Le origini “dell’ordine”
Posted in: ANTROPOLOGIA, RITROVAMENTI on venerdì 25 dicembre 2009 at alle 02:59 0 commenti, commenta qui
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| Le parti di mandibola scoperte dai ricercatori |
Posted in: ANTROPOLOGIA, EVOLUZIONE, RICERCA, SCOPERTE, UOMO on mercoledì 4 novembre 2009 at alle 03:46 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, EVOLUZIONE, RICERCA, SCIENZA, UOMO on mercoledì 21 ottobre 2009 at alle 03:20 0 commenti, commenta qui
Teschio di Homo floresiensis (FunkMonk)
Si alimenta il dibattito sull’origine dell’Homo floresiensis, il cosiddetto “hobbit”, di cui vennero trovati i resti scheletrici nell’isola indonesiana di Flores nel 2003.
Ci sono diverse ipotesi: per alcuni, erano uomini moderni affetti da nanismo insulare o, come sostengono Teuku Jacob, Alan Thorne e Maciej Henneberg, pigmei affetti da microcefalia; per altri, come l’antropologa Debbie Argue, fu l’ultima specie del genere Homo a convivere con l’Homo sapiens: l’Homo floresiensis si estinse infatti 17000 anni fa a seguito di un’eruzione vulcanica, mentre l’Homo neanderthalensis 30000 anni fa (o al massimo 24000).
Ora si aggiunge un’altra teoria. I paleoantropologi Peter Brown e Tomoko Maeda, due degli scopritori dei fossili, che avevano inizialmente posto la specie nel genere Homo chiamandolo appunto Homo floresiensis, stanno considerando l’ipotesi di rimuovergli lo status di “umano”.
I due sostengono infatti che la stirpe degli hobbit lasciò l’Africa “forse prima dell’evoluzione del genere Homo” (comparso 2.5 milioni di anni fa). Cade dunque la loro stessa teoria secondo cui l’Homo floresiensis fu un’evoluzione dell’Homo erectus, come pensarono dopo aver trovato strumenti in pietra di 840000 anni in un sito di Flores. Secondo Brown, le prove dimostrano che l’antenato diretto degli hobbit precedette l’indonesiano Homo erectus.
A sostegno di ciò, Brown e Maeda hanno studiato i resti dei più antichi Hominini mai trovati fuori dall’Africa, gli scheletri di Homo georgicus di Dmanisi (Georgia), datati a 1.8 milioni di anni fa e considerati una via di mezzo fra l’Homo habilis e l’Homo erectus (o il suo vicino parente Homo ergaster). E hanno notato che l’Homo floresiensis è più simile all’australopiteco che agli Hominini di Dmanisi. Dunque i primi hobbit lasciarono l’Africa prima che gli Hominini raggiunsero la Dmanisi.
Brown conclude: “Sicuramente è possibile che in alcune parti dell’Asia, un isolato gruppo di hominini simile agli australopitechi si evolvette in una direzione particolare – l’Homo floresiensis– e si diffusero all’indietro verso l’Africa”.
I resti dell’Homo floresiensis sono rappresentati da 6 o 9 individui, a seconda della disposizione degli scheletri, che vengono datati dai 17000 ai 95000 anni fa. Senza mento, erano alti un metro e avevano braccia e piedi molto lunghi.
Brown fa parte dei cosiddetti africanisti, secondo cui gli Homo sapiens si evolvettero circa 200000 anni fa e rimpazzarono i discendenti delle altre specie esistenti. Jacob, Thorne e Henneberg sono invece dei “multiregionalisti”; sostengono cioè che le specie si svilupparono in diverse regioni dai migranti africani e vennero spinte in una comune evoluzione grazie all’ibridazione: per questo non possono accettare che due specie diverse vissero così a lungo nella stessa regione.
