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Avatar può diventare realtà


umanoidi_luna
Un uomo sulla Luna no, ma un umanoide sicuramente sì. Fa parte del nuovo progetto della Nasa l'invio di umanoidi sul nostro unico satellite, un allunaggio vero e proprio ma vissuto da creature non umane.
In realtà, anche l'uomo sarà presente sulla Luna durante la speciale missione, ma in maniera indiretta, o meglio "a distanza". Avete presente Avatar, il nuovo film di James Cameron? Ebbene, l'uomo sarà presente più o meno allo stesso modo, controllando dalla Terra i movimenti e le azioni dei nuovi astronauti robot.
Certo, su Pandora erano le connessioni neuronali a permettere il controllo dell'avatar, ma sul pianeta Terra a controllare gli astronauti umanoidi, i NASA C-3POs, saranno visori ad alta definizione e abiti di "telepresenza", capaci di riprodurre a distanza i movimenti sulla Luna.
Ma proviamo un pò ad immaginare in termini concreti cosa comporta l'introduzione di una simile tecnologia per la Nasa. La spedizione di un "non umano" consente di risparmiare sui sistemi di supporto vitale, che renderanno anche il veicolo spaziale più leggero, agile e meno ingombrante. Il peso dell'intero sistema sarebbe notevolmente ridotto, diminuendo così anche le dimensioni del razzo.
Certo, non sarà emozionante come mettere effettivamente piedi sulla Luna, ma di certo è l'esperienza che più vi si avvicina. E poi la Nasa in questo modo avrà sempre a disposizione astronauti. Volendo correre con la fantasia, potrebbe essere il videogioco spaziale del futuro.
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Scoperte tre antiche galassie



galassie-infrarossi
L'immagine (vedi foto a sinistra), ottenuta nell'ambito del programma Hubble Deep Field 09, mostra tre galassie con magnitudine H circa 29 (un filtro infrarosso). Non è un'immagine bella, spettacolare, colorata, ma è ricca di significato scientifico, perché ci porta in un'epoca mai osservata prima. Infatti, si pensa che qualche centinaio di anni dopo il Big Bang, l'Universo si sia raffreddato formando atomi neutri. Questi atomi si sono addensati in nubi che hanno poi originato le stelle e quindi le galassie; in alternativa, singolarità spaziotemporali (buchi neri) create dalle collisioni di onde gravitazionali sviluppate dal Big Bang, hanno costituito la necessaria attrazione gravitazionale per creare galassie e quindi le stelle. Qualunque sia l'ipotesi, si pensa che a circa z=11, ovvero 13.244 miliardi di anni fa, quando l'Universo aveva appena 420 milioni di anni, le prime stelle e/o i primi quasar si siano accesi, e la radiazione emessa ha ionizzato gli atomi (epoca della re-ionizzazione).

Fino a oggi non è mai stato possibile osservare sorgenti cosmiche a z = 11, che rimane un passo fondamentale per verificare la validità delle teorie cosmologiche. La scoperta riportata da Bouwens et al.  si avvicina terribilmente al periodo interessato e ci porta a soli 30 milioni di anni dalla reionizzazione. Un niente, se si tiene conto dei possibili errori di misura. Gli scienziati hanno trovato 3 galassie, che secondo i modelli attuali, confermano l'importanza di queste strutture nel fornire radiazione ultravioletta necessaria per la reionizzazione e, inoltre, stabilisce che le galassie devono essersi formare in epoca anteriore a z = 10. Questo facilita l'ipotesi di una formazione dovuta alla singolarità (top-bottom) e non a un'aggregazione di stelle formatesi prima (bottom-top). Infatti, per quest'ultima ipotesi non c'è tempo sufficiente dal Big Bang. Quale sia il tipo di galassie scoperte da Bouwens non è possibile stabilirlo con la strumentazione attuale, per cui si spera che ci riesca il successore di HST, il James Webb Space Telescope.
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Nuove ipotesi sul meteorite ALH 84001


