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Ucraina anno 1975: scoperta una “sfera nera” artificiale extraterrestre?


L’Ucraina, come ogni altro paese dell’Europa orientale, è famosa per le basse temperature nel periodo invernale, le quali sono devastanti per il territorio. Ma, come la vicina Russia, le sue viscere sotterranee nascondono misteri che meritano di essere salvati dall’oblio. La “sfera nera” è una di questi. Ciò che a prima vista sorprende è che questo oggetto sembra nient’altro che una sorta di minerale circolare non molto grande e con toni marroni-nerastri in tutta la sua superficie. Tuttavia, se ci soffermiamo a guardare la storia di questo ritrovamento, cominceremo a vedere che le analisi effettuate su di essa  sono state completate, con risultati sicuramente unici. La strana formazione fu trovata, da un gruppo di lavoratori, nel 1975 in Ucraina occidentale, in particolare all’interno di una cava di argilla, situata a circa 8 metri di profondità. La prima attenzione fu data dalla sua forma regolare, ma che in maniera anomala si trovava in uno strato argilloso dell’età di circa 10 milioni di anni fa. Uno di questi lavoratori, che si trovava nella cava, tentò di colpire l’oggetto ma non si ruppe totalmente, scheggiando una piccola parte. Cio permise l’uomo di intravedere all’interno dell’oggetto stesso, costituito da una sostanza simile al vetro. L’uomo prese così il macigno e lo portò a casa. Ignaro di cosa fosse, lo donò al figlio piccolo. Il bambino, ignaro di ciò che aveva tra le mani, se lo portò a scuola. Ma lo dimenticò lì. Fu lì che un professore intuì che si trattava di un qualcosa di più di una semplice formazione rocciosa. La sfera passò degli anni in un museo cittadino fino a quando, coincidenze del destino, cadde nelle mani del professor Boris Nikolayevich Naumenko, componente dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze. La scoperta di Naumenko consentì finalmente di prendere seriamente in carico indagini scientifiche e si avvalse così della consulenza di due suoi colleghi: il dottor Menkov dell’Istituto di Fisica di Mosca e Valentin Fomenko, dell’Associazione Industriale e Scientifica “Soyuz”. Fin dall’inizio, dopo aver stabilito lo sviluppo di un programma di analisi, l’obiettivo comune fu quello di non peggiorare lo stato della pietra, che poteva essere di origine extraterrestre. Dalle analisi si evinse che la sfera aveva una forma ovoidale, l’asse di simmetria misurava 8,75 centimetri e il diametro perpendicolare della maggiore longitudine misurava 8,47 centimetri. Il suo peso fu stimato di 617,22 grammi. La sua densità, invece, di 1,934 grammi/centimetro cubico era inferiore a quella del cristallo, del quarzo e dell’ossidiana. Un punto importante dello studio fu quello di stabilire l’età dell’oggetto. Dopo aver effettuato la procedura del caso, si notò che la differenza tra il metodo effettuato e l’età geologica differiscono a malapena. Di conseguenza, e tenendo conto che si trattava di un oggetto apparentemente artificiale, chi realizzò questa cosa 10 milioni di anni fa e con quale scopo? Il dottor Formenko fece ulteriori analisi, utilizzando una unità industriale di raggi X RUP 150/300. Dalla radiografia fatta alla sfera comprovò che il nucleo, simile ad un mezzo uovo, possedeva una densità minore di zero. Vale a dire che era di massa negativa. I dati appena esposti, uniti alla presunta antichità, sono ben al di là di qualsiasi attività umana, lasciando aperta la possibilità della costruzione da parte di una civiltà ancora sconosciuta. Ovviamente, se si ipotizza con la probabilità che la massa del nucleo sia negativa, i dottori russi hanno anche ipotizzato trattarsi di un deposito di antimateria, inteso (sempre ipoteticamente) come fonte di energia. Le indagini sulle misteriosa sfera nera continuano, anche nella mani di parapsicologi, i quali si sono affrettati a dire che il dispositivo ha la capacità di trasmettere una inquietante “energia psichica”. Ma questa è un’altra storia.
In apertura immagine di una pagina della presunta analisi scientifica fatta sul reperto.
Nota di Antonio De Comite (Direttore Generale Centro Ufologico Taranto). Al momento questa storia sembra essere scomparsa dai libri di Ufologia e archeologia misterica. Qui si tratterebbe di un vero OOPART, un reperto che per caratteristiche e funzionamento non ha nulla a che vedere con il sito geologico di ritrovamento. Tralasciando il discorso dubbio sull’intervento di parapsicologi, qui si parla di analisi scientifiche, che sfociano in ipotesi sconvolgenti come “fonte energetica” ad antimateria. Fantascienza? Forse, ma che fine a fatto questa storia? Perchè non c’è un approfondimento su ciò? Perchè di questa (apparente) scoperta non se ne parla più?
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I Bastoni di Ishango


Il Giornale OnlineCinquemila anni fa ci avevano assicurato finora, nella terra dei due fiumi, i sumeri cominciarono a contare. Niente affatto! Ventimila anni fa nel cuore del continente nero pescatori pieni di immaginazione creativa già utilizzavano ossa segnate con sistemi numerici. C’è di che sconbussolare perfino gli estremismi di Martin Bernal e della sua Atena nera




Senza aver mai messo piede in Africa Darwin aveva già capito tutto: era lì che bisognava cercare l’origine dell’umanità. Il nostro albero genealogico da Lucy, con i suoi tre milioni e mezzo di anni, a Roumai, vecchio di sette milioni di stagioni, continua a infrondarsi in quella terra delle meraviglie antropologiche che è l’Africa Orientale.

