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Le origini “dell’ordine”


Scavi a Gesher Benot Ya’aqov (Naama Goren-Inbar)
Il detto “una casa ordinata, una mente ordinata” è particolarmente tenuto in considerazione dai ricercatori dell’evoluzione umana; una delle caratteristiche del comportamento moderno è infatti la sofisticata organizzazione degli spazi abitativi.
Ora uno studio pubblicato su Science indica almeno nel sito di Gesher Benot Ya’aqov (Israele), popolato da hominini quasi 800000 anni fa, le radici di questa accuratezza.
Mentre i luoghi occupati dagli uomini moderni mostrano spesso segni di “aree di attività” separate (focolari, cucine, letti, ecc.), fino a poco tempo fa c’erano poche prove che gli altrihominini si organizzassero similmente.
Per esempio nei siti di Abric Romaní in Spagna e Tor Faraj in Giordania, dove i Neandertal vissero tra i 50000 e i 70000 anni fa (ovvero quando non erano ancora arrivati gli uomini moderni), c’era già una divisione spaziale.
Nel sito di Gesher Benot Ya’aqov, nella valle di Hula, è stato annunciato che addirittura l’Homo heidelbergensis - forse l’ultimo antenato comune fra Sapiens e Neandertal – mostrasse queste tendenze.
In questo posto risalirebbero peraltro i primi segni di padronanza del fuoco: 790000 anni fa, cioè circa 400000 anni prima che a Zhoukoudian, in Cina.
Gli archeologi Nira Alperson-Afil e Naama Goren-Inbar, della Hebrew University in Jerusalem, hanno mappato le precise locazioni e la densità di migliaia di resti di piante e animali e gli strumenti in pietra qui rinvenuti.
Si è scoperto che le attività degli hominini erano concentrate in due aree ben definite.
La scheggiatura di strumenti in selce era concentrata nell’area nordoccidentale; quella di basalto e calcare intorno ad un focolare a sud-est. Gli stessi resti animali e vegetali erano separati in base alla loro natura.
La divisione dello spazio in questo sito sarebbe dunque il segno di una “sofisticata cognizione” una volta ritenuta appartenere solo agli uomini moderni.
Per l’archeologo Clive Gamble ciò conferma altre ricerche secondo cui l’Homo heidelbergensis“era una specie molto ordinata”: nel sito di Boxgrove (Inghilterra), 500000 anni fa, “in un paesaggio senza focolari essi seguirono le regole su come ottenere, fare e gettare via i loro strumenti in pietra. Non c’era niente di casuale in queste attività, e Gesher Benot Ya’aqov ora estende questo modello indietro nel tempo”.
Ma l’archeologa Lyn Wadley è molto più cauta: a parte il riconoscere l’inaspettata complessità degli spazi abitativi, pensa che ciò sarebbe un sicuro segno di sofisticata cognizione solo se quegli hominini attribuissero significati simbolici al modo in cui dividevano i loro spazi.
Localizzazione di Gesher Benot Ya’aqov
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Scoperta l'origine dell' homo sapiens :la Cina

«L'Homo sapiens è nato in Cina»

Resti fossili umani nella provincia di Guangxi: secondo gli studiosi risalgono a 110 mila anni fa

Le parti di mandibola scoperte dai ricercatori
Le parti di mandibola scoperte dai ricercatori
MILANO
- L'uomo moderno, l'Homo sapiens, è nato in Cina e non in Africa. Inoltre è più vecchio: ha 110 mila anni invece dei centomila dell’africano. Questa la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell’Istituto di paleontologia dell’Università di Pechino dopo il ritrovamento di alcuni resti fossili umani nel sud della Cina, nella provincia di Guangxi. Gli studiosi guidati dal professor Jin Changzhu hanno scoperto parti di una mandibola che analizzata ha portato al risultato annunciato con un comunicato della stessa Università. Le conclusioni porteranno sicuramente molte polemiche anche perché il territorio di ricerca delle nostre origini è complesso e in molti particolari sfumato e impreciso. I cinesi hanno dimostrato una certa determinazione nel descrivere i risultati delle analisi che saranno pubblicati sul Chinese Science Bulletin alla fine di questo mese, anche se tutti concordano, e non potrebbe essere diversamente, che le ricerche dovranno continuare.

IPOTESI MULTIREGIONALE - Se tutto ciò sarà confermato rafforzerà in modo significativo l'«ipotesi multiregionale» che alcuni paleontologi vanno da tempo sostenendo per l'origine dell'uomo. Questa dice che i moderni umani sono i discendenti dei primi uomini usciti dall'Africa ma che poi si sono incrociati con le popolazioni che incontravano nelle altre regioni. L'ipotesi contraria vigente invece dice che tutti noi siamo diretti successori dei progenitori africani di centomila anni fa. Le opinioni già si scontrano. Il professor Milfordd Wolpoff dell’Università americana del Michigan si è espresso a favore del risultato cinese. Chris Stringer paleontologo del Natural History Museum di Londra ipotizza che potrebbero essere i resti di un uomo di Neanderthal la cui popolazione sembrava essersi estesa anche verso la Cina. La ricerca di cui riferisce New Scientistcomunque continua, in attesa di conferme ulteriori.

Giovanni Caprara

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La selezione naturale dell'uomo continua ancora

Analizzando tratti significativi per la salute umana di oltre 2000 donne, ottenuti da uno studio durato oltre 60 anni, è stato possibile misurare gli effetti sul numero di figli che hanno avuto
Nell'uomo l'evoluzione continua a procedere approssimativamente allo stesso ritmo con cui si sviluppa negli altri organismi viventi. E' questo il risultato di uno studio condotto da Stephen Stearns e collaboratori della Yale University, che è apparso sull'ultimo numero dei "Proceedings of the National Academy of Sciences"
( "Natural selection in a contemporary human population").

