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La storia di James McDonald, uno scienziato coraggioso che cercava la verità sugli UFO


Questa è la traduzione italiana di un commento presente sul sito di Amazon (http://www.amazon.ca/Firestorm-James-McDonalds-Fight-Science/dp/0926524585), al libro di “Firestorm” (letteralmente “tempesta di fuoco”) di Ann Druffel, che descrive in maniera dettagliata la storia di questo illustre fisico e ricercatore sulla questione UFO. Altre informazioni sull’illustre e coraggioso studioso potete trovarle (in inglese) a questo link (http://www.ufoevidence.org/documents/doc758.htm).
Da notare che le tecniche dei disinformatori sono le stesse, oggi, come ieri, e che di scienziati coraggiosi (in particolare meteorologi) come McDonald ce ne sono putroppo pochi ai giorni d’oggi. Fanno eccezione il meteorologo Scott Stevens, la dottoressa Staninger, e pochi altri.
Per quanto riguarda il suo supposto suicidio ecco quanto ho reperito e tradotto dal sito rense.com:
“Di McDonald si riporta che sia stato depresso [ed in effetti di motivi per non essere allegro come abbiamo visto ce n’erano abbastanza N.d.T.], e che si sia sparato alla testa. Ma, ahimè, non morì. Fu costretto alla sedia a rotelle ma in qualche modo, diversi mesi dopo il suo primo tentativo, sarebbe ugualmente salito su un’automobile, avrebbe guidato fino ad un monte di pietà, acquistato un’altra pistola coi soldi ricavati dalla vendita della sedia a rotelle, guidato fino ad addentrarsi nel deserto e suicidarsi; il tutto da solo. Che morte conveniente, verrebbe da pensare, per i suoi avversari. E su McDonald, non ci sono dubbi, si era fatto molti nemici. La domanda da porsi è la seguente: fino a che punto questi nemici sono stati corresponsabili della morte di questo lodevole ed influente attivista?”
“Firestorm” di Ann Druffel descrive la storia di uno dei più importanti ricercatori UFO, James McDonald (1920-1971), fisico dell’atmosfera dell’Università dell’Arizona, persona più che mai qualificata per studiare scientificamente il fenomeno UFO. Dovendo, come meteorologo, guardare il cielo per lavoro (ed essendo ben diverso dai moderni meteorologi occultatori) McDonald avvistò personalmente degli UFO negli anni ‘50, e fu così che iniziò a ad indagare sul fenomeno. All’inizio degli anni ’60 McDonald riuscì ad avere accesso ai documenti del Project Blue Book (progetto di “studio” degli UFO da parte dell’aeronautica militare) e scoprì due cose:
1) lo staff del Project Blue book non era qualificato per portare avanti un’investigazione in quel campo.
2) il progetto era volto a screditare gli avvistamenti UFO, e lo staff del Blue Book non si prendeva nemmeno la briga di intervistare i testimoni oculari.
Verso la fine degli anni ’60 McDonald aveva già investigato centinaia di casi avvistamenti UFO – inclusi molti casi degli anni ’40 e ’50 che secondo l’aeronautica militare erano stati “risolti” (ovvero era stata trovata una spiegazione che escludeva l’ipotesti di velivoli non terrestri), trovando invece prove del contrario. McDonald usò la sua perizia e conoscenza scientifica per criticare le affermazioni dei “debunkers” [disinformatori], ad esempio del dottor Donald Menzel, astronomo dell’Univesità di Harvard e fiero oppositore dell’ipotesi che gli UFO potessero esistere realmente.
A differenza di McDonald, Menzel rifiutava di intervistare i testimoni degli avvistamenti UFO (partendo dal pregiudizio che gli UFO non esistessero giudicava che ogni testimone non potesse che riportare erronee osservazioni, e pertanto considerava che intervistarli fosse “una perdita di tempo”). McDonald smascherò l’illogicità ed anti-scientificità delle “investigazioni da poltrona” di Menzel, il quale non seppe mai replicare su un piano logico e scientifico, ma solo sul piano dell’attacco personale, ovvero degli insulti, definendo McDonald un “pseudo-scienziato” e uno “strampalato”.
Questo modus operandi nei confronti delle investigazioni di McDonald divenne in seguito una pratica abitudinaria di chi gli si opponeva non sollevando critiche sui suoi dettagliati studi e sulle sue accurate indagini, bensì attaccandolo sul piano personale. Convinto ormai della serietà del fenomeno UFO, McDonald a partire dal 1966 cercò di convincere la comunità scientifica, l’opinione pubblica e gli uomini politici statunitensi dell’importanza di uno studio scientifico del fenomeno conducendo in solitudine la sua personale crociata.
Quando il governo degli Stati Uniti verso la fine degli anni ‘60 creò il “Comitato Condon” per studiare il fenomeno UFO McDonald si propose subito per farne parte, ma nonostante le sue credenziali impeccabili e la sua vasta esperienza nel settore la sua proposta non fu accettata. Ben presto si capì la ragione di un simile rifiuto dal momento che le due persone che presiedevano il comitato, il dottor Edward Condon e il dottor Robert Low, si rivelarono determinate ad ottenere una conclusione che negasse ogni realtà a gli UFO, a prescindere dai dati raccolti.
Il rapporto finale del Comitato Condom pubblicato nel 1969 lasciò inspiegati circa un terzo dei casi di avvistamento UFO che furono esaminati, ma non di meno Condon affermò nell’introduzione che gli UFO semplicemente non esistevano e che la “scienza seria” non aveva niente da guadagnare dallo studio di quel soggetto. Imperterrito, McDonald scrisse numerosi e dettagliati critiche a tale rapporto, la maggior parte delle quali sono state ignorate dalla gran parte della comunità scientifica e dai suoi avversari, ma lo stesso il Rapporto Condon segnò l’inizio della fine per McDonald. La sua forte difesa della tesi che gli UFO fossero un serio argomento degno di attenzione scientifica gli aveva fatta guadagnare molte critiche nella comunità scientifica, da parte di persone che per lo più volevano semplicemente ignorare gli avvistamenti UFO. Molti colleghi di McDonald iniziarono ad evitarlo, e si ritrovò ben presto ben presto isolato dalla comunità scientifica.
Ancor peggio McDonald entrò in conflitto con Philip Klass, l’editore del settimanale “Aviation Week” , e fortemente avverso all’idea della reale esistenza degli UFO. Quando McDonald fece a pezzi una delle teorie di Klass per spiegare gli avvistamenti UFO – Klass suppose che molti UFO fossero “campane di plasma” originate dai condotti per l’alta tensione, una teoria che McDonald mostrò non avere basi scientifiche – Klass si scagliò personalmente contro McDonald in uno sfacciato tentativo di distruggere la sua reputazione.
Era una lotta impari, dal momento che McDonald si limitava a criticare le teorie di Klass e le sue “spiegazioni” per gli avvistamenti UFO, Klass ignorava gli argomenti scientifici di McDonald e si concentrava su calunnie personali ed insinuazioni. Nel 1970 la vita di McDonald stava andando a rotoli, in parte a causa dell’ostracismo nei suoi confronti da parte degli altri scienziati, in parte per i brutali attacchi di Klass, ed in parte per il fatto che la sua crociata gli aveva lasciato poco tempo per la sua famiglia, e sua moglie voleva il divorzio.
Nel 1971 arrivò l’ultima batosta. McDonald fu chiamato a testimoniare di fronte ad un comitato parlamentare sul nuovo Trasporto Super Sonico (SST – SuperSonic Transport), un aereo che McDonald aveva studiato e che era convinto che avrebbe danneggiato l’atmosfera. Sebbene tale questione non avesse niente a che fare con gli UFO e sebbene McDonald non stesse parlando di quell’argomento, uno squallido deputato del New England che voleva venisse costruito l’ SST (perché avrebbe portato lavoro ai votanti del proprio distretto) cercò di screditare le obiezioni di McDonald the SST spostando l’attenzione dell’udienza sul fatto che McDonald credesse negli “omini verdi”. Questa tattica colse completamente alla sprovvista McDonald, e sebbene egli cercasse di difendere i suoi studi sugli UFO e puntualizzasse che gli UFO e l’SST non avessero nessun legame tra di loro, quel deputato ripetutamente ridicolizzò McDonald ed insinuò che chiunque “credesse” negli UFO non poteva essere considerato attendibile quando testimoniava sull’ SST. Alla fine dell’udienza si poterono sentire nell’aula risate aperte e segni di scherno all’indirizzo di McDonald. Eppure le critiche di McDonald all’SST era condiviso da molti altri scienziati ed il progetto in seguito fu rigettato.
In ogni caso McDonald fu personalmente devastato ed umiliato da questo attacco sleale, e più tardi nel 1971 andò nel deserto dell’Arizona e si uccise sparandosi. La sua morte fu devastante per l’ufologia, dal momento che essa perse uno dei suoi più grandi leader e portavoce. Come nota la Druffel, molte delle sue indagini e dei suoi scritti (specialmente il suo brillante saggio “Scienze in Default” (“Scienza inadempiente”) rimangono i migliori nel campo degli studi sugli UFO e non sono mai stati adeguatamente confutati dai suoi critici.
Questo libro è stato scritto da Ann Druffel, la quale oltre a questo eccellente lavoro biografico ha pubblicato anche un certo numero di libri “New Age” di dubbio merito. Uno dei suoi libri è intitolato “Come difendersi dai rapimenti alieni”, un titolo che (a torto o a ragione) è stato molto ridicolizzato. Inoltre questo libro (la biografia di McDonald) è stato pubblicato non da una casa editrice tradizionale, ma da una molto piccola azienda “New Age”, cosa che sfortunatamente limiterà molto le vendite del libro e la possibilità di tendere pubblica la brillante ma tragica carriera di McDonald. Ma è anche un peccato che gli odierni discepoli di Menzel e Klass potranno utilizzare i precedenti libri della Druffel per cercare di screditare questo.
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Da Galilei alla ricerca del Supermondo

