Un fantasma intorno al buco nero

È ciò che rimane dopo che radiazioni zampillate dal corpo celeste sono scomparse



MILANO - C’è un fantasma intorno a un buco nero. Lo hanno proprio chiamato così, «fantasma cosmico», gli astronomi americani che l’hanno scoperto grazie al satellite Chandra della Nasa. Ed è la prima volta che viene avvistato un fenomeno del genere attorno a un «mostro» del cielo. Il fantasma è ciò che rimane dopo che altre radiazioni zampillate dal buco nero sono scomparse. Per questo esso testimonia un’imponente eruzione prodotta dal buco nero offrendo la possibilità agli scienziati di indagare quanto è accaduto in un tempo lontano quando l’universo era ancora molto giovane.

FORMA DI SIGARO - Il fantasma che ha la vaga forma di un sigaro lungo poco più di due milioni di anni luce, si mostra come una sorgente azzurra ripresa dal satellite (specializzato nel cogliere la radiazione X). Battezzato HDF 130 si trova a circa 10 miliardi di anni luce dalla Terra e la sua origine risale a tre miliardi di anni dopo il Big Bang quando stelle e galassie si formavano a grande ritmo. La potenza dell’eruzione è calcolata pari a miliardi di supernovae (che sono le esplosioni degli astri alla fine della loro vita) . Essa produceva grandi quantità di onde radio e radiazioni X, ma le prime si disperdevano e gli elettroni meno energetici interagendo con il mare di fotoni rimasti dopo il big bang producevano raggi X. EMISSIONE RADIO - “Il fantasma ci racconta che l’eruzione è avvenuta dopo molto tempo la creazione del buco nero” spiega Scott Chapman della Cambridge University. Altri fenomeni del genere erano stati prima osservati solo provenienti dalle galassie. Nel fantasma HDF 130 è stato rilevato un solo punto emittente in radio e questa è la “firma” della presenza di buco nero supermassiccio.

fonte-www.corriere.it
Leggi tutto...

Astronauti fotografano misteriosi “cerchi nel ghiaccio” in Siberia





Questo strano, quasi perfetto “cerchio nel ghiaccio” è apparso su un lago ghiacciato in Siberia. Mentre gli scienziati hanno escluso un coinvolgimento di un UFO, sono comunque perplessi su come si sia potuto formare questo misterioso fenomeno geologico, di circa 2.5 miglia, sul lago Baikal.


E’ stato notato su lato meridionale del lago, mentre un altro è stato visto in prossimità del centro del lago stesso. Le immagini sono state scattate dagli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita a circa 220 miglia sopra la Terra. Sono stati fatti del calcoli progressivi dalla prima apparizione dei cerchi, in un periodo che va dal giorno 5 aprile 2009 al giorno 27 aprile 2009, quando il ghiaccio comincia a dividersi. “In tutto il mese di aprile i cerchi sono persistenti“, riferisce un portavoce NASA, “essi appaiono quando il ghiaccio incomincia a coprire le zone circostanti e scompaiono quando il ghiaccio si scioglie. L’aspetto e il modello suggeriscono che il ghiaccio è molto sottile“. La copertura del ghiaccio cambia repentinamente in questo periodo dell’anno, quando il lago russo si scioglie di ghiaccio e si congela durante la notte. Gli scienziati ritengono che uno schizzo d’acqua calda sia salito in superficie, creando poi la forma caratteristica del “cerchio”, ma sono perplessi per quanto concerne la fonte di calore.
Alti flussi e attività idrotermali sono state osservate in altre parti del lago, ma uno dei cerchi è apparso in prossimità della punta meridionale, dove le acque sono più fredde, perchè relativamente profonde. Il lago Baikal è nella Rift Valley ed è il più grande (in volume) e più profondo (5.400 metri) lago d’acqua dolce del mondo. Il sito Patrimonio Mondiale è anche uno dei laghi più antichi del mondo, con un età compresa tra i 25 e 30 milioni di anni. I sedimenti si sono depositati sul fondo fino ad una profondità di 4,3 miglia. Il lago contiene rare foche e diverse specie di pesci che non si trovano in nessun altro lago della Terra.

FONTE-centroufologicotaranto.wordpress.com/span>
Leggi tutto...