"E' diffusa l'idea che poiché la medicina è stata in grado di ridurre i tassi di mortalità, la selezione naturale non opererebbe più sull'uomo. Il messaggio del nostro studio è che invece l'uomo sta ancora evolvendo, e che la selezione naturale è ancora all'opera", ha osservato Stearns.

Sfruttando i dati raccolti nel quadro di uno studio che si sta protraendo da oltre 60 anni, il Framingham Heart Study - un progetto varato dal National Heart, Lung, and Blood Institute e dall'Università di Boston nel 1948, e tuttora in corso - i ricercatori hanno analizzato diversi tratti significativi per la salute umana di oltre 2000 donne, per poi misurarne gli effetti sul numero di figli che hanno avuto nel corso della vita.

In questo modo si è potuta stimare la forza della selezione e fare previsioni a breve termine sul modo in cui tali tratti si possano evolvere in futuro. Dopo aver pesato i risultati sulla base di fattori come il fumo e l'educazione, i loro modelli hanno previsto che i discendenti di quelle donne sarebbero stati leggermente più bassi e pesanti, una pressione sanguigna e livelli di colesterolo più bassi, un'età inferiore per la prima gravidanza e sarebbero entrate in menopausa più avanti negli anni.

I cambiamenti possono essere lenti e graduali, ma i tassi di variazione previsti non sono differenti da quelli osservati altrove in natura: "L'evoluzione che è in atto nelle donne del Framingham si allinea sui tassi medi di evoluzione misurati in altri animali e piante", ha detto Stearns. "Questi risultati pongono l'essere umano all'estremità inferiore fra quelli sulla media dello spettro dei tassi osservati in altri esseri viventi. Ma quello che è importante è che che gli esseri umani non sono speciali per quanto concerne la velocità a cui si evolvono. Sono nella media."

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Gli "Hobbit" forse non erano umani


Teschio di Homo floresiensis (FunkMonk)

Teschio di Homo floresiensis (FunkMonk)

Si alimenta il dibattito sull’origine dell’Homo floresiensis, il cosiddetto “hobbit”, di cui vennero trovati i resti scheletrici nell’isola indonesiana di Flores nel 2003.

Ci sono diverse ipotesi: per alcuni, erano uomini moderni affetti da nanismo insulare o, come sostengono Teuku Jacob, Alan Thorne e Maciej Henneberg, pigmei affetti da microcefalia; per altri, come l’antropologa Debbie Argue, fu l’ultima specie del genere Homo a convivere con l’Homo sapiens: l’Homo floresiensis si estinse infatti 17000 anni fa a seguito di un’eruzione vulcanica, mentre l’Homo neanderthalensis 30000 anni fa (o al massimo 24000).

Ora si aggiunge un’altra teoria. I paleoantropologi Peter Brown e Tomoko Maeda, due degli scopritori dei fossili, che avevano inizialmente posto la specie nel genere Homo chiamandolo appunto Homo floresiensis, stanno considerando l’ipotesi di rimuovergli lo status di “umano”.

I due sostengono infatti che la stirpe degli hobbit lasciò l’Africa “forse prima dell’evoluzione del genere Homo” (comparso 2.5 milioni di anni fa). Cade dunque la loro stessa teoria secondo cui l’Homo floresiensis fu un’evoluzione dell’Homo erectus, come pensarono dopo aver trovato strumenti in pietra di 840000 anni in un sito di Flores. Secondo Brown, le prove dimostrano che l’antenato diretto degli hobbit precedette l’indonesiano Homo erectus.

A sostegno di ciò, Brown e Maeda hanno studiato i resti dei più antichi Hominini mai trovati fuori dall’Africa, gli scheletri di Homo georgicus di Dmanisi (Georgia), datati a 1.8 milioni di anni fa e considerati una via di mezzo fra l’Homo habilis e l’Homo erectus (o il suo vicino parente Homo ergaster). E hanno notato che l’Homo floresiensis è più simile all’australopiteco che agli Hominini di Dmanisi. Dunque i primi hobbit lasciarono l’Africa prima che gli Hominini raggiunsero la Dmanisi.

Brown conclude: “Sicuramente è possibile che in alcune parti dell’Asia, un isolato gruppo di hominini simile agli australopitechi si evolvette in una direzione particolare – l’Homo floresiensis– e si diffusero all’indietro verso l’Africa”.

I resti dell’Homo floresiensis sono rappresentati da 6 o 9 individui, a seconda della disposizione degli scheletri, che vengono datati dai 17000 ai 95000 anni fa. Senza mento, erano alti un metro e avevano braccia e piedi molto lunghi.

Brown fa parte dei cosiddetti africanisti, secondo cui gli Homo sapiens si evolvettero circa 200000 anni fa e rimpazzarono i discendenti delle altre specie esistenti. Jacob, Thorne e Henneberg sono invece dei “multiregionalisti”; sostengono cioè che le specie si svilupparono in diverse regioni dai migranti africani e vennero spinte in una comune evoluzione grazie all’ibridazione: per questo non possono accettare che due specie diverse vissero così a lungo nella stessa regione.