Grazie allo scienziato cattolico Galileo Galilei che 400 anni fa, il 12 marzo 1610, fondava la scienza moderna, oggi i ricercatori italiani e di tutto il mondo possono andare a caccia di Antimateria dal centro della Terra allo spazio cosmico, dalle viscere del Gran Sasso d’Italia ai confini dell’Universo. La ragnatela neutrinica è attiva per svelare i segreti delle profondità della Terra dove la burrascosa lava fluisce verso la crosta. Gli scienziati del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, sono entusiasti della scoperta dei Geoneutrini di Antimateria nel cuore del pianeta e in trepidante attesa. L’astronauta Roberto Vittori nell’estate 2010 in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale, grazie allo Space Shuttle Nasa, con il cacciatore di Antimateria italiano AMS, il più avanzato laboratorio di ricerca per la fisica fondamentale mai portato nello spazio. Per la prima volta AMS verificherà l’esistenza o l’assenza di Antimateria, i possibili meccanismi collegati all’origine della Materia Oscura (23% dell’Universo) e misurerà l’entità dei raggi cosmici dotati di energie di oltre 100 Tera-elettronVolt (TeV), ben superiori ai 7-14 TeV rilevabili al Cern di Ginevra (Lhc). AMS esplorerà il dominio del 25 % dell’Universo, cercherà di rivelare fino a mille megaparsec dalla Terra: Antiprotoni, Antideutoni e Anti-nuclei di elio, determinandone la traiettoria e l’energia grazie a un potente magnete superconduttore, il più grande che sia mai stato usato in orbita. L’Italia ha un ruolo primario nello sviluppo dello spettrometro superconduttore, grazie alla collaborazione tra l’Agenzia spaziale italiana e l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Al Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Infn) l'esperimento Borexino, una sfera scintillante capace di catturare i neutrini "messaggeri" invisibili, ha confermato l’esistenza dei Geoneutrini di Antimateria emessi dalla Terra: la prova (smooking gun) che la radioattività è una delle principali fonti di energia del pianeta. I ricercatori Infn hanno presentato i risultati preliminari: la prima misura mondiale dei geoneutrini provenienti dagli abissi della Terra. Borexino continuerà la sua presa dati per almeno 10 anni, centrali nucleari italiane permettendo: la durata di un ciclo della vita solare. La ragnatela neutrinica predisposta dagli scienziati del Laboratorio del Gran Sasso e dai ricercatori di tutto il mondo, giustamente entusiasti, deve essere potenziata e difesa. Questi esperimenti confermeranno la Teoria Generale della Relatività di Einstein. Se il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, non è segnato in alcun calendario, ciò dipende dall’Hiroshima culturale nella quale siamo tutti immersi.





galileo_galilei
“Son certo che niente si lascia indietro dalla Divina Provvidenza di quello che si aspetta al governo delle cose umane”(Galileo Galilei, Opere VII, 394-395). Eppur credeva, il grande scienziato cattolico Galilei, il divin uomo, padre della Scienza moderna che pose fine al medioevo delle menti nel dare alle stampe il Sidereus Nuncius. Era il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, che però non è segnata in alcun calendario, nonostante i convegni, le lezioni, le mostre e le tavole rotonde! Grazie a Galilei che credeva in Colui che ha fatto il Mondo (e non nel caos ateo e agnostico di una fede nel nulla) oggi i ricercatori italiani e di tutto il mondo possono andare a caccia del Supermondo, quindi di antiparticelle dal centro della Terra allo spazio cosmico, dalle viscere del Gran Sasso d’Italia ai confini dell’Universo, con due principali esperimenti: Borexino e AMS. Per celebrare il padre della scienza moderna sperimentale che ha sconfitto ogni oscurantismo, l’Universo ci ha fatto dono il 12 marzo 2010 della totale disintegrazione di una cometa suicida che ha centrato il Sole. Il Sistema Solare oggi annovera una cometa in meno! L’osservazione è stata ripresa dal satellite “Solar and Heliospheric Observatory”(SOHO):www.spaceweather.com. Alla vigilia dell’opposizione del pianeta Saturno (22 marzo 2010) che sorge quando il Sole tramonta e tramonta quando il sole sorge, e della congiunzione Marte-Luna del 24 marzo, sempre grazie a Galilei gli scienziati possono annunciare che è ufficialmente aperta la caccia dell’Antimateria (sub)nucleare nello spazio e sulla Terra. Senza la logica matematica di Galilei, nonostante il genio di Leonardo, saremmo ancora nel medioevo perché senza la matematica e senza gli esperimenti riproducibili, la scienza non può esistere. Se è sempre più urgente la liberalizzazione del diritto commerciale alle imprese spaziali pubbliche e private, tra l’altro per la realizzazione di nuove navette tipo VentureStar che assicurino all’Umanità l’accesso diretto, facile e sicuro al Cosmo; i fisici delle particelle sono in trepidante attesa di poter esaminare i dati dell’esperimento AMS (Anti Matter Spectrometer) da 1,5 miliardi di dollari e 2,5 kWatt di potenza. AMS ha la capacità di distinguere, fino a mille megaparsec dalla Terra, gli elettroni dai protoni, per scovare i raggi cosmici dotati di energie di oltre 100 Tera-elettronVolt (TeV), ben superiori ai 7-14 TeV rilevabili al Cern di Ginevra (Lhc). AMS esplorerà il dominio del 25 % dell’Universo. Una potenzialità non di poco conto visto che è molto importante per la misurazione dei raggi cosmici, il 90% dei quali sono gli indistruttibili protoni, sfondo naturale per altri dati di forte interesse per gli scienziati. Dallo spazio AMS dovrà scovare abbondanze di positroni ed elettroni, uno dei possibili indicatori per la Materia Oscura (il 23% della massa totale dell’Universo che non emette radiazioni osservabili) gravitazionale. Accanto all’abbondante 75% di Energia Oscura antigravitazionale ed al 2% di materia normale tra cui l’Uomo. L’Europa ha contribuito in larga misura alla progettazione, allo sviluppo di AMS ed alla missione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) in queste sere brillante come Venere sui cieli d’Italia. Un’impresa degna di una sequenza in 3D a bordo dell’astronave interstellare Venture Star della compagnia RDA, in arrivo su Alpha Centauri, nel capolavoro assoluto Avatar di James Cameron. E l’impresa AMS è ancora più speciale per gli europei: l’astronauta che volerà insieme all’esperimento sarà Roberto Vittori dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Il progetto AMS è guidato dal premio Nobel Samuel Ting, dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), e coinvolge un team internazionale composto da 56 Istituti di 16 Paesi. L’Esa è uno dei partner nella collaborazione AMS attraverso la Direzione di Human Spaceflight. La Nasa ha messo ufficialmente in programma per il 29 luglio 2010 la missione Shuttle STS-134 Endeavour (la 35ma sulla Iss, la 133ma della navetta, comandata da Mark Kelly: pilota Gregory H. Johnson e mission specialists Michael Fincke, Greg Chamitoff e Andrew Feustel) di dieci giorni. L’astronauta Roberto Vittori sarà Specialista di Missione. Il volo comprenderà tre passeggiate spaziali e l’installazione di AMS all’esterno della Stazione spaziale che, secondo alcuni analisti della collaborazione internazionale, potrebbe rimanere in orbita fino al 2028 (Meeting Tokyo, 11 marzo 2010) magari con un’estensione dei voli delle navette shuttle. Se ne parlerà sicuramente allo Space Summit del 15 aprile 2010 in Florida con il Presidente Obama.