Adesso si affaccia e si discute di un’altra ipotesi affascinante, sconvolgente: e se oltre che l’uomo anche la sua attività più astratta e insieme più pratica ovvero la matematica, fossero state inventate da un genio africano? Cinquemila anni fa ci avevano assicurato finora, nella terra dei due fiumi, i sumeri cominciarono a contare.

Niente affatto! Ventimila anni fa nel cuore del continente nero pescatori pieni di immaginazione creativa già utilizzavano ossa segnate con sistemi numerici. C’è di che sconbussolare perfino gli estremismi di Martin Bernal e della sua Atena nera.

Raccontiamo questo giallo archeologico africano. Ventimila anni fa dunque, in Africa australe, ancor più di oggi terra coperta di foreste spesse e di laghi grandi come il mare. Gli archeologi vi diranno che era l’età della pietra tarda: la animavano tribù indaffarate di pastori e di allevatori. Qui vicino alle rive del lago Edward si dedicavano alla pesca.

Era una vera civiltà, capace di migliorare sistematicamente i propri strumenti di lavoro, come gli arpioni fatti di osso, che disponeva di mole e pietre di quarzo perfettamente tagliate, che aveva corde fatte di fibre vegetali. Tutti oggetti che ha lasciato sulle rive del lago in provvidenziali discariche, insieme alle ossa degli animali e gli scheletri dei pesci.

Quanto sarebbero smilzi i nostri libri di storia antica senza questi magazzini di rifiuti! Un giorno un pescatore, forse in attesa che la pesca desse i suoi frutti, prese in mano due piccole ossa, uno di dieci e l’altro di quattordici centimetri. Uno era di un mammifero, forse un leone, forse una grande scimmia, l’altra umano. Ne incise metodicamente la superficie su tutte le facce: i segni ancora oggi hanno una cadenza perfetta simmetrica, sono serie cadenzate separate da uno spazio. Quell’uomo era forse il primo matematico della storia?

Ventimila anni dopo, nel 1950, in quella terra si chiama Ishango una cittadina del Congo ancora belga arriva Jean de Heinzelin, ricercatore de l’Institut Royal des Sciences Naturelles. Ha scelto proprio quella terrazza fossile all’imbocco del lago perché qui sono stati ritrovati arpioni in osso e una mandibola di ominide.

Intuizione fortunata la sua: dalle due profonde trincee scavate nel suolo escono conchiglie, arpioni, utensili in quarzo bianco. E il primo dei «bastoni di Ishango», l’osso che quell’ignoto antenato aveva così accuratamente inciso nella preistoria. Il suo lavoro è evidente: a una delle estremità ancora c’è un piccolo frammento di quarzo che serviva certo a tagliare.

Nove anni dopo il secondo osso arrichisce e ispessisce il mistero. Che spalanca ipotesi così innovative da turbare gli studiosi da più di mezzo secolo e da indurli a prudentissime reticenze. A Bruxelles fino a venerdì le due ossa saranno le «vedette» di un convegno internazionale.

Eppure i numeri sono lì: tre tratti, otto tratti... come non convertire le colonne in cifre? Il gioco delle combinazioni è inarrestabile, su un lato 10+1, 20+1, i numeri primi nel secondo, la regola del doppio nella terza, insomma un sistema matematico completo a base dieci. Altri hanno speculato sulla presenza prevalente del sei.

Ecco la prova definitiva! Ancora oggi molte popolazioni africane usano questa cifra come base di calcolo. Altri sono andati ancora più in là: è un calendario lunare. Oppure un’oggetto divinatorio. O uno strumento per dividere la pesca del giorno. Siamo alla fantascienza archeologica? Un regista misterioso si diverte a cancellare gli indizi: perché la mineralizzazione rende impossibile utilizzare la prova del radiocarbonio.


Fonte:
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Gli scheletri umani “impossibili” di Guadalupa

Gli scheletri della Guadalupa sono resti umani ritrovati in quest’ isola delle Indie Occidentali, la loro particolarità è che sono stati trovati lungo una formazione di calcare che secondo la datazione geologica moderna, è di 28 milioni di anni cioè è uno strato del Miocene, molti millenni prima di quando l’uomo moderno apparve sulla terra. Questo ha fatto si che molti studiosi non accettino la datazione di questi scheletri sebbene il dibattito sia ancora aperto. Gli scheletri sono attualmente alloggiati nelle collezioni del British Museum of Natural History.