L'isola di flores (Michiel1972)

L'isola di flores (Michiel1972)

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Ecco dove viveva e cosa mangiava Ardi l' Ardipithecus

Grazie all'analisi dell'abbondanza relativa degli isotopi di carbonio nelle ossa e nei denti di Ardipithecus ramidus è stato possibile ricostruire la sua dieta, concludendo che essa è tipica di una zona di foresta rada

Tra le molte sorprese associate alla scoperta dei più antico scheletro completo di ominide, l'Ardipithecus ramidus annunciata la settimana scorsa, vi è la conclusione che questa specie fece i suoi primi passi verso la deambulazione eretta non nella savana, come ritenuto finora da generazioni di scienziati a partire da Charles Darwin, ma su un territorio di foresta rada.

Per giungere alla conclusione, Stanley Ambrose e colleghi dell'Università dell'Illinois coautori dell'articolo apparso sulla rivista “Science”, hanno analizzato i denti di alcune decine di specie di mammiferi trovati nello stesso strato di suolo dell'Ardipithecus, al fine di ricostruire il suo ambiente.

E uno dei passi cruciali per poter dimostrare che Darwin era in torto è l'analisi degli isotopi del carbonio del suolo e nei denti di Ardipithecus e degli altri animali che vivevano all'incirca nello stesso periodo nella stessa regione.

Com'è noto la massa degli atomi di carbonio nell'atmosfera è variabile, e durante la fotosintesi alberi e l'erba tropicale assorbono differenti proporzioni di carbonio-12, l'isotopo più comune, e di carbonio-13, più raro. Gli isotopi passano nel suolo e negli organismi degli animali che si nutrono di piante, e ciò rende possibile ricostruire accuratamente le proporzioni di erba e alberi nella dieta degli animali che vivevano nella zona.

Ambrose e colleghi hanno analizzato le abbondanze relative degli isotopi di carbonio nelle ossa di 36 esemplari e nei denti di 5 altri di Ardipithecus confrontandoli con altri 172 denti di alcune decine di mammiferi di diverse specie trovati nello stesso suolo.
Secondo i risultati delle analisi a quel tempo il territorio variava da un terreno boschivo nella parte occidentale della zona studiata fino a una prateria intervallata da alberi.

L'analisi dei denti trovati sul sito forniscono un quadro più completo dell'habitat degli animali che vivevano nella zona.

“La distribuzione degli isotopi del carbonio delle piante consente di separare non solo le praterie dalle foreste ma anche gli animali che brucavano a terra, come le zebre, da quelli che si nutrivano delle foglie degli alberi, come le giraffe: la distribuzione dei fossili dei 2,03 picchi animali sono un riflesso dell'habitat presente.”

Ma anche i denti dello stesso Ardipithecus sono eloquenti sulle abitudini e sulla dieta della specie.

“La dieta di Ardipithecus è caratteristica della foresta rada e dei margini della foresta”, concludono i ricercatori. “Nella sua dieta c'è molto più del carbonio dell'ecositema della foresta rada che nello scimpanzé ma molto meno dei loro discendenti, le australopitecine che correvano nella savana.”

Queste prove, insieme con gli studi anatomici che indicano che Ardipithecus era in grado di camminare eretto ma anche di afferrare i rami degli alberi con i piedi, suggeriscono che questo ominide ancestrale fece i suoi primi passi su due gambe nella foresta molto prima che si avventurasse nella prateria aperta.

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Ricostruita la storia genetica degli indiani

Le parentele genetiche di diversi gruppi di indiani indicano che essi, a eccezione degli abitanti delle Andamane, sono il frutto del mescolamento di due popolazioni ancestrali

In uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nature”, un gruppo internazionale di ricerca descrive la possibilità di sfruttare la moderna tecnologia di analisi genomica per studiare la storia antica dell’India, la seconda nazione più popolosa del mondo.

La ricerca rivela che quasi tutti gli indiani moderni sono il risultato di due contributi genomici dovuti ad altrettante popolazioni ancestrali distinte. In seguito a questo antico mescolamento, molti gruppi hanno sperimentato periodi di isolamento genetico reciproco per altre migliaia di anni. Lo studio, che ha notevoli implicazioni sanitarie per gli indiani moderni, si è svolto presso il Centre for Cellular and Molecular Biology (CCMB) di Hyderabad, in India, in collaborazione con i ricercatori dell’Harvard Medical School, dell'Harvard School of Public Health e del Broad Institute di Harvard e del MIT.

Sebbene le sequenze genetiche di due qualunque popolazioni differiscano geneticamente per non più dello 0,1 per cento, questa piccola frazione del genoma è una ricca fonte di informazioni: per gettare una luce sulla variabilità genetica nel subcontinente indiano, il gruppo ha analizzato più di 500.000 marker genetici sui genomi di 132 soggetti di 25 gruppi diversi, in rappresentanza di 13 stati e sei famiglie linguistiche, sia delle caste più elevate sia di qulle più basse, nonché di differenti gruppi tribali. Le analisi hanno rivelato l'esistenza di due popolazioni ancestrali.

"Differenti gruppi indiani hanno ereditato dal 40 all'80 per cento dei loro geni dalla cosiddetta popolazione ancestrale degli indiani del Nord, collegati con gli euroasiatici dell'ovest, mentre gli altri discendono dalla popolazione ancestrale degli indiani del Sud, che non sono imparentati con alcun gruppo al di fuori dell'India", ha spiegato David Reich, professore associato di genetica dell'Harvard Medical School e membro associato del Broad Institute.