Una volta montato sul lato destro del traliccio della Stazione, AMS raccoglierà informazioni dalle sorgenti cosmiche alla ricerca di prove della presenza di Antimateria così da migliorare ulteriormente non solo la nostra conoscenza dell’Universo. Roberto Vittori, tenente colonnello dell’Aeronautica Militare Italiana, ritorna sulla Iss nel penultimo viaggio dello Space Shuttle. Stavolta, però, non più partendo da Baikonur sulla Soyuz, ma da Cape Canaveral sulla navetta Endeavour. AMS, l’ambizioso laboratorio orbitante europeo per la fisica delle particelle realizzato col contributo fondamentale dell’Italia, è un rilevatore molto speciale. E’ il più grande strumento scientifico mai installato su una stazione spaziale orbitale, ma è anche il primo spettrometro magnetico ad andare nello spazio. Il più grande magnete superconduttore raffreddato criogenicamente mai utilizzato oltre i confini della Terra. Gli Extraterrestri, se esistono, ne sono certamente a conoscenza. Scherzi a parte, Vittori avrà modo di marcare un paio di record di tutto rispetto: sarà il primo astronauta italiano ad aver raggiunto lo spazio orbitale sia sulla Soyuz sia sullo Shuttle. Allo stesso tempo sarà il primo ad entrare per ben tre volte sulla Iss. La missione inorgoglisce l’Arma Azzurra e l’Italia intera, sancendo la positiva cooperazione tra Forza Armata, Agenzia spaziale italiana ed Esa, che ha portato negli ultimi anni a dei risultati di eccellenza in ambito internazionale. Lo spazio sta diventando sempre più un luogo di lavoro quotidiano e nel prossimo futuro rappresenterà un pilastro fondamentale della nostra Economia, per garantire a tutti quelle capacità operative sempre più efficaci ed efficienti che solo la liberalizzazione dell’impresa spaziale può garantire.


La possibilità del volo di Vittori deriva da un accordo bilaterale tra l’Agenzia spaziale italiana e la Nasa riguardo all’utilizzo dei Moduli Logistici MPLM (Multi-Purpose Logistic Module) multiruolo costruiti dall’Italia: Leonardo, Raffaello e Donatello. Conferma il ruolo di primo piano del nostro Paese in un programma così ambizioso come la costruzione e l’attività operativa della Stazione spaziale internazionale a 400 km di quota; e, quindi, il successo del Diritto Spaziale a fondamento di ogni futura impresa umana. Sarà il primo volo di Vittori a bordo dello Shuttle. Nell’aprile 2002, Vittori trascorse 10 giorni sulla Iss svolgendo un conciso programma sperimentale. Tre anni dopo ritornò sulla Stazione per altri 10 giorni, per condurre un programma di 22 esperimenti. In entrambe le missioni Vittori ha volato come Ingegnere di volo sul veicolo spaziale russo Soyuz. “La Iss è cambiata considerevolmente negli ultimi anni – spiega Vittori – e di notevole rilevanza è il laboratorio spaziale europeo Columbus che permette agli scienziati europei di svolgere sempre più esperimenti in condizione di assenza di peso”. Questa è un’importante missione per la scienza, per il volo spaziale umano, per l’Europa e per l’Italia. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e l’Asi sono i primi contributori dell’impresa AMS, vi collaborano dal 1995 grazie all’impegno di Paesi, di Istituzioni e di 500 fisici di tutto il mondo che lavorano al progetto. Un prototipo della missione AMS, di dimensioni ridotte, era stato portato in orbita per quindici giorni nel 1998 proprio dallo Shuttle e con ottimi risultati. Il progetto iniziale prendeva avvio da una collaborazione tra Italia, Francia, Svizzera e Stati Uniti, con a capo il premio Nobel Samuel Ting e Roberto Battiston, dell’Infn, come referente nazionale. Un sogno intellettuale, un progetto di studio e ricerca, concepiti insieme al professor Antonino Zichichi (Presidente della Federazione Mondiale degli scienziati, scopritore dell’Antimateria nucleare e fondatore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso), che diventa realtà con tutte implicazioni scientifiche e tecnologiche del caso. Solo nell’estate del 2008, il via libera del Congresso Usa al finanziamento dei tre voli aggiuntivi dello Shuttle ha aperto la strada alla programmazione della missione STS-134 che dovrà portare in orbita il vero esperimento AMS. La sfida di AMS, un cubo di 4 metri per 4, pesante sette tonnellate e mezza, è trovare la soluzione di un affascinante enigma: capire come mai nell’Universo esista una forte asimmetria tra Materia e Antimateria, con una netta prevalenza della prima. Gli scienziati sanno che nel Big Bang dovettero formarsi in quantità pressoché identiche. Quindi indagare l’Antimateria che pare non emetta radiazioni e non risulta oggi osservabile con le normali strumentazioni. Il tutto è estremamente complesso e costoso. AMS sarà l’unico grande apparato in grado di rivelare la presenza di Antimateria nello spazio. Cercherà di rivelare Antiprotoni, Antideutoni e Anti-nuclei di elio, determinandone la traiettoria e l’energia grazie a un potente magnete superconduttore, il più grande che sia mai stato usato in orbita. Le ricerche di cui si occuperà AMS risultano ancora più importanti alla luce dell’attuale momento di grande rilancio per lo studio dei raggi cosmici: nell’Universo sono stati osservati fenomeni caratterizzati da energie altissime, impossibili da riprodurre in qualsiasi acceleratore di particelle, neppure al Cern di Ginevra nel potentissimo Lhc.


gransasso_borexino
L’Italia, con Asi e Infn, è fortemente coinvolta nella realizzazione dei principali strumenti della missione, derivati dall’esperienza decennale agli acceleratori di particelle, da Frascati al Cern. Il sistema di Tempo di Volo ed il sistema ad Anelli di Luce Cenenkov, realizzati dalla Sezione Infn di Bologna, il Tracciatore al Silicio realizzato dalla Sezione Infn di Perugia, il Calorimetro Elettromagnetico realizzato dalla Sezione Infn di Pisa. Ed altri importanti contributi, nella parte informatica e di monitoraggio a bordo, proverranno anche dalle Sezioni Infn di Milano e dell’Università di Roma - La Sapienza. L’industria spaziale nazionale (CGS, CAEN Space e G&A Engineering) ha contribuito in maniera determinante alla realizzazione del sistema termico, dell’elettronica qualificata per lo spazio e dei rivelatori a silicio installati nel cuore di AMS. L’Italia è già fortemente impegnata nello studio dei raggi cosmici e nella ricerca dell’Antimateria, con la missione spaziale italo-russa Pamela. Lanciato con un Soyuz da Baikonur a giugno 2006 e installato a bordo del satellite Resurs Dk1 della TsSKB-Progress, lo strumento Pamela studia con successo la materia esotica non barionica (non prevista dalla Fisica Standard delle particelle) e gli antinuclei, fin dal luglio del 2006. Nonostante i recenti straordinari progressi scientifici, lo studio delle particelle elementari e delle forze fondamentali, pone domande ancora senza risposta: che cosa sono la Materia Oscura e l’Energia Oscura, il 98% dell’Universo? Di fronte alle quali siamo, come ai tempi di Galilei, totalmente ignoranti. Raramente nella storia della scienza gli Uomini sono stati cosi coscienti della loro umile ignoranza. Da 15 anni la comunità scientifica italiana è al lavoro per costruire AMS, un esperimento pensato per affrontare queste questioni fondamentali. Giustamente è stato definito l’Hubble Space Telescope delle particelle elementari. In effetti, la sensibilità di AMS è 250 volte migliore di ogni altro strumento analogo messo in orbita fino ad oggi. Una nuova dimostrazione della straordinaria qualità della fisica italiana. Accanto all’esperimento Borexino nei Laboratori sotterranei del Gran Sasso dell’Infn, piazzato nel cuore del Gran Sasso d’Italia, per lo studio dei neutrini e degli antineutrini. E di pochi giorni fa la notizia dei rapporti preliminari di alcuni scienziati che affermano di aver visto in modo certo, per la prima volta al mondo, particelle di Antimateria (geoneutrini) provenienti dall’interno della Terra, là dove si forma il calore del nostro pianeta. Lo studio è stato pubblicato dal sito scientifico online arXiv.org della Cornell University. I ricercatori di Borexino (collaborazione internazionale di Istituti italiani, americani, tedeschi, russi e polacchi) coordinati dal professor Gianpaolo Bellini dell’Infn di Milano, avrebbero osservato e catturato per la prima volta i Geoneutrini, cioè gli antineutrini (la più piccola ed elusiva particella di Antimateria) provenienti dall’interno della Terra. Grazie a Borexino nei Laboratori del Gran Sasso. Lo avevamo anticipato tre anni fa, al via dell’esperimento. Queste leggerissime particelle ci dicono che migliaia di chilometri sotto la crosta terrestre, degli elementi radioattivi come l’uranio si trasmutano (decadono) e producono enormi quantità di quel calore che muove i continenti, scioglie le rocce e le trasforma in magma e lava per i vulcani emersi e sottomarini. Tramite i geoneutrini, gli scienziati dell’Infn avrebbero trovato la prova (smooking gun) che questa radioattività sia una delle principali fonti di energia del pianeta, anche se probabilmente non l’unico combustibile della fucina che produce le decine di migliaia di miliardi di Watt che scaldano la Terra. Verrebbe quindi smentita la teoria secondo la quale al centro della Terra vi sarebbe un enorme vorticoso “reattore nucleare” che da solo scalda il pianeta. Ipotesi assai cara anche alla fantascienza cinematografica (cf. film “Core”). Con esperimenti come Borexino sotto il Gran Sasso si potrà determinare la quantità di uranio presente sulla Terra e magari identificare preziosi giacimenti di combustibili nucleari; sperimentando nuove tecniche investigative da utilizzare poi su altri mondi del Sistema Solare ed oltre. In precedenza, ricercatori giapponesi avevano intravisto dei segnali indicativi dei geoneutrini, ma i loro rivelatori, troppo vicini alle centrali nucleari, erano disturbati dagli antineutrini provenienti dalle stesse. Solo ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, distante almeno 500 km dalla più vicina centrale nucleare, si è potuto avere un segnale genuino della radioattività naturale della Terra. Inoltre il livello di radiopurezza di Borexino, mai ottenuto da nessun altro esperimento finora, ha fortemente contribuito a questo successo. “Questa scoperta – fa notare il professor Gianpaolo Bellini – apre una nuova era nello studio dei meccanismi che governano l’interno della Terra. Uno studio esteso dei geoneutrini in vari punti della Terra, darà la possibilità di avere informazioni più precise sul calore prodotto nel mantello terrestre e, quindi, sui moti convettivi che sono alla base dei fenomeni vulcanici e dei movimenti tettonici. Il successo di questo studio è stato reso possibile dalle nuove tecnologie da noi sviluppate al Laboratorio del Gran Sasso, che ci hanno permesso di raggiungere in Borexino livelli di purezza da elementi radioattivi mai raggiunti prima da nessuno, in aggiunta alla lontananza del sito del Gran Sasso da reattori nucleari”. Non solo. “Gli straordinari risultati dell’esperimento Borexino – rivela la prof.ssa Lucia Votano, direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso – premiano anni di intenso lavoro e sono stati possibili grazie alle caratteristiche uniche al mondo del nostro Laboratorio sotterraneo e all’estrema radiopurezza dei materiali utilizzati per l’apparato sperimentale. L’esperimento stava già dando importanti informazioni sul funzionamento interno del Sole e adesso ha prodotto la prima misura mondiale dei geoneutrini provenienti dalle profondità del nostro pianeta. Ancora una volta i Laboratori del Gran Sasso dimostrano di essere un centro di ricerca di eccellenza nel campo della fisica astro-particellare”.