Proprio al largo della Guadalupa, a est del villaggio di Moule, nelle Indie Occidentali, si trova una formazione lunga un chilometro di calcare del Miocene, di circa 25 milioni di anni. Ciò è del tutto normale. Tuttavia, la storia ricorda che alla fine dal 1700 molti scheletri umani – tutti indistinguibili da uomo moderno – sono state trovati in questa formazione calcarea. Uno dei campioni estratti, in una lastra 2-ton, è stato spedito al British Museum nel 1812 ed è stato mostrto al pubblico, ma con l’arrivo della teoria di Darwin, lo scheletro fossile è stato messo nel seminterrato. Questi esemplari sono stati recentemente riportati all’attenzione dal creazionista di Bill Cooper del libro ( “Fossili umani e il diluvio di Noè”, vol. 5, no. 3, 1983, pp. 6-9).
Tuttavia, la scoperta di questi resti umani è stato ben documentato nella letteratura scientifica e tutt’ora tali fossili sono visibili. Questo però presenterebbe un problema per la teoria evoluzionistica poichè sarebbe innegabile che un essere umano moderno sia in un “terreno” di 25 milioni di anni prima! Non solo, ma l’uomo non sarebbe nato in Africa, ma bensì nelle Americhe una ventina di migliaia di anni fa.
Anche se pertinenti geologhi datano la formazione di calcare del Miocene , questa si trova 2-3 metri al di sotto di una vecchia barriera corallina di almeno un milione di anni, l’unico modo di comprendere questa grave anomalia geologico o archeologico può essere cercare di capire se veramente la formazione di calcare da cui provengono questi resti è stato veramente così.

Fonte: http://www.oopart.it




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Barumini: ancora un enigma misterioso


Barùmini (siamo in provincia di Cagliari) non finisce di stupire. Già il suo nome e il suo territorio sono noti e stranoti in tutto il mondo, sia per il suo monumento plurimillenario della civiltà nuragica, sia per le molteplici impronte del periodo romano (è del settembre scorso l’ultima scoperta di un grande frontale di sarcofago del II secolo d.C. con scritta perfettamente leggibile: due genitori che dedicano l’urna funeraria alla diletta Valeria) e sia per le pagine storiche e artistiche tardo-medioevali legate alla nobiltà dei marchesi Çapata, che accompagneranno Barumini fino al secolo ventesimo. Tutti elementi che stratificano sul già famoso paese della Trexenta un plusvalore di notorietà e di interesse turistico di grande spessore (anche se non sfruttato appieno, purtroppo…). Eppure lo scandaglio ancora non ha toccato il fondo in tema sorprese.

Era l’estate del 2003, quando un operaio edile, scavando nella roccia, con i denti della benna urtò e spaccò in due un sasso di trachite chiara. Il suo occhio fu subito attratto da una forma sferica, una metà della quale era rimasta in una parte del masso e l’altra metà nell’altro pezzo. Scalpellando le due parti della sfera dai due pezzi di pietra e ricomponendole, l’operaio notò che si trattava di una pallina pesante della grandezza di una palla da tennis, all’interno della quale stava un’altra sfera più piccola perfettamente centrata nella prima, dentro la quale si indovinava un’ulteriore sfera granulosa e iridescente, unita saldamente a quella mediana e alla prima esosfera. Una sorta di matrioska a tre strati, insomma.

Il dott. Marco Antognini (a cui il sottoscritto ha chiesto di esaminare il reperto), curatore della parte mineralogica del Museo di storia naturale di Lugano, geologo alla galleria del Gottardo, dopo un esame scientifico, anche se non approfondito, esprime un referto naturalistico, ossia che si tratta di un nodulo polimetallico di origine naturale proveniente da fondali oceanici, globuli che si formano per aggregazione principalmente di manganese, ferro, calcio, stronzio, rame, nichel… senza comunque un apporto antropico. Necessitano comunque altre informazioni per un responso definitivo: natura della roccia incassante, giacitura del reperto, presenza o meno in loco di altri oggetti simili e soprattutto una 


particolare indagine pedologica della zona. L’età di questo reperto è logicamente la stessa della formazione geologica del masso che lo ingloba, 

in un contesto che racchiude anche numerosissimi fossili marini. Io stesso ne ho trovati molti sia nel comprensorio di Barumini che nei “tacchi” calcarei di Ísili. In particolare un pectinide di oltre 30 cm di larghezza e un bivalve di circa dieci centimetri ai margini della strada per Bau Perdu. Ísili, in provincia di Núoro, si trova attualmente a 523 m/sm, ma nel periodo miocenico dell’era cenozoica o terziaria, 24-14 milioni di anni fa, il mare forgiava quei “tacchi”, e la melma dei fondali, solidificando, incassava per sempre crostacei e bivalvi di vario genere. Barumini e anche Isili, in quel remoto periodo geologico erano ricoperte dal mare. Alla fine dell’ultima era glaciale, dai 7 ai diecimila anni fa, sotto l’effetto dello scioglimento dei ghiacci, il territorio giaceva sotto una coltre di 100 metri d’acqua.