Enigmi ancora da decifrare




La decifrazione delle lingue antiche è estremamente importante. Senza quest'opera paziente e per molti versi oscura, non sarebbe possibile, ai moderni, conoscere gran parte delle civiltà che quelle lingue hanno prodotto. E non sarebbe possibile, parimenti, conoscere le opere che queste civiltà hanno creato.
Secondo gli storici la prima scrittura ad aver fatto la sua comparsa sulla terra è la cuneiforme, utilizzata dai Sumeri nel 3000 a.C..
Successivamente la scrittura apparve in Europa, in Cina ed in America del sud.
Sebbene la maggior parte delle scritture siano state decifrate, esistono tuttoggi dei linguaggi che rimangono pressocchè oscuri, per gli studiosi. L'interpretazione di una scrittura richiede innanzitutto l'abbondanza dei testi e reperti che supportino gli studiosi.
Oggi le scritture antiche non ancora decifrate si distinguono tra scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si è compresa la lingua; scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; scritture il cui alfabeto e linguaggio sono entrambi incomprensibili.
La prima scrittura ancora da decifrare è quella etrusca. L'alfabeto si conosce e sono noti anche importanti aspetti della grammatica, ma l'interpretazione del linguaggio è tuttoggi incomprensibile. La maggior parte delle iscrizioni etrusche, infatti, sono per lo più di carattere funerario e molto brevi. L'etrusco non è una lingua indoeuropea, come la lingua basca, e non ha alcun legame con le altre grandi famiglie linguistiche dell'antichità.
Un discorso analogo si può fare per l'alfabeto meroitico, anch'esso sconosciuto, utilizzato dagli abitanti del regno di Kush, che ebbe la sua massima fioritura nell'800 a.C. nel nord Africa, tra il sud del moderno stato egiziano e la parte settentrionale del Sudan. Gli studiosi hanno decifrato l'alfabeto meroitico ma non ne conoscono il linguaggio. Del meroitico esistono due tipi di grafia, come per l'egiziano: la geroglifica, utilizzata sui monumenti, e la corsiva, per la vita di tutti i giorni ed i rapporti commerciali. Entrambe le scritture possiedono 23 segni decifrati, nel 1911, dall'egittologo Francis Llewellyn Griffith, ma il significato delle parole continua ad essere un enigma.
Tra le scritture che continuano a serbare misteri per gli studiosi vi sono un gruppo di grafie utilizzate da civiltà precolombiane: l'olmeca, la zapoteca e la epi-olmeca. La prima scrittura fu utilizzata dall'omonima civiltà tra il 1500 a.C. ed il 400 d.C. nell'attuale Messico centro meridionale. Nel 1990 è stato scoperto un blocco di pietra su cui compaiono iscrizioni che risalgono al 900 a.C.. La scrittura olmeca comprende 60 simboli che non sono stati decifrati.
Qualcosa di più si sa del linguaggio utilizzato dagli zapotechi, che abitarono la Valle di Oaxaca circa 2600 a.C. e che si servivano di una scrittura ad ideogrammi sillabici. Le prime iscrizioni appartengono al 600 a.C. e sono presenti su pareti dipinte, su vasi, ossa e gusci. Questa popolazione parlava un linguaggio che è tuttora usato da sparute popolazioni che vivono nel Centro America. Gli studiosi, malgrado questo, non sono riusciti a ricostruire l'alfabeto usato da queste civiltà, a causa della confusione e della complessità delle lingue paralte dalle moderne popolazioni zapoteche.
La scoperta di una grafia pre-olmeca risale al 1902, quando fu scoperta la statuetta di Tuxtla, una f igura in nefrite del II secolo d.C.
Tra le scritture antiche ancora da decifrare una delle più famose è la Lineare A. Scoperta insieme a un'altra scrittura antica, la Lineare B (decifrata nel 1952), dal celebre archeologo britannico Arthur Evans durante gli scavi a Creta nel 1900, questo alfabeto era usato sull'isola greca dalla civiltà micenea nel II millennio a.C. La scrittura è composta da segni che vanno da sinistra verso destra e presente su diverse tavolette d'argilla, ed è tuttora indecifrata e poco comprensibile, sebbene abbia molti simboli in comune con la Lineare B.
Segue la scrittura Rongo-Rongo (significa "canti") usata già dai primi abitanti dell'isola di Pasqua: essi sbarcarono sull’isola dell'Oceano Pacifico intorno al 300 d.C. Questa lingua antica è molto simile al Rapanui, l'odierno idioma parlato sull'isola, ma la scrittura è incomprensibile e complessa (si tratta di una grafia "bustrofedica", ovvero un sistema di segni che non ha una direzione fissa, ma che cambia senso continuamente). Sono arrivati fino a noi solo 25 iscrizioni in Rongo Rongo: la maggior parte di questi scritti sono incisi su pezzi di legno. Altra scrittura incomprensibile è quella Indus, usata dalla civiltà che visse nella Valle dell'Indo tra il 2.500 e il 1.900 a.C. Purtroppo ci restano poche iscrizioni, presenti per lo più su vasi di ceramica e non vanno oltre i 5 caratteri. I segni conosciuti sono circa 400 e a causa della brevità delle iscrizioni non è stato possibile ancora decifrare questa scrittura.
Le ultime due grafie storiche ancora da decifrare sono quella proto-elamica e la scrittura presente sul Disco di Festo. La prima è la più antica scrittura non-decifrata al mondo. Essa si sviluppò intorno al 3000 a.C. assieme alla scrittura sumerica. Quest'ultima visse diversi secoli ed è stata in parte decifrata, mentre la scrittura proto-elamica si estinse dopo appena 150 anni dalla sua comparsa nella regione di Elam, antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell'Iran. Sappiamo davvero poco delle popolazioni che usavano questa scrittura. Ancora oggi restano oscuri sia i caratteri sia la lingua delle iscrizioni. La scrittura presente sul Disco di Festo è un insieme di simboli impressi con stampini incisi su entrambe le facciate del reperto archeologico. Scoperto nel 1908 dagli italiani Luigi Pernier e Federico Halbherr, mentre stavano scavando a Creta nel palazzo minoico di Festo, questo magnifico reperto risale al 1700 a.C. ed è composto da 241 simboli: tutti i segni non sono stati ancora decifrati e non hanno nessuna somiglianza con le scritture conosciute del tempo.
fonte-oltrelanotte.splinder.com
Leggi tutto...