Un meteorite marziano scoperto nel 1992 in Antartide conterrebbe tracce fossili di microrganismi vissuti anticamente su Marte. Ad anticipare la notizia, in via di pubblicazione sulla rivista scientifica Geochimica et Cosmochimica Acta, è il sito americano specializzato in attività spaziali Spaceflight Now. Il meteorite, Allen Hills o ALH 84001, è noto da tempo agli studiosi, che lo stanno analizzando fin dai primi anni ‘90. Tuttavia nessuno finora aveva trovato tracce fossili. Lo ha fatto il gruppo coordinato da Kathie Thomas Keprta, del Johnson Space Center della Nasa, utilizzando un microscopio elettronico ad alta risoluzione che ha permesso di analizzare i dischi di carbonato e i minuscoli cristalli di magnetite presenti all’interno del meteorite. Secondo gli autori della ricerca i batteri fossili sono racchiusi in cristalli di magnetite, prodotti dagli stessi batteri. La Nasa, riferisce ancora il sito americano, si prepara ad annunciare la scoperta nei prossimi giorni. Le prime osservazioni fatte sullo stesso meteorite vennero annunciate nel 7 agosto 1996 dalla Nasa e dalla Casa Bianca e in quell’occasione l’allora presidente Usa Bill Clinton aveva promesso che le ricerche in questo ambito sarebbero andate avanti.

“I microrganismi fossili su Marte ci sono; da geologo mi saprei stupito se non li avessero visti”: commenta così la notizia Vincenzo Rizzo, del dipartimento di Scienze della Terra dell’università di Firenze e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), che ha descritto recentemente formazioni fossili marziane sull’International Journal of Astrobiology e un suo nuovo studio è in via di pubblicazione su un’altra rivista scientifica internazionale. Le ricerche di Rizzo, condotte in collaborazione con Nicola Cantasano, dell’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo (Isafom) del Cnr, si basano sull’analisi delle immagini raccolte e trasmesse a Terra dalla sonda della Nasa Opportunity. Riguardano due tipi di formazioni: le sferette soprannominate “mirtilli”, individuate da tempo nella zona del pianeta chiamata Meridiani Planum, la grande pianura a Sud dell’equatore marziano. Le sferule, secondo i due ricercatori italiani, “potrebbero essere strutture organosedimentarie, probabilmente prodotte da microrganismi”. La loro origine potrebbe trovare una spiegazione simile a quella delle strutture chiamate stromatoliti presenti sulla Terra e formate da sottilissime lamine nelle quali sono intrappolati microrganismi antichissimi, sia animali (colonie di batteri) o vegetali (microscopiche alghe). Tuttavia, rileva Rizzo, “é difficile fare qualsiasi parallelo tra i microfossili marziani e qualsiasi forma di vita microscopica sulla Terra”.


Fonte: www.ansa.it


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Arrivano i nuovi astronauti robot


Se fosse per Patrick McGuire, scienziato dell'University of Chicago, la NASA non dovrebbe decidere tra l'invio di una persona o di un robot nello spazio: le basterebbe inviare un "astrobiologo cyborg" o un astronauta umano,si, ma equipaggiato con una intelligenza artificiale molto avanzata, magari da portare 'a spalla'.

Il team di McGuire sta lavorando su una rete neurale specificamente programmata per identificare nuove forme di vita: allo stato attuale, il sistema artificiale riesce da solo a distinguere alcuni tipi di licheni tra loro (dal colore, ndr) ed 'ammettere' di non conoscere altre specie.

A valle di un (più o meno) lungo addestramento, questo 'cervellone' potrebbe arrivare a riconoscere varie specie anche a livello microscopico, o a individuare nuove specie sulla base delle conoscenze acquisite e della combinazione tra le caratteristiche di uno sterminato database di specie viventi.

Non vedremo molto presto questa tecnologia, ma se tra una decina d'anni riprenderà con vigore l'esplorazione spaziale, l'ipotesi di inviare intelligenze artificiali ad esplorare lo spazio sarà molto più che una possibilità.

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Torna sulla terra il clown spaziale

L'atterraggio in Kazakhstan di Guy Laliberte' e dell'equipaggio della SoyuzKOROLYOV (RUSSIA) - Una capsula Soyuz russa con a bordo il turista spaziale canadese Guy Laliberté (patron del Cirque du Soleil), un astronauta russo e uno americano è atterrata in Kazakhstan. La capsula è atterrata come previsto nella steppa vicino a Arkalyk, nel nord del paese, alle 6:30 ora italiana.