Già l’origine naturale di questo oggetto sferico è affascinante: tutta la Marmilla era mare. Ma restano tuttavia alcuni dubbi sulla sua vera natura, originati dal fatto che sia un esemplare unico e soprattutto che esso mostri come un rigagnolo di metallo solidificato che fuoriesce da un “polo” e corre su un lato, dando l’idea di un versamento di sovraccolmo dall’interno, di fattura non naturale. Esso è inoltre un esemplare unico, incassato in un masso di trachite. Questi particolari accendono una spia importante: e se si trattasse di un manufatto di origine antropica?

Se fosse valida questa ipotesi, si tratterebbe evidentemente di un prodotto artificiale, legittimando le più azzardate fantasie. Per la fabbricazione della sua forma sferica è necessaria una matrice e nozioni fusorie e metallurgiche avanzate, non certo da primitivi. Ma come si concilia la sua età di varie migliaia di anni con l’esistenza dell’uomo nella zona? Chi, quando, come ha potuto costruire questa cosa misteriosa? A che cosa serviva un oggetto del genere? Forse a una misteriosa civiltà che non conosciamo? Da dove sono importati metalli qui inesistenti? Quali mezzi ha dovuto necessariamente usare un ipotetico essere umano per elaborare un tale oggetto? Sono quesiti enigmatici che proiettano violentemente la fantasia fino ai reperti archeologici tuttora inspiegati dalla scienza e addirittura al limitare della mitologia: quale civiltà può aver raggiunto la capacità di produrre un tale manufatto? In quei tempi remoti il continente, la Sicilia con le sue isole e Malta erano terre unite tra loro. Così pure la Sardegna con la Toscana. A Malta, la moderna archeologia subacquea ha scoperto i segni di una civiltà preistorica di cui non si conosce il nome e che non ha lasciato tracce sul terreno. C’è stata pure qui qualche relazione col mondo preistorico sardo? E’ un residuato di qualche ipotetico ciclo di superciviltà umana pre-Genesi? Sono note le fantasie scatenatesi su tale argomento – Nell’Irak e in Egitto sono state trovate lenti di un cristallo molato che solo oggi, a distanza di migliaia di anni, possiamo ottenere usando l’ossido di cesio, il quale si prepara per via elettronica. – All’inizio del XVIII secolo sono state trovate a Istanbul le famose carte geografiche di Piri Reis, comandante delle flotte ottomane: erano copie di altre molto più antiche di oltre diecimila anni, secondo i glaciologi. Sono nella Biblioteca nazionale di Berlino. La topografia dell’interno del continente antartico e perfino l’altitudine delle sue montagne sono esatte. Notare che i monti dell’Antartide furono scoperti e studiati solo nel 1952 e i rilievi possono essere mappati solo da mezzi aerei. – Nel museo di Bagdad sono esposte batterie di pile elettriche a secco, datate a migliaia di anni fa, funzionanti secondo il moderno principio di Galvani. – Sugli altipiani peruviani sono stati trovati monili di platino, e il platino fonde e si lavora solo a 1800° gradi, cosa possibile solo con tecniche moderne. – La prova del carbonio 14 assegna ai ciottoli di Lussac-le-Châteaux del Museo dell’Uomo a Parigi, la data di 15.000 anni. Siamo quindi nel periodo magdaleniano, eppure essi indossano abiti e scarpe di foggia moderna. – A 4.000 metri di altitudine nelle Ande peruviane esiste un calendario intagliato in un masso vulcanico, nel quale è indicata la durata dell’anno fino a quattro simboliche cifre decimali, con gli equinozi, le stagioni astronomiche e i movimenti della Luna. – Nel 1900 sono stati ripescati vicino all’isola di Antikytera misteriosi frammenti meccanici anteriori alle civiltà finora conosciute, frammenti che secondo gli esperti sarebbero pezzi di un calcolatore scientifico (cfr. Nous ne sommes pas les premiers, Andrew Thomas, ed. Albin Michel). Aggiungiamo i misteri delle piramidi, dei giganteschi disegni sulla superficie del deserto di Nazca, degli atlantidi di Platone… Un quadro ipotetico in cui, cadendo le risposte di carattere scientifico-naturalistico, si potrebbe collocare anche questo “enigma”. E la “leggenda” di Barumini continua.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com/

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Uno scienziato accende il computer inventato dai Greci 2000 anni fa

MILANO - Un misterioso congegno meccanico simile ad un orologio. Venne scoperto nel 1901 da alcuni pescatori nelle acque vicino a Antikythera, un’isolotto sperduto nel Mar Ionio della Grecia. Sembrava soltanto un blocco di ruggine agli occhi degli archeologi, che non diedero tanta importanza allo strano reperto ripescato da un veliero affondato. Quando però lo strano oggetto si ruppe nelle stanze degli archivi del Museo di Atene dov’era custodito vennero alla luce delle ruote dentate – gli scienziati si accorsero subito di essere di fronte a qualcosa di molto particolare. Era stato trovato il più vecchio “elaboratore” del mondo. Secondo gli scienziati del tempo il meccanismo di Antikythera era stato costruito per effettuare complicati calcoli astronomici: dal moto del Sole e della Luna nello Zodiaco a quello dei pianeti, ma anche per determinare le eclissi.