Secondo Giovanni Fiorentini, il coordinatore di un gruppo ricerca dell’Infn e dell’Università di Ferrara che ha sviluppato i primi modelli teorici per i geoneutrini,“Borexino apre una nuova finestra che ci permette di guardare direttamente all’interno della Terra fino a migliaia di chilometri di profondità. Il confronto tra i dati sperimentali e i modelli teorici getterà luce sulla composizione chimica e le origini della Terra”. Risulta evidente che il livello di radiopurezza raggiunto da Borexino, potrebbe suggerire alla Politica la non convenienza di qualsiasi progetto di installazione ed insediamento di centrali nucleari a fissione di vecchia generazione, sul suolo italiano. La ragnatela neutrinica predisposta dagli scienziati del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso dell’Infn e dai ricercatori di tutto il mondo, giustamente entusiasti, ora deve essere difesa perché non avrebbe alcun senso spezzarla. Dopo anni di preparazione e investimenti, l’esperimento Borexino, la sfera scintillante pronta a catturare i neutrini, "messaggeri" invisibili del Sole, della Terra e delle altre stelle (specialmente quelli emessi durante gli eventi di Supernova!), iniziò a prendere dati nel 2007 grazie all’originale esperimento installato nelle grandi sale sotterranee del Gran Sasso: tre gigantesche sfere, una di acciaio e due di nylon, riempite di un idrocarburo e di un liquido scintillante, riescono ad osservare gli sfuggenti neutrini a bassa energia provenienti dal Sole e dal cuore della Terra. Qui si aspettano 24 ore su 24 segnali che permettano di capire se davvero la nostra stella funziona come si crede. In pratica i neutrini solari passano attraverso le tre sfere concentriche di Borexino. “Lo scopo è quello di studiare questi neutrini per capire meglio sia come funziona la materia a livello dei suoi costituenti elementari sia come funziona il Cosmo intorno a noi. In particolare, se davvero il meccanismo che fa splendere il Sole è proprio quello immaginato dai fisici in questi ultimi decenni” – spiega il prof. Bellini. Borexino continuerà la sua presa dati per almeno 10 anni, centrali nucleari italiane permettendo: la durata di un ciclo della vita solare. L’esperimento, a cui lavorano circa 100 persone tra fisici, ingegneri e tecnici, è il più economico tra gli esperimenti di rivelazione dei neutrini solari. Numerosi sono i partner internazionali del progetto, la cui leadership è italiana. Oltre alle sezioni Infn di Milano, Genova, Perugia e ai Laboratori del Gran Sasso, vi partecipano la Technische Universität di Monaco, il Max Planck Institut di Heidelberg, l'APC francese, la Jagellonian University di Cracovia, il JINR di Dubna e il Kurchatov Institute di Mosca e infine gli statunitensi della Princeton University e del Virginia Polytechnical Institute. L’esperimento visto dall’esterno appare come una cupola di sedici metri di diametro al cui interno si trova una sorta di “matryoska”, una di quelle bambole russe che entrano l’una nell’altra. Dentro la cupola vi è un volume di 2.400 tonnellate di acqua ultrapura che serve come primo schermo per filtrare le particelle di alta energia provenienti dal Cosmo, che non interessano i ricercatori. All’interno del volume d’acqua, si trova una sfera di acciaio che contiene nella parte interna 2.200 fotomoltiplicatori: apparati che possono registrare la presenza di lampi di luce provocati dai neutrini; proseguendo il nostro viaggio virtuale all’interno di Borexino, vediamo contenuto in una sfera di nylon speciale, un’enorme quantità, mille tonnellate di pseudocumene, un idrocarburo utilizzato per schermare la parte sensibile dell’esperimento. Infine, il cuore ultimo di Borexino contiene 300 tonnellate di liquido scintillante. Il funzionamento assomiglia a quello di un vecchio flipper: quando i neutrini si "scontrano" con gli elettroni dello scintillatore, trasferiscono loro parte dell’energia incidente, provocando un lampo luminoso nel liquido. Questi lampi vengono visti dai fotomoltiplicatori grazie alla trasparenza delle sfere interne. L’apparato consente di misurare l’energia dei neutrini incidenti. Le reazioni nucleari che avvengono nel nucleo del Sole producono una grande quantità di neutrini solari. Il Sole è una sorgente potente di neutrini, se si pensa che circa 60.000.000.000 neutrini solari al secondo, incidono su ogni centimetro quadrato del nostro corpo. Questi neutrini hanno però mediamente un’energia più bassa di quelli atmosferici e sono ancora più difficili da rivelare. L’esperimento Borexino è finalizzato proprio alla rivelazione di neutrini solari, in particolare quelli prodotti dalle reazioni dell’elemento Berillio-7, che hanno un’energia intorno agli 862 kilo-elettronVolt (keV). Ben al di sotto dei 5.000 keV, soglia mai oltrepassata fino ad oggi dagli esprimenti di rivelazione in tempo reale dei neutrini. Il neutrino, però, interagisce molto debolmente con la materia, essendo del tutto insensibile all’interazione elettromagnetica ed a quella nucleare forte, rispondendo solo all’interazione nucleare debole. L’interazione dei neutrini è allora un evento incredibilmente improbabile dal punto di vista statistico: per osservarlo è necessario disporre di un rivelatore molto grande, costituito da diverse tonnellate, in modo da rendere la probabilità di interazione dei neutrini tale da poter misurare alcuni eventi al giorno. I geoneutrini di antimateria sono ancora più rari da osservare ed occorrono anni per accumulare dati utili. Ma il Gran Sasso (lo aveva intuito il prof. Antonino Zichichi) è uno schermo potente per la radiazione naturale e i raggi cosmici. Qui sotto alcuni pensano che si viva più a lungo! Altre particelle provenienti dal Cosmo o le naturali radiazioni ambientali, nonché la radioattività degli stessi materiali che costituiscono il rivelatore, possono indurre dei segnali spuri. Il rumore prodotto da questo fondo, in effetti, se non venisse schermato, sarebbe un miliardo di volte maggiore del segnale dei neutrini. Il Gran Sasso fornisce un primo schermo naturale di 1,4 km di roccia (pari a quello fornito da 4 mila metri d’acqua sul fondo oceanico abissale: l’idea fa sognare anche James Cameron che invitiamo a venire in Abruzzo per le riprese del suo sequel di Avatar) che assorbe efficacemente la gran parte dei raggi cosmici. Ciò che resta sono per lo più muoni ad alta energia schermati dalle 2400 tonnellate di acqua che costituiscono lo strato più esterno di Borexino. La radioattività ambientale è ulteriormente schermata da 1000 tonnellate di pseudocumene, che riempiono la sfera centrale e racchiudono il liquido scintillante, mentre sofisticate tecniche di radiopurificazione sono state sviluppate per ridurre la radioattività nel cuore dell’esperimento, raggiungendo un livello radioattivo un milione di volte più basso di quello di qualsiasi liquido normalmente utilizzato.