Il risultato consente così di acquisire nuove conoscenze sull'origine dell'organizzazione sociale indiana, poiché quasi tutti i gruppi considerati, siano essi "tribù" o caste, sono il frutto del mescolamento delle due popolazioni originarie. Secondo Kumarasamy Thangaraj, ricercatore del CCMB di Hyderabad e coautore dello studio: "E' impossibile distinguere le caste dalle tribù utilizzando i dati genetici: ciò corrobora l'idea che le caste nacquero direttamente dall'organizzazione tribale della società indiana primigenia."

L'unica eccezione è la popolazione indigena delle Isole Andamane, che formano un arcipelago nell'Oceano indiano e contano attualmente solo poche centinaia di individui. Gli abitanti delle Andamane risultano essere imparentati filogeneticamente solo con gli indiani ancestrali del Sud.

"Gli Andamanesi sono unici", ha concluso Nick Patterson, coautore dello studio "Comprendere la loro origine fornisce una finestra nella storia degli indiani ancestrali del Sud, relativamente a un periodo in cui, decine di migliaia di anni fa, si separarono dalle altre popolazioni euroasiatiche".

"Il nostro progetto di campionare le tribù in via di estinzione delle isole Andamane ha avuto più successo di quanto si potesse sperare", ha aggiunto Lalji Singh, primo autore dello studio. "E' possibile a questo punto ipotizzare che gli abitanti di quelle isole siano gli unici sopravvissuti degli antichi colonizzatori dell'Asia meridionale".

http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Ricostruita_la_storia_genetica_degli_indiani/1340110

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Spiegato il mistero delle mummie di Atacama


journal_pone_0006983_g002Negli anni settanta, in quella che è la regione più arida della Terra, il deserto di Atacama, un gruppo di archeologi scavando nell’antico cimitero di Coyo Oriente, in Cile, scoprì 225 scheletri e mummie risalenti a un periodo compreso fra 500 e mille anni fa, quattro dei quali, appartenuti a donne, mostravano strane lesioni. Come se una parte del loro cranio fosse stata erosa o quasi “divorata”. L’ipotesi avanzata allora fu che quelle lesioni potessero derivare da lebbra, tubercolosi o cancro. Oggi, a trent’anni di distanza, un gruppo di ricercatori diretti da Otto Appenzeller del New Mexico Health Enhancement e Carney Matheson della Lakehead University a Thunder Bay, in Ontario, è venuto a capo di questo “giallo” archeologico. Come raccontano in un articolo pubblicato sulla rivista on line ad accesso pubblico Plos One, amplificando e analizzando il DNA estratto da frammenti di tessuti mummificati che ancora aderivano ai teschi hanno infatti potuto identificare diversi geni che sono caratteristici del protozoo parassita Leishmania, che provoca la leishmaniosi. La leishmaniosi in effetti è endemica in buona parte del Sud America, ma “la malattia – osserva Appenzeller – oggi non è presente a San Pedro de Atacama ed è improbabile che vi fosse mille anni fa, dato che il clima estremamente secco impedisce al parassita di completare il proprio ciclo di vita” : altrimenti sarebbe facilmente divenuto endemico dato che ad Atacama “tutto il resto che gli serve per il suo ciclo di vita – sabbia, roditori e cani – è presente”. Secondo i ricercatori, le donne il cui teschio riportava quelle strane lesioni sarebbero state immigrate Yungas, una popolazione che viveva a 400 chilometri di distanza nel bassopiano tropicale alle falde orientali delle Ande, dove la leishmaniosi è endemica. Gli abitanti delle aree montane e desertiche di Atacama, dediti per lo più all’allevamento di lama, apprezzavano le sostanze allucinogene che crescevano nei territori degli Yungas tanto che si era creata una fitta rete commerciale fra le due regioni. Probabilmente, osservano i ricercatori, le quattro donne avevano contratto la malattia da giovani nel bassopiano e si erano poi sposate con persone di Atacama prima che si manifestassero le lesioni facciali, che per svilupparsi richiedono una ventina d’anni.

Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/

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Quando gli svedesi erano «neri»

IL COLORE È CAMBIATO CON L'ALIMENTAZIONE

Quando gli svedesi erano «neri»

Le popolazioni che oltre 5mila anni fa abitavano la scandinavia avevano la pelle scura

Le due cantanti degli Abba (Ap)
Le due cantanti degli Abba (Ap)
MILANO -
Altro che quel colorito pallido, bianco e rosa, pronto a diventare violaceo dopo qualche ora di frequentazione delle spiagge italiane. C’è stato un tempo in cui inglesi e scandinavi avevano la pelle scura e non si dovevano preoccupare di spalmarsi il corpo con creme a elevata protezione. In effetti si tratta di oltre 5.500 anni fa: in quel periodo i nord-europei, da cacciatori-raccoglitori divennero agricoltori, cambiando regime alimentare e diventando più chiari. La nuova dieta contadina conteneva infatti meno vitamina D rispetto alla precedente, ricca di proteine animali.

IL CAMBIO DI DIETA - Lo sostiene una ricerca dell’università di Oslo, che sottolinea il ruolo giocato dall’alimentazione nello schiarire la pelle delle popolazioni nordiche. «In Inghilterra, tra i 5.500 e 5.200 anni fa, il pesce smise di essere l’alimento principale. Ciò portò al rapido sviluppo di un colore chiaro», spiega lo studio, citato dal Times. «I climi freddi e le elevate latitudini accelerarono questo passaggio. Il cibo prodotto dall’agricoltura era infatti una fonte insufficiente di vitamina D, mentre la radiazione solare risultava troppo bassa per produrne abbastanza attraverso un colorito scuro».