Per un nuovo modello del mantello terrestre

Sia lo strato superiore sia quello inferiore sono coinvolti nella convezione, anche se in misura e con modalità differenti
Una nuova ricerca pubblicata sulle pagine della rivista “Nature” affronta un'annosa questione delle scienze della Terra: come conciliare gli attuali modelli convettivi del mantello terrestre con la presenza di antichi gas nobili nelle rocce vulcaniche.
Un gruppo di ricerca frutto della collaborazione tra la Rice University e l'Harvard University ha infatti sviluppato un nuovo modello per spiegare in che modo elio, neon e argon vengano persi dall'interno della Terra durante la convezione del mantello.

"Secondo la maggior parte dei modelli esistenti, la convezione avrebbe dovuto depauperare ampiamente il mantello di gas nobili, a meno che parte o tutto del mantello inferiore sia rimasto in qualche misura isolato”, ha commentato Helge Gonnermann, docente di scienze della Terra della Rice. "Così siamo andati a verificare se ci potesse essere un meccanismo in grado di preservare gli antichi gas nobili nel mantello inferiore senza con ciò mettere in forse lo schema complessivo della convezione.”

L'elio-3, per esempio, non può essere creato da alcun processo all'interno della Terra, e si ritiene perciò che tutto quello che si osserva di questo isotopo sia ciò che resta della formazione planetaria. Pertanto, via via che i cicli convettivi si susseguono, i geochimici si aspettano di rilevare sempre meno elio-3: è infatti ciò che si riscontra nella maggior parte dei basalti che si formano dalla lava che fuoriesce dalle dorsali oceaniche, a parte alcune eccezioni rilevate nelle Hawaii e in altre isole.

Il nuovo modello prevede che sia il mantello superiore sia quello inferiore siano coinvolti nella convezione, anche se in misura e con modalità differenti: mentre il mantello superiore è stato ampiamente degassificato per via di diversi cicli tettonici, la parte inferiore ha subito all'incirca un solo riciclo negli ultimi 4,5 miliardi di anni.
Il continuo mescolamento delle placche di subduzione nel mantello inferiore ha avuto come effetto la diluizione della concentrazione degli antichi gas nobili, che in tal modo vengono estratti in quantità sempre minori. Di conseguenza, circa il 40 per cento dell'antico elio-3 può essere presente nel mantello inferiore, sebbene quest'ultimo possa aver subito un solo ciclo tettonico.