Conoscere il funzionamento del Sole e i costituenti elementari della materia, è fondamentale. Anche per lo sviluppo di una nuova tecnologia elettronica nucleare che, forse, un giorno ci aprirà la via al volo interstellare prefigurato nel kolossal Avatar. Il successo di Borexino è di aver abbassato così efficacemente la soglia del rumore di fondo, da rendere visibili neutrini con energia fino a 250 keV. Questo consente di rivelare e studiare una percentuale del potente flusso di neutrini proveniente dal Sole, assai maggiore di quella fino ad oggi osservata da ogni altro esperimento effettuato in tempo reale. Per gli scienziati lo studio delle proprietà del neutrino apre la strada a importanti revisioni e nuove conquiste delle teorie fisiche attuali. La scoperta della massa del neutrino e delle oscillazioni tra neutrini di differenti "flavour" o "sapori", come affermano i fisici), oltre ad avere importanti implicazioni cosmologiche offre indicazioni preziose per nuove teorie fisiche, che gli scienziati chiamano “la fisica oltre il Modello Standard”. Borexino, con l’attuale regime di sensibilità, offre quindi la possibilità di aggiungere nuovi dati per approfondire lo studio di questo scenario. Sarebbe un vero peccato accecarlo con un impianto nucleare sul giardino di casa! La rivelazione di neutrini a queste energie offrirà inoltre un test estremamente preciso dei modelli astrofisici del Sole. Borexino consentirà di studiare anche gli antineutrini provenienti dalle Supernove e quelli emessi dall’attività radioattiva all’interno della Terra (geoneutrini), un’enorme sorgente di energia naturale che aspetta solo di essere catturata. Gli scienziati sanno che la Terra è costituita da tre parti: un core metallico di circa 3500 km di raggio, il mantello di 3000 km, ed infine la crosta, formata essenzialmente da silicati, di spessore variabile dai 30 ai 75 km per quanto riguarda la crosta continentale, e di circa 10 km per la crosta oceanica. La potenza termica all’interno della Terra viene stimata dai geologi fra i 31 e i 44 migliaia di miliardi di Watt. La stima è molto grossolana perché basata essenzialmente sui carotaggi, circa 2000 intorno al mondo, che penetrano poco in profondità: il pozzo maggiore in assoluto sulla Terra è di 12 km nella penisola di Kola in Russia, profondità trascurabile rispetto al raggio terrestre, ma assai utile per rendere l’idea delle potenzialità oggi disponibili all’Uomo per le nuove ecologiche centrali geotermiche che necessitano di pozzi assai meno profondi. Le origini di questa energia sono incerte, anche se si ritiene che un’importante frazione sia dovuta al calore emesso dalle disintegrazioni spontanee dell’uranio, torio e del potassio-40 contenuti all’interno del pianeta.


Quale sia l’effettivo contributo radiogenico al calore terrestre, è materia di studio nella comunità internazionale delle Scienze della Terra. L’ipotesi più condivisa è che la radioattività naturale renda conto di un po’ più della metà del calore terrestre, ma esistono modelli alternativi secondo cui sarebbe all’origine del 100% dell’energia termica terrestre. All’origine di tale incertezza sta l’impossibilità di determinare, in conformità a dati osservativi, il contenuto di elementi radioattivi all’interno della Terra. Le abbondanze degli elementi nel pianeta sono stimate in maniera assai indiretta, estrapolando all’interno della Terra le conoscenze, anch’esse incerte, sulla composizione chimica di meteoriti supposti rappresentativi della composizione iniziale del Sistema Solare, e tenendo conto di complessi fenomeni di evaporazione e separazione nel processo di formazione del pianeta. Esiste anche un modello geologico che ipotizza la presenza di materiale radioattivo, che produrrebbe un effetto simile a quello dei reattori nucleari intorno al core (geo-reattore). Tale modello è considerato tuttavia poco probabile e Borexino pare ne abbia dimostrato la debolezza! Il resto dell’energia termica potrebbe essere dovuto ad altre cause sconosciute. Gli scienziati citano effetti come il calore latente di cambiamento di fase (quando un liquido diventa solido viene emessa dell’energia immagazzinata) ed altri più complicati. I riscaldamenti radiogenici contribuirebbero in maniera importante alla tettonica (quindi, ai terremoti), al vulcanismo e alle propagazioni del calore all’interno del mantello. Ma tutto questo è molto ipotetico, perché i geologi hanno pochi mezzi per investigare l’interno della Terra. La Fisica può però dare un importante aiuto sfruttando il fatto che molti decadimenti radioattivi emettono antineutrini, cioè l’antiparticella del neutrino. Il neutrino (e così l’antineutrino) è una particella priva di carica, di massa piccolissima, la quale può attraversare l’Universo, e quindi anche la Terra (e i nostri corpi) senza alterare le sue proprietà. Pensate, l’energia luminosa prodotta all’interno del Sole impiega almeno 10 mila anni ad uscire dalla stella: un’infinità rispetto ai pochi minuti impiegati dai neutrini del nucleo solare, per raggiungere la Terra; ed alle frazioni di millesimi di secondo necessari ai geoneutrini per raggiungere Borexino.


Quindi lo studio degli antineutrini emessi dai decadimenti radioattivi all’interno del nostro pianeta (geoneutrini messaggeri) è ad oggi l’unico metodo per capire cosa avviene nelle profondità terrestri. I geoneutrini portano alla superficie del pianeta informazioni dirette sul contenuto di elementi radioattivi contenuti nelle viscere del pianeta. La loro rivelazione rappresenta un modo di determinare, in maniera diretta, le abbondanze planetarie degli elementi da cui provengono, e dunque dà informazioni dirette sull’origine del pianeta e sulla quantità di calore prodotto dalla radioattività al suo interno. L’esistenza dei geoneutrini fu predetta negli anni 60’ del XX Secolo, ma solo in anni recenti il progresso nella rivelazione dei neutrini ha permesso di ipotizzarne uno studio sperimentale. Il collegamento fra le predizioni teoriche dei modelli geologici e i possibili risultati sperimentali è stato oggetto di numerosi studi, sia in Italia (gruppo di Fiorentini-Università di Ferrara) sia in Giappone (Enomoto ed altri). Per studiare gli antineutrini bisogna farli interagire all’interno di rivelatori di grande massa, situati in laboratori sotterranei, per essere schermati dai raggi cosmici, e costruiti con tecnologie estremamente avanzate per rendere trascurabile la radioattività naturale presente nei materiali e nell’ambiente. Altrimenti i rari eventi prodotti dai neutrini (o antineutrini) nel rivelatore, sono completamente mascherati dagli eventi prodotti dai raggi cosmici e dalla radioattività naturale o artificiale delle centrali nucleari a fissione. La lontananza di Borexino da reattori nucleari che emettono anch’essi antineutrini in grado di simulare comportamenti simili a quelli emessi dalla Terra, è la più assoluta garanzia di possibili nuove scoperte sotto il Gran Sasso, degne di un Premio Nobel tutto italiano. Già nel 2002 un esperimento giapponese, Kamland, sostenne di aver rivelato la radiazione dei geoneutrini, ma gli studi successivi dimostrarono che si trattava di un abbaglio: ciò che veniva osservato era in realtà dovuto alla presenza di un insidioso fondo di neutroni, che dava origine a dei “falsi geoneutrini”. Nel 2005 ancora kamland ha fornito le prime indicazioni dell’esistenza dei geoneutrini. Il problema principale in Kamland era (e rimane) la distinzione fra il contributo dei geoneutrini e quello degli antineutrini provenienti dai numerosi reattori nucleari presenti in Giappone. Borexino ha ottenuto in questi giorni l’evidenza dell’esistenza dei geoneutrini, riuscendo a evidenziarne il segnale con un’affidabilità superiore al 99,9%. Il confronto con i modelli teorici di Fiorentini et al., che ipotizzano un contributo radiogenico poco maggiore della metà del calore terrestre (23 su 31-44 migliaia di miliardi di Watt di potenza) secondo i fisici è ottimo, nei limiti della statistica raccolta. Inoltre i dati raccolti potrebbero già invalidare l’ipotesi del cosiddetto geo-reattore. Per rendersi conto della difficoltà dell’esperimento, una presa dati di oltre due anni fornisce due dozzine di eventi attribuiti a geoneutrini e ai reattori, dunque un evento al mese in totale e un evento di geoneutrino ogni due mesi! Questo è solo l’inizio, assicurano gli scienziati Infn. Lo studio ovviamente continua e fra altri due anni sarà possibile avere misure di maggior precisione producendo quindi più informazioni sui meccanismi di produzione termica della Terra. Borexino, con questa scoperta, ha aperto una nuova era nello studio dei meccanismi che regolano l’interno della Terra. Finalmente, seguendo le metodologie sviluppate da Borexino, sarà possibile investigare in modo non ipotetico l’origine e la distribuzione dell’energia termica all’interno del nostro pianeta. Vari esperimenti sono in fase di costruzione o di ricerca & sviluppo in vari siti del mondo: Canada, Finlandia, Hawaii, Sud Dakota. Se questi esperimenti ed altri esperimenti riusciranno ad ottenere “performances” del tipo di quelle ottenute da Borexino, confrontando le misure in differenti locazioni, sarà possibile determinare la concentrazione di uranio e torio nella Crosta e nel Mantello e sapere qualcosa di più sulla loro locazione.