COPIA ESATTA - Si calcola che il meccanismo sia stato costruito 150 anni prima della nascita di Cristo. E’ composto da una trentina di ingranaggi in bronzo con una sottile dentatura. Gli archeologi parlarono di un capolavoro dell’ingegneria, uno straordinario reperto di tecnologia antica. Poi per un secolo più nulla. Ora, Michael Wright, ex curatore della sezione di Ingegneria Meccanica del Museo delle Scienze di Londra, ha ricostruito l’antico apparecchio. Una copia esatta: con le stesse dimensioni, gli stessi materiali riciclati. Insomma, quasi come l’originale. E la cosa incredibile è che questa copia – teoricamente – funziona nello stesso modo dell’originale. In un video pubblicato su YouTube nei giorni scorsi, ripreso dai maggiori blog e riviste tecnologiche, il ricercatore spiega il funzionamento del computer Antikythera.

PREVISIONI - I comandi, dice Wright, sono relativamente semplici: girando una manopola, posta sul lato dell’oggetto, è possibile scorrere i quadranti sovrapposti e, dalla combinazione di questi, prevedere i vari eventi astronomici. Basandosi sui modelli dell’antica Grecia si possono anche raffigurare le posizioni dei vari corpi celesti. Sulla parte davanti di questo blocco di bronzo era possibile notare delle iscrizioni del calendario greco ed egizio mentre le lancette mostravano le posizioni della Luna e degli allora cinque pianeti conosciuti. Sul retro, invece, due indicatori: uno mostrava un calendario di 19 anni e le Olimpiadi e il secondo quando ci sarebbero state eclissi di Luna e solari.

ZONE D’OMBRA - Da decenni il meccanismo di Antikythera non ha mancato di suscitare impressione ed interrogativi presso molti studiosi. La sua reale funzione è rimasta sconosciuta per lungo tempo, il suo utilizzo e fino ad oggi stato chiarito solo in parte. Infatti, ci sono ancora molte zone d’ombra sul funzionamento di questo strumento. Nel frattempo si sa che le poche incisioni decifrate sono una sorta di guida pratica.

Fonte: http://www.corriere.it/

Sotto alcune immagini del computer di Antikythera


Sopra il meccanismo originale

Sopra il meccanismo ricostruito dagli scienziati


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Testa che ricorda un “extraterrestre” scolpita…6000 anni fa?


Una misteriosa testa californiana… Un artefatto di bronzo risalente a oltre 6000 anni fa è stato recentemente scoperto nel Golden Gate Park a San Francisco in California. L’artefatto, che è una testa scolpita in bronzo sembra voler rappresentare una creatura mitologica con orecchie a punta e un naso elefantino, ed è stata scoperta da una dipendente del parco che era intenta a piantare fiori vicino ad uno dei sentieri del famoso parco americano. “Ho subito pensato fosse un oggetto fantastico”, ha detto Delaine Hackney che ha trovato la testa di bronzo. “Sono stato io a mostrarlo al mio amico che insegna archeologia a Berkeley dicendo che non aveva mai visto nulla di simile e se poteva essere prezioso”

L’artefatto infatti si è rivelato molto più prezioso di ciò che Odder Delaine poteva pensare. Il suo amico, il dottor Cindy O’Brian ha portato la scultura a Berkeley nel dipartimento archeologico dove ha fatto una serie di test tra cui l’isotropa per risalire alla data della testa di bronzo che è risultata circa 4000 avanti Cristo.

Questo fa si che sia il il più antico artefatto di bronzo mai trovato, visto che è più vecchio di 500 anni dei primi oggetti di bronzo ritrovati in Cina e databili circa 3000 a 3500 A.C.

La strana statua porta con la sua presenza tante domande:
La statua è stato portata nel parco o vi è sempre stata? Se qualcuno la portata, chi e in che epoca l’ha perduta nel Golden Gate Park? A che coltura va associata? Se invece fosse stata sempre li a che civiltà appartiene? Forse il bronzo era utilizzato nelle Americhe prima che in Cina?

In tutti i casi la statua forte dà prova del fatto che l’uomo antico aveva la capacità di creare bronzo molto prima quindi pensato in precedenza. L’università di farà ulteriori test per confermare la data, nonché dettagliate analisi del bronzo e della pietra blu degli occhi .