Guy Laliberté, il settimo turista spaziale, ha speso 35 milioni di dollari per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno a bordo del Soyuz, Il canadese, primo artista a viaggiare nello spazio, era giunto il 2 ottobre a bordo della stazione spaziale internazionale (Iss). La missione è durata due settimane. I suoi compagni di viaggio sono il cosmonauta russo Ghennady Padalka e l'astronauta americano Michael Barratt.

fonte

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NASA, spazio e topi volanti

Lo Shuttle posticipa il rientro, il nuovo razzo vettore di NASA dà finalmente segni di vita e i topi si esercitano nella levitazione magnetica. Nel frattempo il Giappone si appresta a conquistare il suo posto da protagonista sulla ISS.

Roma - Non c'è pace per lo Shuttle Discovery impegnato nella missione STS-128. Il vascello NASA continua a sperimentare piccoli ma fastidiosi incidenti di percorso che si susseguono in ogni fase del viaggio, e dopo due false partenze e una valvola malfunzionante che minacciava di farlo rimanere a terra ancora a lungo, è ora il turno delle condizioni meteorologiche avverse fare la propria parte nella storia.

Il Discovery era atteso al ritorno presso il Kennedy Space Center già questo giovedì, ma NASA è stata costretta a ritardare la partenza dalla Stazione Spaziale Orbitante a causa delle tempeste e dei forti venti che hanno interessato la zona dell'atterraggio. Come risultato il vascello dovrà rimanere in orbita un giorno in più sui 13 previsti per la missione e, vista la perdurante situazione meteo, ci sono buone possibilità che alla fine i giorni spesi nello spazio saranno 15 o forse più.

Un paio di note positive per NASA arrivano invece dai test sperimentali condotti qui sulla Terra, soprattutto nel caso della prova del razzo vettore Ares già interessato da un malfunzionamento lo scorso 27 agosto. Ares 1, il primo stadio del razzo vettore di nuova generazione realizzato nell'ambito del progetto Constellation, è stato finalmente acceso nello stato dello Utah generando una spinta di oltre 1,3 milioni di chilogrammi forza e fornendo ai ricercatori una messe di dati preziosi sulla sua operatività.

"Con questo test - conferma Alex Priskos di NASA - abbiamo preso le lezioni imparate dai tanti anni di esperienza nello sviluppo dei motori a razzo con propellente solido e abbiamo costruito a partire da quelle fondamenta". "Oggi il nostro team ha raccolto dati da 650 sensori per valutare le performance del motore", dice Priskos, rimarcando ancora una volta l'importanza del test e di quelli che seguiranno per comprendere "i punti di forza e le debolezze dell'engine" in modo da "realizzare il motore più sicuro e affidabile possibile".

L'altro risultato positivo nell'ambito degli esperimenti NASA non sarà forse epocale quanto Ares 1, nondimeno fa notizia per le sue peculiarità: al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California, i ricercatori sono riusciti a far levitare alcuni topi sfruttando un magnete operante in condizioni di totale sicurezza per la cavia. L'effetto della levitazione è stato ottenuto applicando una pressione magnetica alle particelle di acqua contenute nel corpo dei roditori, e a quanto pare è stato necessario sedare leggermente le cavie per evitare un eccesso di disorientamento dovuto alle mutate condizioni di gravità.

Passando dai topi volanti di NASA all'estremo Oriente, infine, il Giappone festeggia il successo del lancio della sua prima missione spaziale senza equipaggio. Il vascello H-II Transfer Vehicle (HTV) è partito senza problemi dallo Tanegashima Space Center nella parte meridionale del paese, a bordo del razzo H-2B e con destinazione SSI. Sulla stazione HTV porterà 3,5 tonnellate di cibo, rifornimenti e materiale per esperimenti, viatico di quella che dovrebbe diventare una ulteriore, preziosa opzione per fare la spola (con o senza astronauti) con la stazione internazionale dopo il pensionamento obbligatorio dello Shuttle.

Alfonso Maruccia

Fonte:
Fonte dell'immagine: NASA JPL
Vedi:
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Un nuovo motore 'ionico' potrebbe raggiungere Marte in 39 Giorni.