IL RUOLO DELLA VITAMINA D – Gli umani possono sintetizzare questa sostanza attraverso la luce ultravioletta, ma quelli con la pelle scura fanno più fatica. Non a caso, ai bambini bianchi come il latte bastano dai 10 ai 20 minuti di esposizione al sole per produrre la dose giornaliera di vitamina D, mentre quelli più scuri, proprio perché più protetti, ci impiegano quattro volte tanto. Dunque secondo i ricercatori, la pelle chiarissima degli scandinavi sarebbe da attribuire alla necessità, da parte dell’organismo, di ottimizzare la produzione di vitamina D, la cui carenza provoca problemi alle ossa, tumori, diabete e altre patologie. Tra gli alimenti più ricchi di questa sostanza, oltre all’olio di fegato di merluzzo, ci sono i pesci grassi, il latte e le uova.

Carola Frediani
01 settembre 2009

www.corriere.it

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Gli scheletri umani “impossibili” di Guadalupa

Gli scheletri della Guadalupa sono resti umani ritrovati in quest’ isola delle Indie Occidentali, la loro particolarità è che sono stati trovati lungo una formazione di calcare che secondo la datazione geologica moderna, è di 28 milioni di anni cioè è uno strato del Miocene, molti millenni prima di quando l’uomo moderno apparve sulla terra. Questo ha fatto si che molti studiosi non accettino la datazione di questi scheletri sebbene il dibattito sia ancora aperto. Gli scheletri sono attualmente alloggiati nelle collezioni del British Museum of Natural History.

Proprio al largo della Guadalupa, a est del villaggio di Moule, nelle Indie Occidentali, si trova una formazione lunga un chilometro di calcare del Miocene, di circa 25 milioni di anni. Ciò è del tutto normale. Tuttavia, la storia ricorda che alla fine dal 1700 molti scheletri umani – tutti indistinguibili da uomo moderno – sono state trovati in questa formazione calcarea. Uno dei campioni estratti, in una lastra 2-ton, è stato spedito al British Museum nel 1812 ed è stato mostrto al pubblico, ma con l’arrivo della teoria di Darwin, lo scheletro fossile è stato messo nel seminterrato. Questi esemplari sono stati recentemente riportati all’attenzione dal creazionista di Bill Cooper del libro ( “Fossili umani e il diluvio di Noè”, vol. 5, no. 3, 1983, pp. 6-9).
Tuttavia, la scoperta di questi resti umani è stato ben documentato nella letteratura scientifica e tutt’ora tali fossili sono visibili. Questo però presenterebbe un problema per la teoria evoluzionistica poichè sarebbe innegabile che un essere umano moderno sia in un “terreno” di 25 milioni di anni prima! Non solo, ma l’uomo non sarebbe nato in Africa, ma bensì nelle Americhe una ventina di migliaia di anni fa.
Anche se pertinenti geologhi datano la formazione di calcare del Miocene , questa si trova 2-3 metri al di sotto di una vecchia barriera corallina di almeno un milione di anni, l’unico modo di comprendere questa grave anomalia geologico o archeologico può essere cercare di capire se veramente la formazione di calcare da cui provengono questi resti è stato veramente così.

Fonte: http://www.oopart.it




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All'origine del cervello dei primati

Un cranio della specie Ignacius graybullianus appartenente a un ordine comparso in un arco di tempo di 10 milioni di anni tra l’estinzione dei dinosauri e i primi antenati tracciabili dei moderni primati, consente di limitare le ipotesi sull'aumento delle dimensioni cerebrali.
Sono quelle di un antico cervello di primate le immagini tridimensionali ottenute grazie a scansioni tomografiche computerizzate da un gruppo di ricercatori dell’Università della Florida e dell’Università di Winnipeg, in Canada, e rivelano che questo nostro lontano parente filogenetico, vissuto 54 milioni di anni fa, faceva affidamento sulle sensazioni olfattive più che su quelle visive.

Lo studio, ora pubblicato sui ”Proceedings of the National Academy of Sciences” restringe le possibilità circa le cause dell’evoluzione di cervelli di maggiori dimensioni tra i primati.

Il passo verso un cervello di maggiori dimensioni avvenne per effetto di un’accelerazione evolutiva circa 10 milioni di anni dopo l’estinzione dei dinosauri. A quell’epoca, si svilupparono proporzionalmente di più le regioni che sovrintendono alla visione, mentre il bulbo olfattivo si mantenne in rapporto più piccolo.

Il cranio in questione – delle dimensioni di circa quattro centimetri e in buone condizioni - appartiene a un esemplare della specie Ignacius graybullianus, facente parte dell'ordine (estinto) dei Plesiadapiformi, comparsi in un arco di tempo di 10 milioni di anni tra l’estinzione dei dinosauri e i primi antenati tracciabili dei moderni primati.

"La maggior parte delle spiegazioni sull’evoluzione dei cervelli dei primati sono basate su dati che riguardano i primati viventi”, ha spiegato l’autrice dello studio, Mary Silcox, antropologa della Winnipeg e ricercatrice del Museo di storia naturale dell’Università della Florida. "Perciò vi sono state solo ipotesi su come potevano essere i cervelli degli antichi primati; ora si è scoperto che la maggior parte di esse è falsa.”

"Un ampio e complesso cervello è stato considerato per lungo tempo come uno dei maggiori passi che separarono i primati dal resto dei mammiferi”, ha aggiunto Jonathan Bloch, coautore dello studio. "A guardare le nostre umili origini, non è che fossimo poi così speciali: per tale processo occorsero decine di milioni di anni.”

In una precedente ricerca, Bloch e Silcox avevano stabilito che i Plesiadapiformi rappresentavano specie di transizione. Ignacius era simile ai moderni primati in termini di dieta e di abitudini arboricole, ma non era in grado di passare da albero ad albero.