Posted in: ANTROPOLOGIA, MISTERI, RICERCA, STORIA on lunedì 12 ottobre 2009 at alle 12:22 0 commenti, commenta qui
Tra le molte sorprese associate alla scoperta dei più antico scheletro completo di ominide, l'Ardipithecus ramidus annunciata la settimana scorsa, vi è la conclusione che questa specie fece i suoi primi passi verso la deambulazione eretta non nella savana, come ritenuto finora da generazioni di scienziati a partire da Charles Darwin, ma su un territorio di foresta rada.
Per giungere alla conclusione, Stanley Ambrose e colleghi dell'Università dell'Illinois coautori dell'articolo apparso sulla rivista “Science”, hanno analizzato i denti di alcune decine di specie di mammiferi trovati nello stesso strato di suolo dell'Ardipithecus, al fine di ricostruire il suo ambiente.
E uno dei passi cruciali per poter dimostrare che Darwin era in torto è l'analisi degli isotopi del carbonio del suolo e nei denti di Ardipithecus e degli altri animali che vivevano all'incirca nello stesso periodo nella stessa regione.
Com'è noto la massa degli atomi di carbonio nell'atmosfera è variabile, e durante la fotosintesi alberi e l'erba tropicale assorbono differenti proporzioni di carbonio-12, l'isotopo più comune, e di carbonio-13, più raro. Gli isotopi passano nel suolo e negli organismi degli animali che si nutrono di piante, e ciò rende possibile ricostruire accuratamente le proporzioni di erba e alberi nella dieta degli animali che vivevano nella zona.
Ambrose e colleghi hanno analizzato le abbondanze relative degli isotopi di carbonio nelle ossa di 36 esemplari e nei denti di 5 altri di Ardipithecus confrontandoli con altri 172 denti di alcune decine di mammiferi di diverse specie trovati nello stesso suolo.
Secondo i risultati delle analisi a quel tempo il territorio variava da un terreno boschivo nella parte occidentale della zona studiata fino a una prateria intervallata da alberi.
L'analisi dei denti trovati sul sito forniscono un quadro più completo dell'habitat degli animali che vivevano nella zona.
“La distribuzione degli isotopi del carbonio delle piante consente di separare non solo le praterie dalle foreste ma anche gli animali che brucavano a terra, come le zebre, da quelli che si nutrivano delle foglie degli alberi, come le giraffe: la distribuzione dei fossili dei 2,03 picchi animali sono un riflesso dell'habitat presente.”
Ma anche i denti dello stesso Ardipithecus sono eloquenti sulle abitudini e sulla dieta della specie.
“La dieta di Ardipithecus è caratteristica della foresta rada e dei margini della foresta”, concludono i ricercatori. “Nella sua dieta c'è molto più del carbonio dell'ecositema della foresta rada che nello scimpanzé ma molto meno dei loro discendenti, le australopitecine che correvano nella savana.”
Queste prove, insieme con gli studi anatomici che indicano che Ardipithecus era in grado di camminare eretto ma anche di afferrare i rami degli alberi con i piedi, suggeriscono che questo ominide ancestrale fece i suoi primi passi su due gambe nella foresta molto prima che si avventurasse nella prateria aperta.
Posted in: ANTROPOLOGIA, RICERCA, STORIA on sabato 10 ottobre 2009 at alle 00:41 0 commenti, commenta qui
In uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nature”, un gruppo internazionale di ricerca descrive la possibilità di sfruttare la moderna tecnologia di analisi genomica per studiare la storia antica dell’India, la seconda nazione più popolosa del mondo.
La ricerca rivela che quasi tutti gli indiani moderni sono il risultato di due contributi genomici dovuti ad altrettante popolazioni ancestrali distinte. In seguito a questo antico mescolamento, molti gruppi hanno sperimentato periodi di isolamento genetico reciproco per altre migliaia di anni. Lo studio, che ha notevoli implicazioni sanitarie per gli indiani moderni, si è svolto presso il Centre for Cellular and Molecular Biology (CCMB) di Hyderabad, in India, in collaborazione con i ricercatori dell’Harvard Medical School, dell'Harvard School of Public Health e del Broad Institute di Harvard e del MIT.
