per più d’un anno (14 mesi) e poi salpò per il Giappone, che raggiunse in un mese, poi, dopo altri cinque mesi, andò a Macau (viaggio di 15 giorni), dove rimase altri cinque mesi. Da qui partì per andare a Goa (tre mesi di viaggio). Rimase a Goa dieci mesi e poi, in altri sei mesi di viaggio, ritornò: in Europa, approdando in Portogallo. Ebbe tutto il tempo che gli occorreva per comprare e vendere schiavi, spezie, seta, cotone, porcellana. Fu imprigionato, rapinato e così via. Se sommiamo soltanto i periodi trascorsi in viaggio, sul mare, totalizziamo sedici mesi e mezzo.
Questo è un esempio interessante di un viaggio compiuto in una nave pesante da carico dei sec. XVI–XVII. Non ci aiuta molto a localizzare le terre che erano raggiungibili in un viaggio completo di andata e ritorno, della durata di tre anni. Si tratta d’un periodo sufficiente a compiere l’intero giro del mondo, con qualche pausa di sosta.
Se consideriamo l’attività d’un mercante, che compra e vende le proprie merci, o d’un esattore delle tasse che deve compiere la propria attività, che corrisponde abbastanza bene all’impiego del tempo complessivamente fatto da Carletti, bastano comunque quattro anni a compiere il giro del mondo, con lunghe pause.
Se l’esattore egiziano delle tasse fosse partito con un monsone e rimasto un anno nella propria meta, è ancora difficile arrivare a tre anni con l’intero viaggio. Si noti che compì undici viaggi, che gli presero 33 anni della sua vita. Se iniziò all’età di 17 anni, compì l’ultimo viaggio all’età di 50 anni, che a quell’epoca significava un’età piuttosto avanzata. Dobbiamo tener conto del fatto che si trattava di viaggi su rotte conosciute e abitudinarie, perciò non più avventurosi di quello di Carletti. Siamo dunque convinti che i tempi esposti comprendessero i periodi di soggiorno nelle località minerarie. Forse l’autore non intendeva dirci quanto fossero lontane quelle terre, ma piuttosto per quanto tempo è rimasto lontano da casa. La terra di Punt, sulla base del tempo di viaggio a lui impiegato, potrebbe essere stata dovunque.
Quiring, perciò, può trovarsi nel giusto sia quando afferma che gli Egizi raggiunsero l’Indonesia, sia quando parla della Cina. Tre anni di viaggio, anche con un anno di sosta intermedio, potrebbero aver portato il nostro esattore persino in America.
Se Quiring si trova nel giusto e quei viaggi furono compiuti intorno al 1090 a.C., possiamo pensare che la memoria di quelle lontane terre andasse perduta? Possiamo notare innanzitutto il fatto che i marinai della zona proseguirono probabilmente i viaggi, su una scala minore. Questo potrebbe sfuggire ad ogni resoconto.
In secondo luogo, gli Egizi avrebbero potuto conservare memoria sia scritta, sia orale, di quelle terre. Una situazione parallela potrebbe essere quella dell’insediamento spagnolo in California, progettato sulla base di resoconti vecchi di cent’anni, conservati con cura negli archivi di Siviglia. Oppure, ad una scala più piccola, le esplorazioni dei Normanni in America, che furono effettivamente “perdute” per la storia scritta, ma rimasero sparse in una serie di leggende orali, in cui si descriveva una terra ad occidente, al di là dell’Atlantico.
Anche i Cinesi cercarono per millenni la perduta terra di Fusang (il continente americano), e sembra che la raggiungessero di nuovo ad intervalli.
Sembra che i ricordi e la tradizione dell’esistenza d’una terra al di là del Pacifico fossero abbastanza consistenti da spingere a rifare il viaggio in modo intermittente, e a ristabilire i contatti.
L’esame di Quiring della storia mineraria egiziana suggerisce che verso il 1200 a.C. essi conoscessero tutto l’Oceano Indiano e almeno una parte del Pacifico. Viaggi successivi, come quello del capitano Rata e del navigatore Mawi, dei quali trattò Barry Fell, potevano ragionevolmente basarsi su conoscenze anteriori.
George F. Carter è stato professore di Geografia sino al 1967 all’Università A&M del Texas. Fu il responsabile, insieme a Barry Fell, del riconoscimento della prima iscrizione libico–polinesiana in America, ed è stato uno dei membri più eminenti dei quaderni ESOP (Epigraphic Society Occasional Publications).
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