Poco più di una settimana fa il mondo ha celebrato il primo allunaggio, e tutti sembrano guardare con rinnovato entusiasmo alla prossima meta dell'esplorazione spaziale: il suolo di Marte.

Disgraziatamente il sistema propulsivo utilizzato per la Luna porterebbe l'uomo a dover impiegare almeno 6 mesi per raggiungere Marte, al costo di centinaia di miliardi di euro.

Il problema dei vettori tradizionali è che sono terribilmente inefficienti: circa il 90% del peso di ogni missione è rappresentato dal carburante, un bel pò di questo viene bruciato semplicemente per uscire dal campo gravitazionale terrestre: un nuovo prototipo di motore ionico, sviluppato dall'ex astronauta Franklin Chang-Diaz, può raggiungere Marte in soli 39 giorni utilizzando molto meno carburante.

Il funzionamento? Anzichè bruciare carburante, 'riscalda' gli atomi per creare ed espellere plasma: il Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket si compone di tre parti magnetiche, la prima riscalda un gas come l'argon fino a realizzare plasma a 50.000 gradi Celsius, la seconda lo 'energizza' con onde elettromagnetiche portandolo alla temperatura di un milione di gradi. La terza parte converte questa energia in movimento (e velocità).

Se vi state chiedendo come si fa a contenere qualcosa che 'scotta' un milione di gradi, ora sapete perchè le parti del motore sono costituite da forti campi magnetici.

Problemi? Come sempre ce ne sono.

Il primo è che questo motore da 200kW produce solo mezzo chilo di spinta: potrebbe bastare nel vuoto cosmico per spingere due tonnellate dal Sole a Giove in 19 mesi, ma per lasciare la Terra? Occorreranno comunque del carburante ed un vettore tradizionale per portarlo fuori dall'orbita.

Il secondo è che il motore funziona a energia solare (ottimo per missioni vicina), e per missioni a largo raggio occorrono più di 200MW di energia: solo un reattore nucleare può fornirne tanta.

Speriamo che questi problemi vengano limati, perchè Chang-Diaz e i suoi colleghi della Ad Astra Rocket Company faranno dei tests nella Stazione Spaziale Internazionale tra 2 anni: potrebbe essere l'inizio di una nuova era nei viaggi spaziali.

FONTE: futuroprossimo.blogosfere



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Marte potrebbe nascondere nel sottosuolo una grande falda acquifera.

Il pianeta rosso potrebbe avere un grande falda freatica sotto la sua superficie, a dispetto di quanto dicono i dati inviati dai satelliti, che hanno localizzato la sola acqua rilevata intrappolata nelle calotte polari.

Recentemente sono state, però, scoperte delle strutture geologiche che fanno pensare che proprio lì, una volta, scorreva in superficie dell'acqua, che ora potrebbe essersi nascosta sotto la crosta rocciosa.

Il satellite orbitante Mars Express dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) con il suo radar sounder, MARSIS (Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding) , che, operando a basse frequenze, penetra la superficie marziana fino ad un centinaio di metri di profondità, fino ad ora non ha trovato presenza di acquiferi nel sottosuolo , malgrado molti studi dicano che se c'è acqua questa dovrebbe trovarsi entro i nove chilometri dalla superficie, un limite che rientra nelle possibilità di Marsis.

Bill Farrel e colleghi del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt nel Maryland propongono su Geophysical Research Letters che, malgrado le evidenze, non si dovrebbe rinunciare alla ricerca proprio ora. E' vero che il segnale radar del satellite dovrebbe rimbalzare indietro quando incontra superfici come l'acqua, ma i ricercatori hanno calcolato che se lo strato di roccia e di suolo ghiacciato sopra l'acqua è particolarmente conduttivo, questi potrebbero assorbire abbastanza energia dal radar da oscurarne il segnale.

Un lavoro quello fatto, che secondo Farrell, sarà utile per altre missioni verso corpi ghiacciati perché non deve succedere, dicono i ricercatori, che futuri geologi , analizzando i dati del radar e non vedendo segnali, pensino che non ci siano acquiferi.

fonte apcom : http://www.apcom.net



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