Per molti aspetti, i primati delle origini si comportavano come quelli attuali, ma erano dotati di un cervello che era da metà a due terzi delle minime dimensioni di quelli moderni: ciò implica che fattori quali la capacità di arrampicarsi sugli alberi o una dieta a base di frutta possono essere eliminati come cause potenziali dell'evoluzione di un cervello di maggiori dimensioni, dal momento che Ignacius, dotato ancora di un cervello piccolo, già aveva queste abitudini."

La sorprendente combinazione di caratteristiche nei primi primati richiede una riconsiderazione dell'evoluzione del cervello, spiegano gli studiosi.

FONTE-lescienze.espresso.repubblica.it
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La tomba di Machu Picchu - Scoperta una tomba: ''E' di una cultura precedente a quella degli Incas''

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45 scheletri decapitati scoperti in una fossa comune di 2000 anni fa in Inghilterra.

E' davvero una scoperta archeologica eccezionale, quella fatta nella contea britannica del Dorset: una fossa comune con 45 scheletri smembrati. Gli archeologi pensano che siano giovani celti uccisi circa 2.000 anni fa dai soldati dell'Impero Romano.

Il ritrovamento e' stato fatto vicino alla citta' di Weymouth, nel Dorset, durante i lavori di scavo per la costruzione di una strada per le olimpiadi di Londra 2012. In un'area di 60 metri di diametro gli archeologi hanno riportato alla luce teschi, ossa delle gambe e gabbie toraciche disposti in parti separate all'interno della fossa comune.

"E' raro trovare un sito di sepoltura come questo" ha spiegato l'archeologo David Score direttore dell'organizzazione Oxford Archeology. "Le teste - ha aggiunto - sono state decapitate e le altre parti del corpo sono state tagliate. Non sappiamo ancora se questo e' stato fatto prima a dopo la loro morte o se fosse un tipo di rituale".

Molto probabilmente questi scheletri, secondo gli archeologi, sono di giovani uomini che vissero intorno al 43 DC. "Supponiamo - ha detto Score - che questo sia cio' che rimanga di un conflitto avvenuto tra i soldati Romani e le locali popolazioni". La fossa comune, infatti e' stata ritrovata a poca distanza da Maiden Castle, la piu' grande fortezza europea dell'Eta' del Ferro abitata dalla tribu' celtica dei Durotrigi, la stessa che cerco' di resistere alla Legione Romana guidata dall'imperatore Vespasiano.

fonte ansa - http://www.ansa.it

QUI le straordinarie foto del ritrovamento pubblicate dal sito on line del Daily Mail.

fonte-mysterium.blogosfere.it

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"Passami il pezzo di mammuth"Un barbecue di 29.000 anni fa

Gli studiosi hanno individuto in Repubblica Ceca un luogo adibito a grande cucina. E' in grado di rivelare le abitudini culinarie delle popolazioni europee che vissero decine di migliaia di anni fa. Con qualche sorpresa

SE LE POPOLAZIONI preistoriche che vissero nel centro Europa avessero avuto la possibilità di vedere come facciamo il barbecue, molto probabilmente avrebbero sorriso vedendo le fettine di carne che utilizziamo. Ben 29.000 anni fa, infatti, quegli uomini avevano già creato delle grosse "cucine" sulle quali arrostivano pezzi giganti di mammuth, che poi si spartivano. Il luogo del ritrovamento si chiama Pavlov VI e si trova nella Repubblica Ceca vicino ai confini con l'Austria e la Slovacchia. Si tratta di luogo ritenuto assai importante dagli archeologi perché permette di ricostruire alcune abitudini di particolari popolazioni europee che vissero alcune decine di migliaia di anni fa. E di farlo attraverso lo studio di uno degli ambienti più frequentati da quegli uomini: la cucina. 
Mentre alcune popolazioni contemporanee a nord dell'area in questione preferivano cibarsi di carne di renna, i residenti del Gravettian preferivano cucinare pezzi giganti di carne, che dalle renne non avrebbero mai potuto ottenere. E quindi ecco perché cacciavano mammuth. "La scoperta è importante perché dimostra come quelle persone abbiano avuto consuetudini in contrasto con altre popolazioni del Paleolitico superiore, proprio perché dipendevano pesantemente dai mammuth", spiega Jiri Svoboda, responsabile delle ricerche che sono apparse sulla rivista scientifica Antiquity e professore presso l'Università di Brno. 
Nell'ultima area di studio Svoboda ha trovato i resti arrostiti di un mammuth femmina e di un vitellino dello stesso animale non più alto di un metro e mezzo. Assieme a queste ossa ne sono state trovate altre appartenenti a una volpe artica, a un ghiottone, a un orso, oltre a rimanenze di cavalli, renne e lepri. "Il modo con il quale è stato cucinato il mammuth ricorda quello dei nostri giorni. Una serie di pietre riscaldate da sotto attraverso un fuoco, sulle quali venivano poste varie parti dell'animale", ha spiegato il ricercatore. 
Molto probabilmente però esisteva anche un luogo nel quale la carne veniva bollita. Il tutto doveva trovare riparo al di sotto di una struttura a forma di tenda. Come in ogni cucina che si rispetti sono stati trovati numerosi attrezzi, quali spatole, lame, seghetti che dovevano servire per tagliare la carne. 
Non è chiaro se il tutto venisse farcito con "frutti di mare", in quanto sono numerose le conchiglie ritrovate nella cucina, lavorate per essere utilizzate come ornamenti. Ma potrebbe essere il loro contenuto che cucinato con il resto. Attorno alla cucina sono stati ritrovati numerosi sassi e pezzi di argilla lavorati per farne ornamenti. 
Si suppone che alcuni di questi reperti possano avere avuto anche significati rituali o magici, come una testa di leone ritrovata ancora in ottimo stato. Spiega Svoboda a Discovery: "La testa del carnivoro venne dapprima scolpita in un blocco di argilla, quindi lavorata con uno strumento da taglio e infine riscaldata sul fuoco trasformandola in una sorta di ceramica. E' probabile che da essa gli uomini cercassero di influenzare l'ambiente dove vivevano, attraverso riti magici". 
FONTE-www.repubblica.it
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SCOPERTO NUOVO ANTENATO DELL'UOMO