“Speriamo che ci confermino la datazione isotropa e che si possa scoprire che tipo di creatura la statua rappresenta“, ha dichiarato il Dr Cindy O’Brian. “Se saremo in grado di capire ciò che la statua rappresenta dovremmo essere in grado di trovare la cultura che ha creato la statua.
Abbiamo anche intenzione di tornare al sentiero dove la statua è stata trovata e vedere se siamo in grado di scoprire altri indizi per la sua origine
 “.

Fonte: http://www.oopart.it/


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La decodifica dei cieli: la soluzione del mistero del primo calcolatore al mondo


Le scoperte archeologiche sorprendenti, quelle che trasmettono persino all’archivista più noioso fantasticherie circa gli astronauti e gli antichi viaggiatori del tempo, sono purtroppo molto rare. C’è una colonna di ferro a Delhi eretta intorno al 900 a.C., che si è arrugginita solo pochissimo; la cosiddetta “batteria di Bagdad„ – un vasetto del periodo Sassanide che può essere (o no?) una pila elettrochimica, benchè sia difficile da sostenere, poiché non ha in nessun posto i contatti a cui attaccarsi. Ma ci sono alcuni piccoli appigli.

L’unico oggetto con una fama rispettabile per avere rovesciato le conoscenze stabilite è il meccanismo di Antikythera, un pezzo di bronzo corroso di 2.000 anni che è la parte più impressionante d’un movimento a orologeria, precedente al sec. XVIII, che possediamo.

Nel 1901, una squadra di subacquei greci, pescatori di spugne stava studiando un antico relitto fuori dal litorale di Antikythera. Insieme a statue di bronzo e ad altri oggetti che risultarono utili per la datazione della nave, si trovarono alcuni bei pezzi di calcare verdastro incrostato, da cui, in modo intrigante, spuntavano delle specie d’ingranaggi.

Ciò avrebbe dovuto, per così dire, far suonare i campanelli di allarme: sino a quel momento si era pensato che l’intera tradizione dell’orologeria europea provenisse dall’Arabia del sec. X; la fioritura di quest’arte nel XV secolo aveva ispirato le idee meccanicistiche di Cartesio e di Laplace, che, a loro volta, gettarono le basi per i trionfi tecnologici dei secoli seguenti. In altre parole, quei pochi denti avrebbero potuto causare un ribaltamento importante nella storia del pensiero.

Invece, quei bei pezzi furono lasciati per parecchi anni in una cassa fuori del Museo Archeologico nazionale di Atene. A contatto con l’aria, l’acido cloridrico ha cominciato a formarsi intorno ai frammenti rimasti, mangiando via i loro meccanismi. Per il momento in cui chiunque avesse voluto controllare il dispositivo, avrebbe visto con molta difficoltà che cosa potesse essere stato. La storia di come è stato trattato questo reperto, nel corso degli ultimi 50 anni, è il tema principale del libro divertente di Jo Marchant.

La scelta di mettere a fuoco quest’aspetto del soggetto potrebbe essere un errore, ma comunque il racconto scorre molto bene, come potrete indovinare. Tutto è cambiato con i miglioramenti della tecnologia dell’immagine 3D – essenzialmente le cosidette Cat scans, “scansioni di gatto” – unite con l’intuizione degli eruditi relative al meccanismo ad orologeria. Non ci sono molte possibilità di alleggerire l’esposizione, benchè Marchant ci provi con una certa abilità. Michael Wright, uno studioso britannico, ha distrutto la propria salute, il proprio matrimonio ed il lavoro provando a ricostruire il dispositivo con la sua intelligenza meccanica. Quando si è trovato battuto da un produttore cinematografico di documentari, che ha utilizzato l’apparecchiatura di flash-tomografia, si è rivolto dalla parte del suo rivale per esprimerequella che un testimone ha definito: “mezz’ora di collera continuamente controllata„. Sapendo ciò che ha passato, non so dargli colpa.

Tuttavia, malgrado tali intense passioni, i partecipanti al dramma di Marchant rimangono per lo più anonimi. Una breve citazione per suggerire il tono di voce ed il carattere abbozzato attraverso un cliché: “Field era un erudito attento, ferocemente fiero del suo PhD„; “Agamemnon è… un grande ma dolce orso di un uomo„ ecc. Si ricava un’impressione di tenera e voluttuosa ansia, come se Marchant avesse pensato che i suoi intervistati si potessero rivoltare, a meno che fossero ritratti come eroi.

Nulla di questo distrae dall’interesse principale: il dispositivo. Marchant lo chiama un computer, il che sembra un’esagerazione, poiché non era in alcun senso programmabile, ma era senz’ombra di dubbio un oggetto incredibilmente brillante. Un calendario meccanico, che forniva le posizioni delle stelle, molto possibilmente le previsioni delle eclissi e potrebbe, in modo piuttosto non convenzionale per il tempo, porre il sole anziché la terra al centro dell’universo.