"Contrariamente alla visione convenzionale, secondo cui il ciclo tettonico del mantello inferiore avrebbe dovuto produrre un notevole mescolamento tra la parte inferiore e quella superiore del mantello, cancellando le differenze nella concentrazione dell'elio-3, abbiamo riscontrato che il ciclo del mantello inferiore praticamente bypassa quello superiore”, hanno spiegato i ricercatori. "I processi di subduzione e il mescolamento nel mantello inferiore sono bilanciati dai pennacchi ricchi di elio-3, che provengono dal mantello inferiore, ricchi di elio-3, senza moscoalrsi in modo significativo mentre attraversano il mantello superiore.”


Leggi tutto...

Un topo (quasi) "parlante"

Topi geneticamente modificati per avere il gene FOXP2 simile a quello umano, hanno acquisito una più fine capacità di controllo delle proprie emissioni vocali 

Non possono certo parlare, ma topi ingegnerizzati per avere una "versione umanizzata" di un gene hanno molto da dire sul processo evolutivo che ha portato la nostra specie a padroneggiare il linguaggio parlato. E' questa la conclusione di una ricerca condotta presso il Max-Planck-Institut per l'antropologia evoluzionistica, di cui viene riferito in un articolo pubblicato su "Cell". 

"Con questo studio possiamo intravedere che i topi possono essere utilizzati non solo per studiare le malattie, ma anche la nostra storia", ha detto Wolfgang Enard, che ha diretto la ricerca.

Il gruppo di lavoro di Enard si dedica in primo luogo allo studio delle differenze genetiche fra l'essere umano e gli altri primati. Una differenza importante fra uomo e scimpanzé che i ricercatori hanno osservato riguarda la sostituzione di due amminoacidi nel gene FOXP2. Questi cambiamenti si sono stabiliti dopo che la linea filogenetica dell'uomo si è separata da quella dello scimpanzé: i primi studi avevano messo in evidenza che quel gene era stato oggetto di selezione positiva, inducendo i ricercatori a ritenere anche che quel cambiamento evolutivo fosse in relazione a qualche significativo aspetto della capacità di parlare e del linguaggio. 

"I cambiamenti in FOXP2 sono avvenuti nel corso dell'evoluzione umana e sono i migliori candidati a spiegare perché possiamo parlare. La sfida è quella di studiarli dal punto di vista funzionale", ha osservato Enard, che ha sottolineato come per ragioni ovvie ciò non sia fattibile sull'uomo, ma neppure sullo scimpanzé. 

Nello studio in questione, i ricercatori hanno così introdotto quelle due sostituzioni nel gene FOXP2 del topo, dato che la versione murina di quel gene è sostanzialmente identica a quella dello scimpanzé, una circostanza che rende plausibile che essa rappresenti anche un modello ragionevole della forma ancestrale della versione umana del gene. 

Dall'analisi del risultato di questa operazione i ricercatori hanno così potuto rilevare che i topi con la versione umana di FOXP2 mostrano cambiamenti in quei circuiti cerebrali che nell'uomo si sanno essere in relazione con la capacità di parlare. I topi geneticamente modificati mostrano anche differenze qualitative nelle vocalizzazioni che essi emettono quando vengono collocati al di fuori della loro tana originaria. Tuttavia, osserva Enard, sappiamo ancora tropo poco sulla comunicazione nel topo per poter dire che cosa possano significare esattamente questi cambiamenti. 

Anche se FoxP2 è attivo in molti altri tessuti, la versione alterata non sembra comportare altri effetti sui topi, che sono apparsi in buona salute. 

Queste differenze, osservano i ricercatori, aprono uno squarcio sull'evoluzione della capacità cerebrale di parlare e del linguaggio: ora gli scienziati cercheranno di approfondire i meccanismi molecolari alla base degli effetti del gene e la loro possibile relazione con le differenze fra uomo e grandi scimmie. 

"Al momento possiamo solo speculare sul ruolo che questi effetti possono avere avuto nel corso dell'evoluzione umana. Tuttavia, dato che i pazienti portatori di una versione non funzionale di un allele del gene FOXP2 mostrano difficoltà nella temporizzazione e nella giusta messa in sequenza dei movimenti orofacciali, è possibile che le sostituzioni in FOXP2 abbiano contribuito alla calibrazione fine del controllo motorio necessario all'articolazione del parlato, ossia alla capacità unica dell'uomo a imparare a coordinare i movimenti muscolari nei polmoni, nella laringe e nelle labbra che sono necessari per parlare. Siamo fiduciosi che studi coordinati sul topo, su altri primati e sull'uomo alla fine chiariranno se è effettivamente così", ha concluso Enard. (gg)

FONTE: http://lescienze.espresso.repubblica.it/
Leggi tutto...