Sebbene le sequenze genetiche di due qualunque popolazioni differiscano geneticamente per non più dello 0,1 per cento, questa piccola frazione del genoma è una ricca fonte di informazioni: per gettare una luce sulla variabilità genetica nel subcontinente indiano, il gruppo ha analizzato più di 500.000 marker genetici sui genomi di 132 soggetti di 25 gruppi diversi, in rappresentanza di 13 stati e sei famiglie linguistiche, sia delle caste più elevate sia di qulle più basse, nonché di differenti gruppi tribali. Le analisi hanno rivelato l'esistenza di due popolazioni ancestrali.
"Differenti gruppi indiani hanno ereditato dal 40 all'80 per cento dei loro geni dalla cosiddetta popolazione ancestrale degli indiani del Nord, collegati con gli euroasiatici dell'ovest, mentre gli altri discendono dalla popolazione ancestrale degli indiani del Sud, che non sono imparentati con alcun gruppo al di fuori dell'India", ha spiegato David Reich, professore associato di genetica dell'Harvard Medical School e membro associato del Broad Institute.
Il risultato consente così di acquisire nuove conoscenze sull'origine dell'organizzazione sociale indiana, poiché quasi tutti i gruppi considerati, siano essi "tribù" o caste, sono il frutto del mescolamento delle due popolazioni originarie. Secondo Kumarasamy Thangaraj, ricercatore del CCMB di Hyderabad e coautore dello studio: "E' impossibile distinguere le caste dalle tribù utilizzando i dati genetici: ciò corrobora l'idea che le caste nacquero direttamente dall'organizzazione tribale della società indiana primigenia."
L'unica eccezione è la popolazione indigena delle Isole Andamane, che formano un arcipelago nell'Oceano indiano e contano attualmente solo poche centinaia di individui. Gli abitanti delle Andamane risultano essere imparentati filogeneticamente solo con gli indiani ancestrali del Sud.
"Gli Andamanesi sono unici", ha concluso Nick Patterson, coautore dello studio "Comprendere la loro origine fornisce una finestra nella storia degli indiani ancestrali del Sud, relativamente a un periodo in cui, decine di migliaia di anni fa, si separarono dalle altre popolazioni euroasiatiche".
"Il nostro progetto di campionare le tribù in via di estinzione delle isole Andamane ha avuto più successo di quanto si potesse sperare", ha aggiunto Lalji Singh, primo autore dello studio. "E' possibile a questo punto ipotizzare che gli abitanti di quelle isole siano gli unici sopravvissuti degli antichi colonizzatori dell'Asia meridionale".
Posted in: ANTROPOLOGIA, RICERCA on giovedì 24 settembre 2009 at alle 05:14 0 commenti, commenta qui
Negli anni settanta, in quella che è la regione più arida della Terra, il deserto di Atacama, un gruppo di archeologi scavando nell’antico cimitero di Coyo Oriente, in Cile, scoprì 225 scheletri e mummie risalenti a un periodo compreso fra 500 e mille anni fa, quattro dei quali, appartenuti a donne, mostravano strane lesioni. Come se una parte del loro cranio fosse stata erosa o quasi “divorata”. L’ipotesi avanzata allora fu che quelle lesioni potessero derivare da lebbra, tubercolosi o cancro. Oggi, a trent’anni di distanza, un gruppo di ricercatori diretti da Otto Appenzeller del New Mexico Health Enhancement e Carney Matheson della Lakehead University a Thunder Bay, in Ontario, è venuto a capo di questo “giallo” archeologico. Come raccontano in un articolo pubblicato sulla rivista on line ad accesso pubblico Plos One, amplificando e analizzando il DNA estratto da frammenti di tessuti mummificati che ancora aderivano ai teschi hanno infatti potuto identificare diversi geni che sono caratteristici del protozoo parassita Leishmania, che provoca la leishmaniosi. La leishmaniosi in effetti è endemica in buona parte del Sud America, ma “la malattia – osserva Appenzeller – oggi non è presente a San Pedro de Atacama ed è improbabile che vi fosse mille anni fa, dato che il clima estremamente secco impedisce al parassita di completare il proprio ciclo di vita” : altrimenti sarebbe facilmente divenuto endemico dato che ad Atacama “tutto il resto che gli serve per il suo ciclo di vita – sabbia, roditori e cani – è presente”. Secondo i ricercatori, le donne il cui teschio riportava quelle strane lesioni sarebbero state immigrate Yungas, una popolazione che viveva a 400 chilometri di distanza nel bassopiano tropicale alle falde orientali delle Ande, dove la leishmaniosi è endemica. Gli abitanti delle aree montane e desertiche di Atacama, dediti per lo più all’allevamento di lama, apprezzavano le sostanze allucinogene che crescevano nei territori degli Yungas tanto che si era creata una fitta rete commerciale fra le due regioni. Probabilmente, osservano i ricercatori, le quattro donne avevano contratto la malattia da giovani nel bassopiano e si erano poi sposate con persone di Atacama prima che si manifestassero le lesioni facciali, che per svilupparsi richiedono una ventina d’anni.