E' Lluc, vissuto 11, 9 mln di anni fa e scoperto in Spagna

ROMA, 1 GIU - E' nato nel Mediterraneo e non in Africa il piu' antico antenato dell'uomo: e' Lluc, ominide vissuto 11,9 mln di anni fa e scoperto in Spagna.Lluc, scoperto in Catalogna, e' vissuto nel Miocene medio ma i suoi resti, parte della faccia e della mandibola ben conservati, rivelano un aspetto moderno con un prognatismo molto ridotto. 'Il ritrovamento fornisce elementi nuovi nella comprensione della storia delle origini della nostra famiglia, Hominidae',osserva Lorenzo Rook dell'universita' di Firenze.

FONTE-www.ansa.it
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Enigmi ancora da decifrare




La decifrazione delle lingue antiche è estremamente importante. Senza quest'opera paziente e per molti versi oscura, non sarebbe possibile, ai moderni, conoscere gran parte delle civiltà che quelle lingue hanno prodotto. E non sarebbe possibile, parimenti, conoscere le opere che queste civiltà hanno creato.
Secondo gli storici la prima scrittura ad aver fatto la sua comparsa sulla terra è la cuneiforme, utilizzata dai Sumeri nel 3000 a.C..
Successivamente la scrittura apparve in Europa, in Cina ed in America del sud.
Sebbene la maggior parte delle scritture siano state decifrate, esistono tuttoggi dei linguaggi che rimangono pressocchè oscuri, per gli studiosi. L'interpretazione di una scrittura richiede innanzitutto l'abbondanza dei testi e reperti che supportino gli studiosi.
Oggi le scritture antiche non ancora decifrate si distinguono tra scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si è compresa la lingua; scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; scritture il cui alfabeto e linguaggio sono entrambi incomprensibili.
La prima scrittura ancora da decifrare è quella etrusca. L'alfabeto si conosce e sono noti anche importanti aspetti della grammatica, ma l'interpretazione del linguaggio è tuttoggi incomprensibile. La maggior parte delle iscrizioni etrusche, infatti, sono per lo più di carattere funerario e molto brevi. L'etrusco non è una lingua indoeuropea, come la lingua basca, e non ha alcun legame con le altre grandi famiglie linguistiche dell'antichità.
Un discorso analogo si può fare per l'alfabeto meroitico, anch'esso sconosciuto, utilizzato dagli abitanti del regno di Kush, che ebbe la sua massima fioritura nell'800 a.C. nel nord Africa, tra il sud del moderno stato egiziano e la parte settentrionale del Sudan. Gli studiosi hanno decifrato l'alfabeto meroitico ma non ne conoscono il linguaggio. Del meroitico esistono due tipi di grafia, come per l'egiziano: la geroglifica, utilizzata sui monumenti, e la corsiva, per la vita di tutti i giorni ed i rapporti commerciali. Entrambe le scritture possiedono 23 segni decifrati, nel 1911, dall'egittologo Francis Llewellyn Griffith, ma il significato delle parole continua ad essere un enigma.
Tra le scritture che continuano a serbare misteri per gli studiosi vi sono un gruppo di grafie utilizzate da civiltà precolombiane: l'olmeca, la zapoteca e la epi-olmeca. La prima scrittura fu utilizzata dall'omonima civiltà tra il 1500 a.C. ed il 400 d.C. nell'attuale Messico centro meridionale. Nel 1990 è stato scoperto un blocco di pietra su cui compaiono iscrizioni che risalgono al 900 a.C.. La scrittura olmeca comprende 60 simboli che non sono stati decifrati.
Qualcosa di più si sa del linguaggio utilizzato dagli zapotechi, che abitarono la Valle di Oaxaca circa 2600 a.C. e che si servivano di una scrittura ad ideogrammi sillabici. Le prime iscrizioni appartengono al 600 a.C. e sono presenti su pareti dipinte, su vasi, ossa e gusci. Questa popolazione parlava un linguaggio che è tuttora usato da sparute popolazioni che vivono nel Centro America. Gli studiosi, malgrado questo, non sono riusciti a ricostruire l'alfabeto usato da queste civiltà, a causa della confusione e della complessità delle lingue paralte dalle moderne popolazioni zapoteche.
La scoperta di una grafia pre-olmeca risale al 1902, quando fu scoperta la statuetta di Tuxtla, una f igura in nefrite del II secolo d.C.
Tra le scritture antiche ancora da decifrare una delle più famose è la Lineare A. Scoperta insieme a un'altra scrittura antica, la Lineare B (decifrata nel 1952), dal celebre archeologo britannico Arthur Evans durante gli scavi a Creta nel 1900, questo alfabeto era usato sull'isola greca dalla civiltà micenea nel II millennio a.C. La scrittura è composta da segni che vanno da sinistra verso destra e presente su diverse tavolette d'argilla, ed è tuttora indecifrata e poco comprensibile, sebbene abbia molti simboli in comune con la Lineare B.
Segue la scrittura Rongo-Rongo (significa "canti") usata già dai primi abitanti dell'isola di Pasqua: essi sbarcarono sull’isola dell'Oceano Pacifico intorno al 300 d.C. Questa lingua antica è molto simile al Rapanui, l'odierno idioma parlato sull'isola, ma la scrittura è incomprensibile e complessa (si tratta di una grafia "bustrofedica", ovvero un sistema di segni che non ha una direzione fissa, ma che cambia senso continuamente). Sono arrivati fino a noi solo 25 iscrizioni in Rongo Rongo: la maggior parte di questi scritti sono incisi su pezzi di legno. Altra scrittura incomprensibile è quella Indus, usata dalla civiltà che visse nella Valle dell'Indo tra il 2.500 e il 1.900 a.C. Purtroppo ci restano poche iscrizioni, presenti per lo più su vasi di ceramica e non vanno oltre i 5 caratteri. I segni conosciuti sono circa 400 e a causa della brevità delle iscrizioni non è stato possibile ancora decifrare questa scrittura.
Le ultime due grafie storiche ancora da decifrare sono quella proto-elamica e la scrittura presente sul Disco di Festo. La prima è la più antica scrittura non-decifrata al mondo. Essa si sviluppò intorno al 3000 a.C. assieme alla scrittura sumerica. Quest'ultima visse diversi secoli ed è stata in parte decifrata, mentre la scrittura proto-elamica si estinse dopo appena 150 anni dalla sua comparsa nella regione di Elam, antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell'Iran. Sappiamo davvero poco delle popolazioni che usavano questa scrittura. Ancora oggi restano oscuri sia i caratteri sia la lingua delle iscrizioni. La scrittura presente sul Disco di Festo è un insieme di simboli impressi con stampini incisi su entrambe le facciate del reperto archeologico. Scoperto nel 1908 dagli italiani Luigi Pernier e Federico Halbherr, mentre stavano scavando a Creta nel palazzo minoico di Festo, questo magnifico reperto risale al 1700 a.C. ed è composto da 241 simboli: tutti i segni non sono stati ancora decifrati e non hanno nessuna somiglianza con le scritture conosciute del tempo.
fonte-oltrelanotte.splinder.com
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L'evoluzione dell'uomo? Nasce in cucina