Tuttavia occorre difendere il lavoro dei nostri scienziati, con verità e giustizia, a cominciare dai media. C’è un silenzio cosmico sotto il Gran Sasso, da tutelare come Patrimonio dell’Umanità. E non c’entra affatto la letteratura fantascientifica anche se l’immagine è molto romantica ed evoca suggestioni d’autore degne di James Cameron. Sono quei 1400 metri di roccia sotto il Monte Aquila, che assorbono le radiazioni e rendono il Laboratorio di fisica nucleare ospitato sotto la più alta montagna dell’Appennino, un luogo molto speciale, unico al mondo. E’ questo potente scudo protettivo a fare del Laboratorio Infn un posto straordinario per i fisici (e non solo) i quali, non a caso, accorrono in Abruzzo da ogni parte del mondo per studiare il mondo dell’infinitamente Piccolo per capire l’infinitamente Grande. E in particolare i neutrini e quelle particelle che compongono la misteriosa Materia Oscura: le chiavi di volta dei meccanismi che regolano l’Universo. Le ricadute tecnologiche della ricerca pura, sono praticamente infinite! Il pioniere di questo tipo di studi era stato Raymond Davis in una miniera d’oro abbandonata, a Homestake nel South Dakota degli Stati Uniti. Con i suoi studi sui neutrini prodotti dal Sole, ha aperto la strada alla Nuova Fisica. L’Italia non poteva non rimanere al passo anche perché aveva il posto giusto, avvolto dal “silenzio cosmico”. Grazie al professor Antonino Zichichi, oggi 750 scienziati di 28 Paesi utilizzano il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, considerato nel suo genere il migliore del mondo. Situata tra le città di L’Aquila e Teramo, a circa 120 km da Roma, la struttura sotterranea ha tre sale lunghe quasi 100 metri, larghe 18 e alte 20, collegate da vari corridoi le cui uscite si affacciano sulla galleria autostradale. La struttura, oggi diretta dalla professoressa Lucia Votano, è uno dei quattro Laboratori dell’Istituto di Fisica Nucleare di cui è presidente Roberto Petronzio, professore di Fisica Teorica all’Università Tor Vergata di Roma. L’Infn è l’Ente italiano dedicato allo studio dei costituenti fondamentali della materia e svolge attività di ricerca, teorica e sperimentale, nei campi della fisica subnucleare, nucleare e astro particellare. Questi esperimenti confermano già oggi la Teoria Generale della Relatività di Einstein che ci servirà un giorno per volare fino alle altre stelle. Quindi se il 12 marzo 1610, una data storica per l’Umanità, non è segnato in alcun calendario, ciò dipende dall’Hiroshima culturale nella quale siamo tutti immersi.
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Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda



Sottraendo il «P21» i ratti sono in grado anche di riparare una ferita senza cicatrici

MILANO - Potrebbe aprire la strada in un futuro non troppo lontano a straordinarie possibilità di cura. Tuttavia per ora siamo ancora ai livelli di sperimentazione sugli animali. La scoperta però è di quelle che colpiscono la fantasia: anche i topi possono rigenerare i loro tessuti. Così se gli viene tolta la coda, un giorno potrebbe crescerne una nuova come alle lucertole. Questo è possibile anche togliendogli solo un gene, il «P21»: spegnendolo, infatti, i ratti con tessuti danneggiati riparano la ferita senza cicatrici. È quanto dimostrato dai ricercatori del Wistar Institute di Philadelphia diretti da Ellen Heber-Katz. Gli esperti hanno visto che, mettendo ko il gene «P21», topi con ferite possono rigenerare nuovo tessuto non cicatriziale, indicando la possibilità di ricreare tessuti lesi e guarire ferite in poco tempo senza cicatrici. Lo studio è stato riportato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
LO STUDIO - Proprietà rigenerative notevoli sono note solo per animali meno evoluti dei mammiferi, quindi invertebrati e vertebrati come gli anfibi, per esempio salamandre e lucertole. È noto che se la salamandra perde la coda può riformarla. Ma per un topo una capacità simile sembrava non esistere. Invece i ricercatori americani si sono accorti casualmente studiando topi di laboratorio con ferite (veri e propri buchi) alle orecchie che alcuni di essi erano capaci nel giro di poco tempo di chiudere i buchi mostrando un orecchio sano e senza segni. Indagando a fondo i topi dalle misteriose capacità, gli scienziati si sono accorti che questi roditori erano privi del gene «P21». A ciò corrispondeva la capacità delle cellule a livello della lesione di rigenerarsi spontaneamente, grazie all'entrata in azione di cellule staminali, riformando appunto tessuto sano non cicatriziale. Lo studio approfondito del «P21» e del suo funzionamento potrebbe aprire dunque nuove strade per la rigenerazione di tessuti malati.
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studiosi Gb riescono a leggere il pensiero

Leggere il pensiero? Si può, o almeno è quel che sembra dimostrare lo studio di un'equipe dell'University College di Londra pubblicato su 'Current Biology'. A caccia di tracce di memoria i ricercatori capitanati da Eleanor Meguire sono riusciti a stanarle, anche se si tratta - sottolineano gli stessi studiosi - di risultati preliminari. Nel loro studio, i ricercatori britannici si sono concentrati sulla cosiddetta memoria episodica, una sorta di 'diario' composto da tutti gli eventi della nostra vita. Per rintracciarne tracce presenti nella mente hanno fatto osservare tre brevi filmati a 10 volontari, con tre diverse attrici protagoniste intente in azioni di tutti i giorni, come ad esempio gettare un bicchiere in un cestino dopo aver bevuto un caffè. Dopodiché hanno sottoposto i volontari a risonanza magnetica, chiedendo loro di ricordare le scene viste nei filmati. Ebbene, grazie a un particolare algoritmo messo a punto per decodificare l'attività celebrale 'fotografata' dalla risonanza magnetica, i ricercatori sono stati in grado di capire la scena che veniva ricordata di volta in volta dai volontari. In particolare gli studiosi, per muovere passi nei meandri della memoria, hanno focalizzato l'attenzione su lobi mediali temporali, scoprendo così che è l'ippocampo la sede del cervello dove ha luogo la registrazione dei ricordi. "Ora che abbiamo dimostrato che è possibile accedere direttamente alle informazioni sui singoli ricordi episodici nell'ippocampo umano, in vivo e in modo non invasivo - sostengono gli scienziati - si aprono nuove opportunità per scoprire importanti proprietà della memoria episodica".
FONTE
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Nemesis, la (probabile) compagna del Sole


Un oggetto oscuro potrebbe vagare nelle regioni remote del nostro Sistema Solare, mandandoci di tanto in tanto qualche cometa o sasso spaziale verso la Terra. Definito "Nemesis" o "The Death Star", questo oggetto non ancora rilevato e per ora solo ipotizzato potrebbe essere una nana rossa o bruna, o un oggetto ancora più scuro dalle dimensioni diverse volte superiori a quelle di Giove.

Perchè gli astronomi credono alla presenza di questo corpo? InizialmenteNemesis era stato ipotizzato come causa principale delle estinzioni di massa sulla Terra.
David Raup e Jack Sepkoski hanno avanzato l'ipotesi che negli ultimi 250 milioni di anni il nostro pianeta abbia sperimentato cicli di estinzione al ritmo di uno ogni 26 milioni di anni circa.
Questo ciclo di estinzioni sarebbe principalmente dovuto all'impatto di corpi cometari, anche se la durata del ciclo stesso e l'ipotesi sull'impatto di comete è ancora molto dibattuta, dato che per ora non c'è alcuna prova concreta che le estinzioni di massa si verifichino con quella regolarità.