Michael Wright crede che il dispositivo originale possedesse 72 ingranaggi. Quelli che sopravvivono sono così piccoli e perfettamente modellati, per non dire che sono organizzati in un così elegante un meccanismo, da suggerire una tradizione matura nei lavori di orologeria, che non è sopravvissuta. Il bronzo era un prodotto limitato, spesso riciclato. Gli scrivani medioevali hanno teso a copiare soltanto quei trattati degli antichi che riuscivano a capire. In questo modo, i vertici di ingegnosità umana retrocedono. Qualsiasi altra cosa potessero aver detto gli antichi creatori, il meccanismo di Antikythera ci offre un messaggio di chiarezza e di conforto, per la nostra età tecnologica.

Articolo (in inglese) su http://www.telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/4174865/Decoding-the-Heavens-Solving-the-Mystery-of-the-Worlds-First-Computer-by-Jo-Marchant—review.html


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Una “ziggurat” mesopotamica in…Sardegna?


Gli scavi che hanno dato alla luce il monumento sono stati quelli seguiti da Ercole Contu. E’ una grande struttura troncopiramidale (m 36 x m 29) costruita su grandi blocchi affiancati riempiti di materiale quale terra, pietre, albino. E’ stata considerata l’unico esempio di ziqqurat dell’intera Europa. Il tempio è stato datato risalente al 4500 a.C., al Neolitico Medio, quando vi erano insediamenti di capanne a pianta circolare di paglia e legno. L’area sacra è impreziosita dalla presenza del menhir e da un altare sacrificale, oltre che da un omphalos o pietra rotonda. Questa pietra è assai curiosa se si pensa che letteralmente significa “ombelico” e che la sua funzione non è ancora stata scoperta. Si pensa che così lavorata potesse simboleggiare un luogo sacro, dove la realtà del mondo (pietra) era toccata da quella del divino (sfera). All’inizio vi era solo una rampa alla cui sommità vi si trovava un edificio che era il tempio vero e proprio, intonacato di rosso ocra, ma di esso resta oggi solo il pavimento. Probabilmente distrutto da un incendio, venne innalzata la piramide con una seconda terrazza e ricostruito il tempio. Esiste all’interno una camera, di cui ancora non se ne conosce il contenuto, per via del forte pericolo di frana che potrebbe far crollare tutto. Forse, proprio come nelle ziqqurat mesopotamiche, vi si trova ancora il letto sacro sul quale il sacerdote si accoppiava ogni anno con una vergine per il rituale della fertilità della terra.
Anche se ziqqurat significa letteralmente il tempio del sole, questo santuario fu dedicato a due divinità lunari, il dio Narma e la dea Ningal.
Fu abbandonato come luogo e come culto verso il 1800 a.C. quando in Sardegna si diffuse una nuova cultura, quella dei “Bonnanaro” dedita a rituali legati ai nuraghi.
Il luogo fu utilizzato in seguito come tomba, fu trovato risalente alla prima Età del Bronzo, una sepoltura di un bambino con tutto il suo corredo funerario.
Purtroppo verso i giorni nostri la piramide fu utilizzata come luogo di avvistamento e difesa militare, vi fu scavata persino una trincea che procurò danni irreparabili. Sul retro del santuario è possibile trovare una stele in granito su cui è scolpita una figura femminile, probabilmente la divinità venerata sul Monte. Ed è proprio questa figura la protagonista della nostra leggenda.



LA LEGGENDA
Chi ha fatto costruire una ziqqurat mesopotamica proprio qui? La Sardegna, anche se può sembrare un luogo isolato e difficile da raggiungere, al contrario un tempo era un importante punto di approdo di moltissime civiltà, egiziane, romane, greche, fenice, mesopotamiche. Una leggenda narra che la piramide fu voluta da un re mesopotamico di nome Uruk, principe-sacerdote delle sue terre, che fuggito chissà per quale motivo, si stabilì in terra sarda con tutta la sua tribù. Dopo aver pensato alle capanne decise di erigere come protezione anche un tempio, qualcosa che fosse in relazione conla sua religione, una ziqqurat, ma, invece che dedicarla al sole (ziqqurat significa infatti il tempio del sole) decise di dedicarla alla Luna. Vennero portate pietre dalla costa che miste al calcare del posto davano vita alla costruzione di volta in volta. Il lavoro era complesso, dato che all’interno della struttura venne scavata una stanza, e, il tutto, doveva sostenere il tempio posto alla sommità. Una scala verso io cielo, che doveva insegnare il percorso spirituale verso l’immortalità. Una notte Uruk fu visitato da una donna bellissima che gli disse di mostrargli il tempio. Re Uruk le rispose che non era possibile finchè non fosse terminato, ma la fanciulla gli fece visita tutte le notti successive con la stessa richiesta. Un giorno però gli disse qualcosa di diverso, ovvero di correre ai ripari perchè sarebbe arrivata una terribile tempesta che avrebbe raso tutto al suolo. Lo salutò e fu quasi un addio, dato che gli accennò che non si sarebbero più rivisti, ma se un giorno fosse tornata, sarebbe stato per sempre. La tempesta infine arrivò, ma il re ebbe tutto il tempo per proteggere il suo popolo. Tutto veniva devastato dalla forza della natura, tranne un elemento, che sembrava quieto nel cielo, era la luna, placida, che lo osservava dall’alto.
Quando infine tutto si placò, di fronte ad Uruk si parò uno spettacolo imprevisto. Al posto del santuario vi era una collina, tutto era stato ricoperto. Forse così aveva desiderato le Dea che ormai aveva compreso essere stata quella donna. La dea che aveva rinunciato alla sua divinità per amore e per diventare una donna aveva distrutto il tempio a lei dedicato.
Re Uruk decise di tornare a casa, in Mesopotamia, sicuramente con lei, con la quale avrebbe trascorso il resto della sua vita. Effettivamente Monte D’Accoddi fu scoperto proprio così, scavando una collina di terra; si decise di farlo perchè la collina era troppo anomala agli occhi che passavano di lì per caso, una collina quasi artificiale in un luogo pianeggiante.
Ancora oggi permane un fortissimo senso di sacralità che non può far a meno di invadere chi si reca in questo luogo sacro.