La ricerca: la scoperta del fuoco e le nuove tecniche di cottura hanno favorito lo sviluppo del cervelloNEW YORK – Persino antropologi leggendari come Charles Darwin e Claude Levi-Strauss non hanno mai prestato troppa attenzione alla «gastronomia» degli uomini primitivi, arrivando alla conclusione che fosse un dettaglio marginale della loro storia. A smentirli, adesso, è lo studioso di Harvard, Richard Wrangham (IN FOTO), secondo cui il segreto dell'evoluzione dei nostri progenitori starebbe proprio nell'aver imparato a cucinare. L’inedita, rivoluzionaria teoria sull’evoluzione umana – ribattezzata «the cooking hypothesis», l’ipotesi culinaria - è contenuta nel libro Catching fire: How cooking made us human dove il docente di antropologia biologica del più prestigioso ateneo americano sostiene che la scoperta del fuoco e la successiva intuizione che il cibo avvicinato alle fiamme diventava migliore ha avuto effetti cruciali sull'evoluzione umana.

I VANTAGGI DEL FUOCO - «Le scimmie cominciarono a trasformarsi in umani e la specie dell’Homo Erectus è emersa 2 milioni di anni fa per un motivo fondamentale - teorizza Wrangham -, abbiamo imparato a domare il fuoco e a cucinare i cibi». Carni e vegetali cotti sono molto più facili da digerire di quelli crudi; l’energia così risparmiata nella digestione venne trasferita dall'organismo dei primi ominidi al loro cervello, provocandone un aumento di superficie e capacità intellettuale. «Quest’energia in più ha dato ai primi cuochi significativi vantaggi biologici - scrive lo studioso -. Che li aiutarono a riprodursi meglio di prima, moltiplicando i propri geni».

IL RUOLO DELLE DONNE - L'abitudine di consumare i pasti attorno al fuoco avrebbe inoltre insegnato ai nostri antenati come socializzare con i propri simili, temperando la loro natura aggressiva. Ma la nascita della cucina avrebbe avuto anche un effetto collaterale: la condanna del sesso femminile a un ruolo subalterno rispetto ai maschi. Meno forti fisicamente, le donne furono probabilmente destinate alla cottura dei cibi, attività stanziale che richiedeva tempo. Non potendo più muoversi, le femmine persero autonomia e furono costrette a contare solo sui loro compagni per procurarsi gli alimenti. Fu probabilmente allora, conclude Wrangham, che nacque l'istituzione del matrimonio. “Non per ragioni sentimentali, ma per rispondere a un'esigenza di protezione”. Alla fine, secondo Wrangham – che ha studiato in Tanzania con la leggendaria etologa Jane Goodall - l’’uomo cuoco’ è stato ben fondamentale dell’’uomo cacciatore’. “Mangiare carne ha avuto un impatto minore che cucinarla”, afferma, ricordando in un capitolo come famosi naufraghi ed esploratori quali Thor Heyerdahl e Alexander Selkirk, (ispiratore di Robinson Crusoe) sopravvissero proprio perché usarono il fuoco per cuocere i loro cibi.
fonte -www.corriere.it
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