Posted in: ANTROPOLOGIA, MALATTIE, MISTERI SVELATI on lunedì 14 settembre 2009 at alle 04:25 0 commenti, commenta qui
| Le due cantanti degli Abba (Ap) |
IL CAMBIO DI DIETA - Lo sostiene una ricerca dell’università di Oslo, che sottolinea il ruolo giocato dall’alimentazione nello schiarire la pelle delle popolazioni nordiche. «In Inghilterra, tra i 5.500 e 5.200 anni fa, il pesce smise di essere l’alimento principale. Ciò portò al rapido sviluppo di un colore chiaro», spiega lo studio, citato dal Times. «I climi freddi e le elevate latitudini accelerarono questo passaggio. Il cibo prodotto dall’agricoltura era infatti una fonte insufficiente di vitamina D, mentre la radiazione solare risultava troppo bassa per produrne abbastanza attraverso un colorito scuro».
IL RUOLO DELLA VITAMINA D – Gli umani possono sintetizzare questa sostanza attraverso la luce ultravioletta, ma quelli con la pelle scura fanno più fatica. Non a caso, ai bambini bianchi come il latte bastano dai 10 ai 20 minuti di esposizione al sole per produrre la dose giornaliera di vitamina D, mentre quelli più scuri, proprio perché più protetti, ci impiegano quattro volte tanto. Dunque secondo i ricercatori, la pelle chiarissima degli scandinavi sarebbe da attribuire alla necessità, da parte dell’organismo, di ottimizzare la produzione di vitamina D, la cui carenza provoca problemi alle ossa, tumori, diabete e altre patologie. Tra gli alimenti più ricchi di questa sostanza, oltre all’olio di fegato di merluzzo, ci sono i pesci grassi, il latte e le uova.
Carola Frediani
01 settembre 2009
Posted in: ANTROPOLOGIA, STORIA, UOMO on martedì 1 settembre 2009 at alle 09:52 0 commenti, commenta qui
Gli scheletri della Guadalupa sono resti umani ritrovati in quest’ isola delle Indie Occidentali, la loro particolarità è che sono stati trovati lungo una formazione di calcare che secondo la datazione geologica moderna, è di 28 milioni di anni cioè è uno strato del Miocene, molti millenni prima di quando l’uomo moderno apparve sulla terra. Questo ha fatto si che molti studiosi non accettino la datazione di questi scheletri sebbene il dibattito sia ancora aperto. Gli scheletri sono attualmente alloggiati nelle collezioni del British Museum of Natural History.
Proprio al largo della Guadalupa, a est del villaggio di Moule, nelle Indie Occidentali, si trova una formazione lunga un chilometro di calcare del Miocene, di circa 25 milioni di anni. Ciò è del tutto normale. Tuttavia, la storia ricorda che alla fine dal 1700 molti scheletri umani – tutti indistinguibili da uomo moderno – sono state trovati in questa formazione calcarea. Uno dei campioni estratti, in una lastra 2-ton, è stato spedito al British Museum nel 1812 ed è stato mostrto al pubblico, ma con l’arrivo della teoria di Darwin, lo scheletro fossile è stato messo nel seminterrato. Questi esemplari sono stati recentemente riportati all’attenzione dal creazionista di Bill Cooper del libro ( “Fossili umani e il diluvio di Noè”, vol. 5, no. 3, 1983, pp. 6-9).