Il nostro Sistema Solare è circondato da una vastissima nube di corpi oscuri e ghiacciati, chiamata Nube di Oort. Se il nostro Sole è parte di un sistema binario, come lo sono molti sistemi solari osservati attorno a noi, potrebbe esserci un corpo oscuro che interagisce con la Nube di Oort, scagliando comete verso il centro del nostro sistema planetario grazie alla forza gravitazionale che esercita su di esse. Una sorta di enorme cannone spaziale puntato verso di noi.

I sistemi binari infatti sono molto comuni. Si calcola che almeno 1/3 delle stelle della Via Lattea abbia una compagna, o sia parte di un sistema multiplo di stelle.
Le nane rosse sono molto frequenti nella nostra galassia. Anche le nane brune sembrano esserlo, ma quelle note sono solo qualche centinaio, contro le migliaia di nane rosse conosciute. Queste stelle sono entrambe più oscure rispetto al Sole, oltre che decisamente più fredde, il che renderebbe difficile scoprirle anche se si trovassero nelle regioni oltre la Nube di Oort, a distanza relativamente ravvicinata rispetto alla stella più vicina, Proxima Centauri.

Perchè quindi si è giunti all'ipotesi di Nemesis, nonostante sembra non ci siano prove a supporto?
La chiave è Sedna, un pianetucolo che ha un'orbita definita "senza senso" da Mike Brown, astronomo della Caltech. "Sedna non dovrebbe essere lì. Non c'è modo di posizionare Sedna in quel punto. Non arriva mai così vicino al Sole da esserne attratto, ma non va mai lontano a sufficienza da essere influenzato da altre stelle."

Ecco quindi che spunta Nemesis: la spiegazione della bizzarra orbita di Sedna potrebbe essere quella di un corpo oscuro e di grande massa che ne influenza l'orbita.

John Matese invece, professore emerito di fisica all' Università della Lousiana a Lafayette, sospetta che Nemesis possa esistere per un altro motivo: le comete che entrano nel Sistema Solare sembrano provenire per la maggior parte dalla Nube di Oort, e Matese sostiene che l'influenza gravitazionale di un corpo oscuro stia disturbando la nube, scagliando comete verso l'interno del Sistema Solare.
Secondo i calcoli di Matese, il corpo oscuro dovrebbe essere grande dalle 3 alle 5 volte la massa di Giove, e trovarsi ad una distanza di 25.000 Unità Astronomiche (circa 1/3 di anno luce).

Ma come scoprire se l'ipotesi di Nemesis è reale o si tratta solo di congetture? La speranza è ora riposta in WISE, che sta scansionando l'universo su diverse frequente di infrarosso. Se c'è un corpo più caldo di un pianeta oltre il nostro Sistema Solare, è molto probabile che WISE lo scoprirà nei prossimi 2-3 anni.

Tutto sta nell'aspettare che WISE scatti due fotografie della stessa porzione di spazio in momenti differenti a distanza di uno o più anni l'una dall'altra, in modo tale da consentire agli astronomi di osservarne le differenze per tentare di scoprire se il nostro Sole ha una compagna sulla cui esistenza siamo sempre stati all' oscuro.
Dovremo aspettare fino al 2013, non ci resta che avere pazienza e sperare che Nemesis, ammesso che esista, non ci mandi qualche regalino nei tre anni che rimangono.
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scoperto sesto sapore,grasso


Aperta strada ad alimenti anti-obesita'


Scienziati australiani hanno individuato un sesto sapore, quello del grasso. La scoperta apre la strada agli alimenti anti-obesita'. Ossia cibi che ingannano l'organismo, dando la sensazione di aver soddisfatto la voglia di grasso. Era noto che gli esseri umani distinguono 5 sapori fondamentali: dolce, salato, aspro, amaro e umami, il gusto dei cibi ricchi in proteine. Per i ricercatori gli esseri umani identificano il sapore del grasso dalla composizione chimica, non dalla consistenza.
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I delfini, che brave persone!


I delfini sono persone? Si differenziano da noi, uomini sedicenti sapienti, solo perché vivono in acqua? Le domande, solo in apparenza provocatorie, sono rimbalzate più volte, racconta la rivista Science, all’annuale convegno dell’Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze (AAAS) che si è tenuto tra il 18 e il 22 febbraio scorso a San Diego in California. La questione è stata discussa da etologi, neuroscienziati, filosofi. E non è arrivata a una conclusione non per colpa dei delfini, che sembrano avere tutti i requisiti “giusti”. Ma per colpa di noi umani, che non abbiamo ancora una definizione precisa del concetto di persona.
Prima di spiegare gli argomenti di chi ritiene che i delfini siano “persone”, ancorché non umane, cerchiamo di capire perché, secondo alcuni, hanno i “requisiti giusti” almeno per candidarsi a esserlo. Cosa intendiamo, dunque, per requisiti “giusti”?
Giusto è un aggettivo largamente intriso di soggettività e di antropocentrismo. Insomma, lo usiamo solo per comodità. Poiché noi, membri della specie Homo sapiens, ci riteniamo”persone” a causa delle nostre capacità cognitive, riteniamo che siano “giusti” i requisiti analoghi ai nostri.
Molti animali sembrano avere alcuni requisiti cognitivi “giusti” (analoghi ai nostri). I corvi hanno una capacità di risolvere problemi davvero sbalorditiva. Cani, cavalli, elefanti possiedono forme diverse di intelligenza che spesso definiamo “umana”. Ma pochi si spingerebbero (forse a torto) a ritenere “persona” un corvo o anche un elefante. Molti, invece, sono disponibili a prendere almeno in considerazione la possibilità di definire “persone” – naturalmente “persone non umane” – le grandi scimmie antropomorfe. In particolare gli scimpanzé. Per motivi strutturali: il Dna degli scimpanzé è per il 98% e oltre uguale al nostro. Per le dimensioni, assolute e relative, del cervello. Ma soprattutto perché mostrano di avere capacità cognitive davvero sviluppate: intelligenza sociale, capacità di utilizzare strumenti, capacità di risolvere problemi inediti, capacità (mediante imitazione) di trasmettere i caratteri culturali acquisiti, coscienza. E persino, a quanto pare, autocoscienza. Gli scimpanzé si riconoscono allo specchio. E, quindi, hanno coscienza di un “sé” distinto dall’”altro”.
I delfini sanno fare come e persino meglio degli scimpanzé. Dopo l’uomo sono gli esseri più intelligenti del pianeta Terra, ha spiegato Lori Marino – esperto di neuroanatomia dei cetacei in forze alla Emory University di Atlanta, Stati Uniti – nel corso del meeting di San Diego. E quindi, come e più degli scimpanzé, devono essere considerate “persone non umane”.
Hanno, infatti, i requisiti strutturali “giusti”. Un cervello di 1.600 cm3, persino più grande del nostro (che è, in media, di 1.350 cm3). Ma, soprattutto, un tasso di encefalizzazione (il rapporto tra il peso del cervello e il peso del corpo) superiore a quello degli scimpanzè e secondo, appunto, solo a quello di noi umani. Nel loro grosso cervello hanno, inoltre, una neocorteccia molto complessa e sviluppata. E la neocorteccia negli umani è la sede delle capacità cognitive superiori: da quelle relative alla soluzione di problemi, all’intelligenza sociale, alla coscienza. Nei delfini sono stati trovati anche i neuroni von Economo, che noi (e gli scimpanzé) attiviamo quando instauriamo relazioni sociali complesse, elaboriamo pensieri astratti o, addirittura, una teoria della mente. Nessun dubbio, dunque: in quanto a struttura cerebrale “giusta”, i delfini sono i più simili a noi, che ci autodefiniamo sapienti. Persino più degli scimpanzè.
Ma avere un motore non significa, necessariamente, correre. I delfini corrono in termini cognitivi? Diana Reiss, ricercatrice dell’Hunter College presso la City University of New York, una vita spesa a studiare i mammiferi marini negli acquari e in mare, non ha dubbi: i delfini usano in tutte le sue potenzialità il loro robusto motore cognitivo. Hanno un comportamento sociale intelligente almeno quanto quello delle grandi scimmie antropomorfe; hanno auto-controllo; capiscono cosa vuole fare l’altro; hanno personalità; comprendono complesse istruzioni impartite dagli umani; hanno una capacità di apprendere e di risolvere problemi inediti. E si riconoscono allo specchio. Sono, dunque, dotati di autocoscienza.
Per tutti questi motivi nessun altro essere vivente come i delfini, sostengono alcuni ricercatori, può autorevolmente candidarsi a essere riconosciuto come “persona non umana”.
Molti ricercatori sono più prudenti di Diana Reiss e di Lori Marino. In realtà noi sappiamo ancora troppo poco dei delfini. Dobbiamo studiarli ancora. E appropriatamente. Nel loro ambiente naturale, non in cattività. Dobbiamo studiarli almeno quanto gli scimpanzé, per poter elaborare un’analisi comparativa tra l’intelligenza (le intelligenze) dei mammiferi marini e l’intelligenza (le intelligenze) dei nostri cugini primati.
Al netto di tutto questo resta la candidatura dei delfini a concorrere per la definizione di “persona non umana”. Il concorso – vale la pena di ribadirlo – ha un interesse solo per noi e la scia del tutto indifferente i nostri amici marini.
Ma la domanda, almeno per noi, è di grande interesse: cos’è intendiamo per “persona”? Lo abbiamo già detto. Non esiste una definizione scientifica rigorosa. Tuttavia molti filosofi sono d’accordo nel ritenere persona un essere vivente che ha delle emozioni, che è consapevole dell’ambiente in cui vive, che ha personalità, auto-controllo e ha relazioni appropriate sia con i membri della sua stessa specie, sia con gli altri esseri viventi, sia con il resto dell’ambiente in cui vive.
Se questo identikit di persona ha una qualche validità, allora non c’è dubbio: i delfini, come gli scimpanzé, sono persone. In particolare, sono “persone non umane”.
Cosa implica, tutto ciò? Per i delfini – e per gli scimpanzé – nulla. Che noi li definiamo “persone” o no, per loro non cambia – non deve cambiare – assolutamente nulla. Anche se, è notizia di ieri, uno scimpanzè alcolizzato è stato mandato in un centro di recupero.
Potrebbe cambiare qualcosa per noi. Molti sostengono che se delfini, scimpanzè e altri animali non umani sono “persone”, allora devono cambia lo statuto etico: dobbiamo trattarli come persone. Per esempio, non possiamo tenere un delfino in cattività: perché è come tenere prigioniero una persona (appunto) innocente.
Non tutti sono d’accordo. L’etica fondata sul concetto di “persona” è troppo antropocentrica. Occorre portare rispetto per tutti gli esseri viventi, indipendentemente dalla loro somiglianza con Homo sapiens. Ma davvero possiamo considerare un verme o anche un moscerino con la stessa dignità di un delfino o di uno scimpanzé? In fondo noi siamo animali e abbiamo una naturale simpatia per chi ci somiglia di più (anche i delfini hanno più simpatia per noi che per le acciughe).
La discussione – etica, filosofica e scientifica – è aperta. Ne dobbiamo sapere di più. Intanto, però, ne sappiamo abbastanza per dire che capacità cognitive superiori caratterizzano, certo, la specie umana. Ma non sono prerogative esclusive di Homo sapiens. E neppure della linea evolutiva che ha portato a Homo sapiens. Sappiamo che in noi umani non c’è alcuna specialità apriori. Le nostre capacità si sono sviluppate nella storia. Per un misto di caso, contingenza e necessità. E tutto questo ci obbliga a un salutare bagno di umiltà.
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Antartide: migliaia di anni fa una esplosione spaziale simile a Tunguska