L'estinzione di massa di 260 milioni di anni fa

L'immissione di biossido di zolfo in atmosfera avrebbe portato a una massiccia produzione di piogge acide

Circa 260 milioni di anni fa, un'eruzione vulcanica gigante innescò un'estinzione di massa globale ora scoperta dai ricercatori dell'Università di Leeds, nel Regno Unito.

L'eruzione avvenne nell'attuale provincia di Emeishan, nel sud-ovest della Cina, e liberò circa mezzo milione di chilometri cubi di lava che si riversarono nell'ampia regione circostante, finendo per cancellare gran parte della vita marina in tutto il mondo.

A differenza di ciò che succede di solito, i ricercatori sono riusciti a individuare l'epoca esatta dell'eruzione e della successiva estinzione di massa a essa legata perché la lava fuoriuscita appare oggi come un ben distinto strato di roccia ignea tra due strati di roccia sedimentaria contenente fossili marini databili in modo agevole. Lo strato di roccia fossilizzata appena dopo l'epoca dell'eruzione mostra la presenza di forme di vita completamente differenti dalle precedenti, suggerendo il verificarsi di un'eruzione seguita da una catastrofe ambientale di ampie proporzioni.

Una circostanza cruciale è che l'eruzione avvenne vicino ad acque poco profonde: in tali casi, il contatto tra la lava che fluisce velocemente e l'acqua determina una violenta esplosione che porta enorme quantità di biossido di zolfo nella stratosfera.

"Quando la lava poco viscosa incontra l'acqua marina, l'effetto è come quello dell'acqua buttata in una padella di olio bollente: l'esplosione produce un'enorme quantità di vapore”, ha commentato Paul Wignall, palaeontologo dell'Università di Leeds e primo autore dell'articolo pubblicato sulla rivista “Science”.

L'immissione di biossido di zolfo nell'atmosfera avrebbe poi portato a una massiccia produzione di nuvole, propagatesi poi in tutto il mondo, da cui poi derivarono torrenziali piogge acide.

"L'improvvisa estinzione di vita marina che possiamo chiaramente vedere nelle registrazioni fossili è legata all'eruzione vulcanica, con una correlazione che spesso è stata giudicata controversa”, ha concluso il ricercatore. (fc)

FONTI: http://lescienze.espresso.repubblica.it/

Leggi tutto...

Nuovi interessanti documenti su Gliese581d...ovvero la nuova possibile Terra 2!

Scritto da Matteo Zanoni   

Se poi fosse fatta interamente di oceani, fra le ipotesi, sarebbe veramente impressionante da immaginare....solo acqua...

allego un paio di interessanti collegamenti a documenti in pdf sullo studio dei pianeti extrasolari e di Gliese581d in particolare...il primo documento contiene peraltro fotografie e grafiche molto belle.

Ciao!

 

Matteo Zanoni "Dabeast"

 

http://www.eso.org/public/outreach/products/publ/brochures/pdf/exoplanet_lowres.pdf

http://www.exoplanets.ch/Gl581_preprint.pdf

 

tratto da "www.lestelle-astronomia.it"

Articolo di base a cui sono allegati i documenti:

Scoperta una Terra-2. Ma è un po’ troppo calda 
Ci siamo! “Terra, Terra!” Non è il grido dei marinai di Cristoforo 
Colombo ma di Michel Mayor (foto), l’astronomo 
dell’Osservatorio di Ginevra che per primo, 
nel 1995, individuò un pianeta extra-solare, 
intorno alla stella 51 Pegasi. Il clamoroso
 annuncio viene dall’Eso, l’Osservatorio 
australe europeo: intorno alla stella Gliese 581
 orbita un pianeta roccioso che ha probabilmente una massa 
soltanto doppia di quella terrestre. Nel corso della ricerca è 
stata anche ridefinita l’orbita di un altro pianeta già conosciuto
 della stessa stella, Gliese 581d, e risulta che questo pianeta 
si trova nella regione “abitabile”, cioè a una distanza dal suo
 sole che permette l’esistenza di acqua allo stato liquido.
 Il nuovo pianeta, indicato come “Gliese 581e”, 
è stato individuato con ragionevole certezza dopo
 più di quattro anni di ricerche con lo spettrografo Harps
 collegato al telescopio da 3,6 metri di La Silla, sulle Ande del Cile.
 Qualche particolare.