Tuttavia, la scoperta di questi resti umani è stato ben documentato nella letteratura scientifica e tutt’ora tali fossili sono visibili. Questo però presenterebbe un problema per la teoria evoluzionistica poichè sarebbe innegabile che un essere umano moderno sia in un “terreno” di 25 milioni di anni prima! Non solo, ma l’uomo non sarebbe nato in Africa, ma bensì nelle Americhe una ventina di migliaia di anni fa.
Anche se pertinenti geologhi datano la formazione di calcare del Miocene , questa si trova 2-3 metri al di sotto di una vecchia barriera corallina di almeno un milione di anni, l’unico modo di comprendere questa grave anomalia geologico o archeologico può essere cercare di capire se veramente la formazione di calcare da cui provengono questi resti è stato veramente così.
Fonte: http://www.oopart.it
Posted in: ANTROPOLOGIA, MISTERI, OOPART, RITROVAMENTI on giovedì 25 giugno 2009 at alle 03:48 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, GENI, RITROVAMENTI on mercoledì 24 giugno 2009 at alle 02:02 0 commenti, commenta qui
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Posted in: ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA, MISTERI, RICERCA, RITROVAMENTI, STORIA on venerdì 19 giugno 2009 at alle 00:01 0 commenti, commenta qui
E' davvero una scoperta archeologica eccezionale, quella fatta nella contea britannica del Dorset: una fossa comune con 45 scheletri smembrati. Gli archeologi pensano che siano giovani celti uccisi circa 2.000 anni fa dai soldati dell'Impero Romano.
Il ritrovamento e' stato fatto vicino alla citta' di Weymouth, nel Dorset, durante i lavori di scavo per la costruzione di una strada per le olimpiadi di Londra 2012. In un'area di 60 metri di diametro gli archeologi hanno riportato alla luce teschi, ossa delle gambe e gabbie toraciche disposti in parti separate all'interno della fossa comune.
"E' raro trovare un sito di sepoltura come questo" ha spiegato l'archeologo David Score direttore dell'organizzazione Oxford Archeology. "Le teste - ha aggiunto - sono state decapitate e le altre parti del corpo sono state tagliate. Non sappiamo ancora se questo e' stato fatto prima a dopo la loro morte o se fosse un tipo di rituale".
Molto probabilmente questi scheletri, secondo gli archeologi, sono di giovani uomini che vissero intorno al 43 DC. "Supponiamo - ha detto Score - che questo sia cio' che rimanga di un conflitto avvenuto tra i soldati Romani e le locali popolazioni". La fossa comune, infatti e' stata ritrovata a poca distanza da Maiden Castle, la piu' grande fortezza europea dell'Eta' del Ferro abitata dalla tribu' celtica dei Durotrigi, la stessa che cerco' di resistere alla Legione Romana guidata dall'imperatore Vespasiano.
fonte ansa - http://www.ansa.it
QUI le straordinarie foto del ritrovamento pubblicate dal sito on line del Daily Mail.
fonte-mysterium.blogosfere.it
Posted in: ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA, MISTERI, RICERCA, RITROVAMENTI on sabato 13 giugno 2009 at alle 14:31 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, RICERCA, STORIA on lunedì 8 giugno 2009 at alle 06:35 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, GENETICA, NATURA, RICERCA, SCIENZA on martedì 2 giugno 2009 at alle 03:43 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA, MISTERI, RICERCA, SCIENZA, STORIA on venerdì 29 maggio 2009 at alle 02:09 0 commenti, commenta qui
Posted in: ANTROPOLOGIA, MISTERI SVELATI, RICERCA on giovedì 28 maggio 2009 at alle 05:00 0 commenti, commenta qui
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