Fonte: http://www.luoghimisteriosi.it

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LE LAMPADE DI DENDERA



In diversi luoghi all'interno del tempio Tolemaico di Hathor (Dendera, Egitto), strani bassorilievi sulle pareti affascinano da anni gli studiosi.

Difficile, infatti, per loro spiegarne la natura sulla scorta di temi mitico - religiosi tradizionali; nuove e più moderne interpretazioni ci giungono dal campo dell'ingegneria elettronica.

Uno di questi bassorilievi, mostra alcuni sacerdoti egiziani che fanno funzionare quelli che appaiono come tubi oblunghi; ogni tubo ha all'interno un "serpente" che si estende in tutta la sua lunghezza: l'ingegnere svedese Henry Kjellson, nel suo libro "Forvunen Teknik" (Tecnologia Scomparsa) fece notare che nei geroglifici quei serpenti sono descritti come "seref", che significa"illuminare", e ritiene che l'immagine si riferisca a qualche forma di corrente elettrica.

Nella scena, all'estrema destra, appare una scatola sulla quale siede un'immagine del dio egiziano Atum-Ra, che identifica la scatola quale fonte di energia. Attaccato alla scatola c'è un cavo intrecciato che l'ingegner Alfred D.  Bielek identifica come una copia esatta delle illustrazioni odierne che rappresentano un fascio di fili elettrici. I cavi partono dalla scatola e corrono su tutto il pavimento, arrivando alle basi degli oggetti tubolari, ciascuno dei quali poggia su un sostegno chiamato "djed" che Bielek identificò con un isolatore ad alto voltaggio.

Ulteriori immagini trovate all'interno della cripta mostrano quelle che potrebbero essere altre applicazioni del congegno: sui bassorilievi si vedono uomini e donne assisi sotto i tubi, come in una postura per creare una modalità ricettiva. Che tipo di trattamento irradiante vi si stava svolgendo?


fonte-cerchinelgrano.info

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LA COLONNA DI ASHOKA

La cosiddetta Colonna di Ashoka è una testimonianza dell'abilità metallurgica antica. Ritrovata a Dheli, in India, è alta oltre 7 metri, per circa 40 cm di diametro e pesa intorno alle 6 tonnellate. Sulla base vi è un'iscrizione, quale epitaffio per il re Chandra Gupta II, che morì nel 413 d.C. La colonna è mirabilmente conservata: la superficie liscia sembra ottone lucidato. Il mistero che la avvolge è grande, visto che qualsiasi altra massa di ferro soggetta alle piogge e ai venti dei monsoni indiani per 1600 anni si sarebbe ridotta in ruggine già da molto tempo! Ma le tecniche di produzione e di conservazione del ferro presenti in questo manufatto superano di gran lunga quelle del quinto secolo; il manufatto, inoltre, è probabilmente molto più antico (di migliaia di anni).

Chi erano i tecnici metallurgici che produssero tale meraviglia, e che fine ha fatto la loro civiltà?








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I Dogon e Sirio B

Dogon tribù africana del Mali che occupa la regione di Bandiagara a sud del fiume Niger, alcuni gruppi sono stanziati nei territori attigui al Burkina FasoLa tribù dei Dogon gode di una straordinaria popolarità fra gli ufologi: secondo gli studi dei due antropologi Marcel Griaule e Germaine Dieterlensvolti nel 1931, poi rielaborati dal libro The Sirius Mystery di Robert Temple, la stella Sirio secondo la tradizione Dogon ha una compagna chiamata Po-tolo(granellino) identificabile con Sirio B una nana bianca orbitante attorno alla primaria.

fonte-oopart.it
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