Gliese 581 è una stella della costellazione della Libra (Bilancia) 

a 20,5 anni luce da noi. Con una massa stimata di 1,9 Terre è 

il pianeta più “leggero” che finora sia stato scoperto. Quello di 

Gliese 581 ci appare come una vera e propria replica del nostro

 sistema solare. Sono infatti quattro i pianeti finora noti. 

In ordine di distanza questi pianeti e in unità di massa terrestre

 hanno masse di 1,9 (pianeta e), 16 (b), 5 (c) e 7 (d) masse terrestri. 

E’ la prima volta che gli astronomi riescono a scoprire pianeti

 con caratteristiche così vicine a quelle di un pianeta in grado 

di ospitare la vita. Se si potessero unire in un solo oggetto 

la piccola massa di Gliese 581e e la temperatura di Gliese 581d, 

avremmo una copia quasi fedele della Terra. Purtroppo il piccolo 

pianeta roccioso è invece troppo vicino alla sua stella, 

intorno alla quale orbita in appena 3 giorni e due ore. 

Per essere precisi, quindi, il grido dovrebbe essere: “Quasi Terra!”.

Tratto da "www.lestelle-astronomia.it"

Leggi tutto...

Nei geni i segreti dello stress ossidativo

In una serie di esperimenti, si è riusciti a identificare un nuovo fattore di trascrizione, chiamato Mga2, cruciale per il meccanismo di adattamento alla presenza di bassi livelli di composti ossidativi 

Lo stress ossidativo, sia nella letteratura scientifica sia nella pubblicistica, è stato spesso legato all'invecchiamento, all'insorgenza dei tumori e di altre malattie. Paradossalmente, alcuni studi hanno trovato che una piccola esposizione a composti ossidativi può in realtà offrire una protezione dalla presenza di dosi più massicce. 

Ora i ricercatori dell'Università della California a San Diego hanno scoperto il gene responsabile di tale effetto: il lavoro pubblicato sull'ultimo numero della rivista on-line ad accesso libero PLoS Genetics spiega il meccanismo sottostante al processo che previene il danno cellulare da parte dei derivati reattivi dell'ossigeno (reactive oxygen species, ROS).

"Possiamo bere succo di melagrana per combattere i radicali liberi o seguire una dieta a basso introito calorico per essere più longevi", ha commentato Trey Ideker, capo della divisione di genetica del Dipartimento di medicina della UC San Diego e professore di bioingegneria della Jacobs School of Engineering. "Ma ora i nostri studi suggeriscono che effettivamente gli esseri umani sono in grado di prolungare la propria vita esponendo il proprio corpo a minime quantità di ossidanti."

I ROS sono ioni che si formano come prodotto di scarto naturale del metabolismo dell'ossigeno e rivestono un ruolo importante nei processi di segnalazione molecolare all'interno delle cellule. Questa classe di piccole molecole include gli ioni ossigeno, i radicali liberi e i perossidi. Tuttavia, in condizioni di stress ambientale  - per esempio, per l'esposizione alla radiazione ultravioletta, al calore o a sostanze chimiche nocive - i livelli di ROS possono aumentare drasticamente. Tale effetto, a sua volta, può determinare un significativo danno cellulare a carico delle molecole di DNA e di RNA e delle proteine con effetti cumulativi che vanno sotto il nome di stress ossidativo.

Uno dei maggiori contributi a a quest'ultimo è dato dal perossido di idrogeno derivato da un tipo di radicali prodotti dai mitocondri con la produzione di energia. Sebbene la cellula abbia un metodo per minimizzare gli effetti dannosi del perossido di idrogeno, convertendolo in ossigeno e acqua, tale processo non riesce nel 100 per cento dei casi. 

Ideker e colleghi hanno così cominciato a studiare nei lieviti i processi coinvolti nel processo di adattamento della cellula alla presenza di perossido di idrogeno, cercando di chiarire in che modo avviene l'ormesi, il fenomeno per il quale una sostanza tossica agisce come stimolante in piccole dosi e come un inibitore a grandi dosi.