Una nuova ricerca suggerisce che una enorme pietra spaziale, di grandi dimensioni, potrebbe essere esplosa migliaia di anni fa in Antartide, inondando una vasta area di detriti, simile all’evento che accadde a Tunguska nel 1908. Secondo un rapporto della “BBC News”, la prova si troverebbe in accumuli di minuscole particelle di meteoriti e in uno strato di polvere extraterrestre scoperti in un “carotaggio” nel ghiaccio antartico. L’evento sarebbe stato simile al caso di Tunguska, che appiattì una vasta area di foresta siberiano nel 1908. Si è pensato possa essere stato prodotto dal cosiddetto “airburst”, in cui una roccia spaziale non raggiunge il suolo, ma piuttosto esplode in atmosfera. La ricerca si basa su uno studio di detriti extraterrestri, trovati nel granito del Miller Butte, nelle montagne Transantartiche e in uno strato di polvere cosmica rappresentato in due “carotaggi” avvenuti nel ghiaccio antartico. I detriti provenienti dalle montagne comprendono micrometeoriti e minuscole particelle chiamate “sferule”. Le “sferule” potrebbero potenzialmente essere la firma per ricercare prove di “airburst” negli strati geologici. Uno strato di polvere extraterrestre è stato trovato nei “carotaggi”, nel ghiaccio antartico, effettuati su Dome C e Dome Fuji. La polvere, in entrambe le zone, è datata risalire a 418.000 anni fa, ed è quindi probabile che derivino dal medesimo evento. Il team, composto da Luigi Folco e Matthias van Ginneken provenienti dall’Università di Siena (Italia) e da Phil Bland proveniente dal Imperial College London (UK), conclude che lo strato di polvere fa il paio con i detriti trovati sulle montagne Transantartiche. Essi indicano forti somiglianze nella struttura e nella composizione dei detriti trovati nei campioni di ghiaccio e quelli prelevati dal granito. Tuttavia, i siti si trovano a più di 2.900 chilometri di distanza. Essendo i detriti cosmici distribuiti su un’area così vasta, i ricercatori propendono che l’esplosione aerea sia l’ipotesi più probabile. Si stima che possa essere stata causata da un oggetto con un peso di circa 100.000 tonnellate. “Abbiamo simile materiale, diffuso su una superficie molto più grande. E’ difficile farlo con qualsiasi altro meccanismo“, ha riferito il co-autore Dottor Bland.
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Viaggiare alla velocità della luce uccide i piloti


Preparatevi ad essere delusi fan di Star Trek. Kirk, Spock ed il resto del gruppo sarebbero morti in un solo secondo se la USS Enterprise avesse veramente raggiunto la velocità della luce.

Il problema risiede nella teoria della relatività speciale di Einstein. Questa infatti "trasforma" il leggero gas idrogeno, diffuso ovunque nello spazio interstellare, in un intenso raggio radioattivo che ucciderebbe gli esseri umani in pochi secondi, e distruggerebbe tutti gli strumenti elettronici della nave spaziale.

Lo spazio interstellare è essenzialmente vuoto. Per ogni centimetro cubo ci sono meno di due atomi di idrogeno (in media), comparati ai 30 miliardi di miliardi di atomi nell'aria qui sulla Terra. Ma secondo William Edelstein della Johns Hopkins University School of Medicine in Baltimore (Maryland), questo sparpagliato gas interstellare dovrebbe preoccupare l'equipaggio di ogni nave spaziale che viaggiasse a velocità pari quasi a quella della luce "EVEN MORE THAN THE BORG DECLOAKING OFF THE STARBOARD BOW" ovvero "ANCORA PIU' VELOCE CHE IL DISOCCULTAMENTO DELLA PRUA DI DESTRA DELLA NAVE BORG"

La relatività speciale descrive lo spazio ed il tempo come dimensioni distorte in modo diverso se osservate da osservatori che viaggiano a velocità diverse. Per l'equipaggio di una nave spaziale che viaggiasse alla velocità della luce, lo spazio interstellare apparirebbe infatti molto più compresso, e quindi aumenterebbe notevolmente il numero di atomi di idrogeno per centimetro cubo che potrebbero colpire la navicella.

Raggio mortale

Il problema è che anche l'energia cinetica degli atomi aumenta. Per arrivare al centro della galassia distante 50.000 anni luce in 10 anni, l'equipaggio dovrebbe viaggiare ad una velocità pari al 99.999998% di quella della luce. A queste velocità gli atomi di idrogeno dovrebbero addirittura raggiungere i 7 tetaelectron volts - la stessa energia che dovrebbero eventualmente raggiungere i protoni nel LHC quando è in funzione al massimo della velocità possibile. "Per l'equipaggio sarebbe come essere al centro del raggio LHC", dice Edelstein.

Lo scafo dell'astronave potrebbe dare un po' di protezione. Edelstein calcola che uno strato d'alluminio spesso 10 centimetri assorbirebbe meno dell'1% dell'energia. Poichè gli atomi d'idrogeno hanno un protone per nucleo, questo significherebbe lasciare l'equipaggio esposto ad un dannosa radiazione ionizzante che distruggerebbe i legami chimici e danneggerebbe il DNA stesso. "Gli atomi di idrogeno sono mine spaziali inevitabili", dice Edelstein.

Appena 6 Sieverts è la dose di radiazione fatale per un essere umano. Ed i calcoli di Edelstein mostrano che l'equipaggio verebbe sottoposto a ben 10000 Sieverts in un solo secondo. L'intensa radiazione danneggerebbe anche gli strumenti elettronici e la struttura della navicella.

Edelstein aggiunge che questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali eventuali extraterrestri non ci hanno ancora fatto visita. Infatti, anche se gli ET fossero riusciti a costruire un incredibile razzo capace di raggiungere la velocità della luce, questi sarebbero morti all'interno dell'astronave, a sua volta danneggiata e con sistemi di navigazione in cortocircuito.

Edelstein ha presentato il suo lavoro Sabato al meeting della American Physical Society in Washington DC.

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