Si è così proceduto a trattare le cellule con una piccola dose di perossido di idrogeno seguita da una alta dose cercando al contempo i geni candidati a controllare questo meccanismo di adattamento, per il quale è risultato cruciale un nuovo fattore di trascrizione chiamato Mga2.

"Si è trattato di un risultato sorprendente perché Mga2 si trova in un 'posto di controllo' di un cammino completamente differente di rispetto a quelli che rispondono a una esposizione acuta ad agenti ossidativi: questo secondo cammino è attivo solo alle più basse dosi", ha concluso Ideker. (fc)

Fonti: http://lescienze.espresso.repubblica.it/
Leggi tutto...

Energia: agli italiani piace rinnovabile



Gradimento dell’ 80% per il solare ed eolico. Al nucleare, ritenuto «pericoloso e costoso» solo il 14%

ROMA - E’ il mix formato da energia solare più eolica quello che sta nel cuore degli italiani: l’80% di un campione rappresentativo della popolazione nazionale vorrebbe che fosse la fonte principale con cui produrre l’elettricità. Solo il 14% opta per il nucleare, di cui tanto si parla in questi mesi a causa del progettato rilancio da parte del governo. Questi dati, presentati al Forum Qual Energia, promosso a Roma da Legambiente e dal Kyoto Club, sono il frutto di una ricerca condotta da Lorien Consulting, un gruppo specializzato in indagini socio-economiche e del mensile La Nuova Ecologia. Dal nuovo sondaggio emerge una fotografia dell’Italia molto consapevole e informata sulle questioni energetico-ambientali che, per il 68,7% degli intervistati, rappresentano i problemi più rilevanti rispetto ad altri, come il rischio del terrorismo (22,1%) o la casa (4,9%). Sul nucleare in particolare emerge che più del 60% degli intervistati lo considera pericoloso e costoso e preferirebbe evitarlo.

DISPOSTI A PAGARE DI PIÙ - Ma il dato forse più significato emerso dall’indagine è quello relativo ai sacrifici che gli italiani sono disposti ad affrontare pur di garantirsi in futuro ambientale e dei sistemi di produzione energetici puliti. «Anche in tempi in cui si tende a diminuire il budget quotidiano (37,7% degli intervistati), gli italiani dichiarano un’aperta disponibilità a pagare di più per garantirsi energie pulite e sostenibili», ha riferito Antonio Valente, amministratore delegato di Lorien Consulting . Anche secondo il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza lo scarso indice di gradimento del nucleare dovrebbe fare riflettere: «Nonostante la recente pressione mediatica, la stragrande maggioranza del campione intervistato, a prescindere da fattori anagrafici, socio-economici e di appartenenza politica, definisce l’energia nucleare cara e pericolosa, e privilegia le fonti rinnovabili. Solo una minoranza (14%) indica il nucleare come fonte da preferire; una minoranza che, di fronte all’ipotesi di abitare vicino a una centrale o a un deposito di scorie radioattive, avrebbe comunque seri dubbi».

LE PERCENTUALI - Il Forum QualEnergia, giunto quest’anno al secondo appuntamento, propone tra i temi la crisi economica e gli stili di vita sostenibili e, nei propositi degli organizzatori, vuole essere un’occasione per dare una risposta ai problemi energetici: dai cambiamenti climatici ai limiti delle risorse. La crescente attenzione degli italiani per le energie rinnovabili è anche il tema di un rapporto presentato dalla Fondazione Sviluppo sostenibile presieduta dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, secondo cui, entro il 2020, un kilowattora su tre (pari al 33%) dell’ energia elettrica può essere prodotto utilizzando fonti energetiche rinnovabili. «L’attuale obiettivo di produrre entro il 2020 solo un kilowattora su quattro, pari al 25%, di energia elettrica utilizzando fonti energetiche rinnovabili –sostiene Ronchi - sarebbe infatti un freno alla crescita del solare, dell’eolico e delle biomasse: si può fare di più». Il 33% di rinnovabili, che corrisponde a 108 terawattora (Twh) di produzione nazionale al 2020 (partendo dai 58 prodotti nel 2008) comporta l’obiettivo di 50 nuovi TWh rinnovabili da produrre entro il 2020. Tale obiettivo è impegnativo ma, secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, raggiungibile nel modo seguente: 22 Twh di nuovo eolico, 11 Twh di nuove biomasse e biogas, 7 Twh di nuovo solare, 5 Twh di nuovo idroelettrico.

FONTE: ANSA

Leggi tutto...